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IL GRANDE TRADIMENTO DI OBAMA

DI MATT TAIBBI
rollingstone.com

Il presidente ha manipolato la formazione del suo team economico inserendo operatori di Wall Street con l’intenzione di trasformare la manovra di salvataggio finanziario in un enorme tradimento.

Barack Obama si è candidato a presidente proponendosi come un uomo del popolo, opponendosi a Wall Street mentre l’economia mondiale sprofondava durante il crollo fatale del 2008. Ha propagandato un piano fiscale che tassava fortemente i ricchi, ha stracciato il NAFTA (North American Free Trade Agreement, ovvero il Trattato del Libero Commercio dell’America del Nord, ndt) poiché colpiva la classe media, ha attaccato violentemente John McCain per aver appoggiato un progetto economico fallimentare, che stava dalla parte dei ricchi banchieri “alle spese dei lavoratori americani”. Obama può anche non essersi schierato alla sinistra di Samuel Gompers o Cesar Chavez, ma non si è nemmeno presentato durante la campagna elettorale fiancheggiato da banchieri della Citigroup e della Goldman Sachs. Ciò che ha ispirato fiducia in chi lo ha sostenuto, portandolo alla sua storica vittoria, è stata la sensazione che un autentico outsider stesse finalmente irrompendo in un club esclusivo, che i muri stessero crollando, che le cose stessero, in mancanza di termini migliori e più specifici, cambiando.

Poi è stato eletto.

Quello che è successo nell’anno successivo alla vittoria di Obama è risultato essere uno dei più drammatici voltafaccia politici della storia. Eletto nel mezzo di una schiacciante crisi economica causata da una decade di deregolamentazione orgiastica e avidità sfrenata, Obama ha ricevuto un chiaro mandato a rimettere in sesto Wall Street e ricostruire l’intera struttura dell’economia americana. Ciò che ha fatto, invece, è stato disperdere anche i suoi consiglieri meno progressisti dando loro incarichi burocratici, mentre collocava nelle posizioni chiave dell’economia le stesse persone che hanno provocato la crisi. Questo gruppo di ex banchieri distrutti da bolle speculative ed intellettuali del laissez-faire ha poi proseguito vendendoci tutti, istituendo un imponente risanamento dal basso verso l’alto [1] e smantellando dall’interno le riforme di regolamentazione in modo sistematico.

Come ha potuto Obama lasciare che questo succedesse? È forse un novellino della politica, ingannato dai veterani? Oppure il vero Obama è il titubante, inutile servo degli interessi dei banchieri che abbiamo visto apparire in televisione questo autunno?

Qualunque siano i veri scopi del presidente, le vaste serie di scappatoie per i ricchi, proposte come”riforme” finanziarie dai Democratici, potrebbero in definitiva fare più male che bene. Infatti, alcune parti delle nuove riforme sconfinano nella follia, minacciando di amplificare enormemente il potere politico di Wall Street attraverso l’istituzionalizzazione del ruolo dei contribuenti come fornitori di benessere per i servizi finanziari delle industrie. Ad un certo punto del dibattito, il massimo consigliere economico di Obama ha richiesto il potere di accordare finanziamenti alle imprese senza passare attraverso l’approvazione del Congresso e senza che i contribuenti ottengano un centesimo da questi accordi finanziari.

Come siamo arrivati a questo? È tutto cominciato pochi attimi dopo l’elezione, e quasi nessuno se n’è accorto.

“Date un’occhiata alla tempistica degli affari della Citigroup”, ha detto uno dei principali consulenti dei Democratici. “Date solo un’occhiata. Sono veramente sorprendenti. Sorprendenti! E nessuno ha detto nulla al riguardo”.

Quando è successo Barack Obama era soltanto il presidente neo-eletto, ma il rivoltante e inspiegabile finanziamento di 306 miliardi di dollari che la Citigroup ha ricevuto è stato una delle prime e maggiori azioni di questa presidenza. Per poter comprendere appieno l’orrore di ciò che è successo, ad ogni modo, c’è bisogno di andare indietro di qualche settimana prima del vero e proprio finanziamento, fino al 5 Novembre 2008, il giorno dopo l’elezione di Obama.

Quel giorno ci fu il trionfante annuncio del team di transizione di Obama. Sebbene molti nomi fossero familiari – il capo dello staff di Clinton, John Podesta, la confidente di lunga data di Obama, Valerie Jarrett – la lista era degna di nota soprattutto per chi non vi compariva, soprattutto in campo economico. Austan Goolsbee, un economista dell’Università di Chicago, che era stato uno dei principali consiglieri di Obama durante la campagna elettorale, non ce l’ha fatta. Così come Karen Kornbluh, che era stata a capo del comparto diplomatico e aveva dato un importante contributo nel costruire il programma del Partito Democratico. Entrambi avevano enfatizzato temi populisti durante la campagna elettorale. La Kornbluh era nota per aver spinto l’attenzione dei Democratici sulla condizione dei poveri e della classe media, mentre Goolsbee era stato violentemente critico nei confronti di Wall Street, dichiarando che il direttivo dell’AIG (American International Group, società di assicurazioni statunitense, ndt) avrebbe dovuto ricevere “un premio Nobel – per la perfidia”.

Ma dopo il 5 Novembre entrambi sono stati cacciati dalla cerchia ristretta di Obama e rimpiazzati da un gruppo di banchieri di Wall Street. A capo della ricerca del nuovo team economico del presidente c’era un suo amico intimo e compagno di Legge ad Harvard Michael Froman, una delle più alte cariche della Citigroup. Durante la campagna elettorale, Froman è emerso come uno dei maggiori raccoglitori di fondi di Obama, avendo accumulato 200.000 $ in contributi e avendo presentato il candidato ad alcuni pezzi grossi – sopra a tutti il suo mentore Bob Rubin, l’ex presidente della Goldman Sachs che fu segretario del Tesoro per Bill Clinton. Froman era stato a capo dello staff durante il segretariato di Rubin, e lo ha seguito quando ha lasciato l’amministrazione Clinton per diventare consigliere della Citigroup (un nuovo massicco conglomerato finanziario creato dalle mosse di deregolamentazione approvate proprio da Rubin).

Incredibilmente, Froman non ha lasciato il suo impiego in banca quando ha iniziato a lavorare per Obama: è rimasto presso la Citigroup per altri due mesi, proprio mentre aiutava a sistemare le stesse persone che avrebbero poi disegnato il futuro della sua società. E per far sì che scegliesse il team di Obama, Froman ha tirato dentro niente meno che Jamie Rubin, guarda caso il figlio di Bob Rubin. All’epoca il padre di Jamie guadagnava circa 15 milioni di dollari l’anno lavorando per la Citigroup, che si trovava nel bel mezzo di un collasso dovuto in parte alle pressioni esercitate da Rubin su investimenti pesanti in CDO (Collateralized debt obligation, una obbligazione che ha come garanzia un debito, ndt) supportati da mutui o altri titoli rischiosi.

Ora, ecco dov’è che la cosa si fa interessante. Siamo a tre settimane dopo l’elezione. Abbiamo come presidente un George W. Bush “anatra zoppa” [2] – ancora nominalmente in carica, ma in realtà già alla fine della sua carriera e più che felice di liberare la scena. Lasciati ad occuparsi dell’economia vacillante abbiamo il Segretario del Tesoro Henry Paulson, un ex capo della Goldman Sachs, e il capo della New York Fed (Federal Reserve Bank di New York, una delle 12 banche centrali degli Stati Uniti, ndt) Timothy Geithner, che aveva prestato servizio presso la Casa Bianca di Clinton, sotto Bob Rubin. Nella squadra economica di Obama ci sono un membro esecutivo ancora impiegato alla Citigroup e il figlio di un altro membro esecutivo, che è entrato a far parte del team di transizione di Obama quello stesso mese.

Quindi, il 23 Novembre 2008, viene annunciato un accordo nel quale il governo risolverà i problemi creati da Rubin alla Citigroup con un massiccio buffet di contanti e garanzie a spese dei contribuenti. Si tratta di un pessimo accordo per il governo, pressoché universalmente stroncato dai grandi economisti, un oltraggio nei confronti di chiunque paghi le tasse. Secondo quell’accordo, la banca ottiene 20 miliardi di dollari in contanti, che si aggiungono ai 25 miliardi che aveva ricevuto poche settimane prima come parte del Troubled Asset Relief Program (TARP, il piano di sostegno del governo per il settore finanziario, ndt). Ma questo è solo l’antipasto. Il governo ha anche concordato di addebitare ai contribuenti fino a 277 miliardi di dollari per risolvere le dificoltà finanziare della Citigroup, molte delle quali dovute agli investimenti nelle CDO imposte da Rubin. Nessun membro della Citigroup è stato rimpiazzato e poche restizioni sono state imposte ai loro salari. È l’affare del secolo, che mette nei guai intere generazioni di lavoratori e contribuenti, poiché questi dovranno pagare le scelte di Bob Rubin alla Citigroup. “Se avevate dubbi circa la supremazia di Wall Street su Main Street,” ha dichiarato il segretario del lavoro Robert Reich quando è stata annunciata la manovra salva-banche, “i vostri dubbi dovrebbero essere seppelliti”.

È già abbastanza grave che uno degli ex protetti di Bob Rubin durante gli anni di Clinton, il capo della New York Fed Geithner, sia intimamente coinvolto nelle negoziazioni, che, senza grosse sorprese, lasciano la Federal Reserve potentemente esposta a future perdite della Citigroup. Ma la vera bomba arriva poche ore dopo che l’accordo salva-banche era stato redatto, quando il team di transizione di Obama fa un felice annuncio: Timothy Geithner sarà il Segretario del Tesoro di Barack Obama!

In altre parole, Geithner viene assunto per dirigere il Tesoro degli Stati Uniti da un membro esecutivo della Citigroup – Michael Froman – prima che l’inchiostro riesca ad asciugarsi dalle pagine che segnano la massiccia svendita alla Citigroup, che Geithner stesso ha garantito avvenisse. Negli annali delle frodi politiche più sfacciate, questa va di diritto nella Hall of Fame di tutti i tempi.

Wall Street ha gradito così tanto la manovra salva-banche e la nomina di Geithner che il Dow Jones ha immediatamente registrato il salto più grande dal 1987, crescendo in due giorni dell’11.8%. Le azioni della Citigroup sono salite del 58% in un solo giorno, e JP Morgan Chase, Merrill Lynch e Morgan Stanley hanno svettato di più del 20%, nonappena Wall Street ha saputo che la generosità delle manovre del governo non sarebbe terminata con George W. Bush e Hank Paulson. “Geithner assicura una transizione agevole dall’amministrazione Bush a quella di Obama, poiché sta già partecipando alle manovre economiche attuali”, ha osservato Stephen Leeb, presidente della Leeb Capital Management.

Tuttavia, è passato inosservato il fatto che Geithner era stato assunto da un membro esecutivo della Citigroup ancora in carica, che continuava ad avere grandi vantaggi grazie alla sua vicinanza con Obama. Nel Gennaio 2009, appena un mese dopo la manovra salva-banche, la Citigroup ha pagato Froman un premio di fine anno di 2.25 milioni di dollari. Ma, sebbene si tratti di una cifra esorbitante, quella liquidazione risulterà essere pochi spicci per la cricca dei banchieri, che stavano per ottenere tutto ciò che volevano – e anche di più – dal nuovo presidente.

L’ironia di un personaggio come Bob Rubin risiede nel fatto che è un grande demagogo capitalista senza vergogna, la cui carriera dimostra che la meritocrazia nel libero mercato è un’utopia. Così come Alan Greenspan, un economista incredibilmente incompetente, che era stato venerato per quattro decadi dai politici perché aveva avuto una relazione con Barbara Walters, Rubin ha goduto del timore reverenziale dell’élite politica americana per circa 20 anni, nonostante abbia virtualmente distrutto ogni progetto abbia avuto tra le mani. È passato da lavorare per la Goldman Sachs (1990-1992) alla Casa Bianca di Clinton (1993-1999), alla Citigroup (1999-2009), lasciandosi alle spalle una traccia di gaffes storiche, che in qualche modo hanno incrementato la sua statura ad ogni passo.

Come segretario del Tesoro sotto Clinton, Rubin è stato la forza trainante dietro ai due interventi di mostruosa deregolamentazione che sono stati la causa primaria della crisi finanziaria dell’ultimo anno: l’annullamento del Glass-Steagall Act [3] (passato specificatamente per legalizzare la megafusione della Citigroup) e la deregolamentazione dei mercati finanziari degli strumenti derivati [4]. Dopo aver innescato quella bomba, Rubin ha lasciato il governo per passare alla Citigroup, che ha prontamente espresso la sua gratitudine dandogli 126 milioni di dollari come salario per i successivi otto anni (in questo paese non si chiama corruzione quando il denaro ti viene dato a fatto avvenuto). Dopo aver incalzato l’amministrazione ad aumentare i propri investimenti in veicoli tossici, una strategia che ha quasi distrutto la compagnia, Rubin ha accusato il consiglio della Citigroup per i suoi errori e si è lamentato anche di esser stato sottopagato. “Scommetto che non avrei mai potuto guadagnare meno in un singolo anno andando in qualunque altro posto”, ha detto.

Nonostante sia forse più responsabile per la crisi di quest’ultimo anno di qualunque altro essere vivente, la sua decisione colossalmente stupida, sia per le alte cariche del governo che per l’amministrazione di un superpotere finanziario privato, lo rende unico. Rubin è l’uomo che Barack Obama ha scelto e cui ha costruito attorno la Casa Bianca.

Ci sono altri quattro modi principali per essere collegati a Bob Rubin: attraverso la Goldman Sachs, l’amministrazione Clinton, la Citigroup, ed infine il Progetto Hamilton, una “think tank” [5] che Rubin ha capeggiato sotto gli auspici del Brookings Institute, con l’intento di promuovere la sua filosofia dei bilanci in pareggio, del libero scambio e della deregolamentazione finanziaria. Il team che Obama ha messo in piedi per portare avanti la sua politica economica dopo la sua inaugurazione era controllato da persone che vantavano connessioni con almeno una di queste quattro istituzioni, al punto che la Casa Bianca ormai sembra il dietro le quinte di un episodio di “Bob Rubin, questa è la tua vita!”.

Al Tesoro c’è Geithner, che ha lavorato per Rubin negli anni di Clinton. Come “consigliere” di Geithner (una posizione inventata e non soggetta alla conferma del Senato) c’è Lewis Alexander l’ex capo degli economisti della Citigroup, che nel 2007 aveva avvertito che il crollo imminente del mercato immobiliare non era nulla di cui preoccuparsi. Altri due grandi “consiglieri” di Geithner, Gene Sperling e Lael Brainard, hanno lavorato per Rubin nel National Economic Council (NEC, il consiglio dell’economia nazionale, un’agenzia governativa degli Stati Uniti, ndt), il gruppo chiave che coordina tutte le decisioni di politica economica della Casa Bianca.

Come direttore del NEC, nel frattempo, Obama ha collocato lo zar dell’economia Larry Summers, che è stato il protetto di Rubin al Tesoro. Subito sotto a Summers c’è Jason Furman, che ha lavorato per Rubin nella Casa Bianca di Clinton ed era uno dei primi direttori del Progetto Hamilton. La nomina di Furman – un tenace sostenitore degli accordi a favore del libero mercato come il NAFTA e l’autore di stupide relazioni pro-globalizzazione con titoli come “Walmart: una storia di successo progressista” – ha fornito uno dei primi indizi del fatto che Obama stava mentendo quando ha promesso alle folle del Mid West (stati centro-occidentali degli Stati Uniti, ndt) in lotta che avrebbe rinegoziato il NAFTA, cosa che ha facilitato la fuga degli impieghi operai verso altri paesi. “Le carenze del NAFTA erano evidenti già quando fu firmato e ora abbiamo l’obbligo di emendare un accordo che possa colmarle”, ha dichiarato Obama. Pochi mesi dopo, comunque, assumendo Furman per rimettere in sesto la sua politica economica, la Casa Bianca ha silenziosamente soppresso ogni discussione circa la rinegoziazione degli accordi sul commercio. “Il presidente ha detto che esamineremo tutte le opinioni, ma penso che queste possano essere reindirizzate senza dover riaprire l’accordo”, ha detto il rappresentante statunitense del commercio Ronald Kirk ai giornalisti in una piccola conferenza stampa dell’Aprile scorso.

L’annuncio non è stato così sorprendente, visto chi aveva assunto Obama per occuparsi del NEC a fianco di Furman: la consulente di direzione Diana Farrell, che aveva lavorato per Rubin alla Goldman Sachs. Nel 2003 la Farrel ha scritto un articolo scellerato nel quale sosteneva che spedire oltremare gli impieghi americani sarebbe stato “tanto vantaggioso per gli Stati Uniti quanto per il paese straniero, e forse anche di più”. A raggiungere Summers, Furman e Farrell al NEC è Froman, che a quel punto era stato incaricato ad una posizione unica: era l’unico consigliere finanziario internazionale di Obama al National Economic Council, impiegato simultaneamente come consigliere delegato alla sicurezza nazionale presso il National Security Council (consiglio di sicurezza nazionale, ndt). La doppia nomina ha concesso a Froman una linea diretta con il presidente, mettendolo nella condizione di coordinare la politica economica internazionale di Obama durante la crisi. Riceverà aiuto da David Lipton, assegnato anche lui ai consigli economici e di sicurezza, che aveva lavorato con Rubin al Tesoro e alla Citigroup, e da Jacob Lew, un ex collega di Rubin alla Citigroup che Obama ha nominato direttore delegato al Dipartimento di Stato perché si concentrasse sulla finanza internazionale.

A capo della Commodity Futures [6] Trading Commission (letteralmente “commissione del commercio dei futures delle merci”, un’agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti, ndt), che dovrebbe regolare il commercio delle merci derivate, Obama ha nominato Gary Gensler, un ex banchiere della Goldman Sachs, che ha lavorato sotto Rubin alla Casa Bianca di Clinton. Gensler ha dato un contributo fondamentale affinché passasse il Commodity Futures Modernization Act del 2000 (“decreto per la modernizzazione dei futures delle merci”, ndt), che ha ostacolato la regolazione di titoli derivati come i CDO e i credit-default swap (CDS [7]), che hanno avuto un ruolo enorme nel crollo economico dello scorso anno. E a capo del potente Ufficio della Gestione del Budget Obama ha nominato Peter Orszag, che era stato il primo direttore dell’Hamilton Project di Rubin. Una volta Orszag ha riassunto in modo succinto l’ideologia del progetto come una sorta di versione liberale della politica economica di Regan: “La competizione del mercato e la globalizzazione generano benefici economici significativi”.

Presa insieme, la serie di incarichi legati a Bob Rubin può rappresentare la più vasta influenza da parte di un uomo di Wall Street nella storia del governo. “Anziché avere un team composto da competitori, hanno un team composto da tanti uomini di Rubin”, dice Steven Clemons, direttore del programma di strategia americana alla New America Foundation (istituto di politica pubblica non-profit e think tank con sede a Washington, ndt). “Questo è evidente nelle decisioni politiche, che hanno resuscitato – ma non riformato – Wall Street.”

Mentre i sostenitori e gli accoliti di Rubin hanno ottenuto posizioni importanti nell’aministrazione di Obama, gli accademici e i progressisti sono stati banditi e reindirizzati a ruoli di quasi inutilità, in alcuni casi addirittura ridicoli. Kornbluh è stata premiata per essere stata l’autrice principale della politica che ha permesso la fulminea crescita di Obama venendo fornita di un casco coloniale e spedita oltreoceano a Parigi, dove ora è l’ambasciatrice americana che nessuno vedrà mai più in televisione presso l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico. Goolsbee, nel frattempo, è stato nominato direttore dello staff dell’Economic Recovery Advisory Board del presidente [PERAB, 8], una specie di discarica per i critici di Wall Street che hanno aiutato Obama durante la campagna elettorale; uno dei più alti esponenti del Partito Democratico chiama questa commissione “Siberia”.

Insieme a Goolsbee, come presidente del gulag noto come PERAB è l’ex capo della Federal Reserve Paul Volcker, che nel Marzo 2008 aveva aiutato il candidato Obama a scrivere un discorso nel quale dichiarava che gli sforzi per la deregolamentazione fatti negli anni ’80 e ’90 hanno “giustificato e persino abbracciato un’etica di avidità, scorciatoie, accordi tra operatori di borsa, tutte cose che hanno sempre minacciato la stabilità a lungo termine del nostro sistema economico”. Quel discorso è stato accolto da applausi estasiati, ma la commissione che Obama ha affidato a Volcker è così sterile che non si è riunita nemmeno una volta dallo scorso Maggio. L’unico progressista alla Casa Bianca, l’economista Jared Bernstein, detiene il titolo altisonante di economista capo e consigliere di politica nazionale – peccato che l’uomo a cui fa consulenza sia Joe Biden, che sembra più interessato in politica estera che nelle riforme finanziarie.

L’importanza di tutti questi incarichi non risiede nel fatto che gli uomini di Wall Street si trovino in una posizione tale da poter garantire favori diretti ai loro precedenti datori di lavoro. Il fatto è che, con una o due eccezioni, offrono nel complesso un microcosmo di quello che il Partito Democratico rappresenta nel 21° secolo. Virtualmente, tutti gli uomini di Rubin assunti per gestire l’economia sotto Obama condividono la stessa filosofia politica fondamentale, attentamente strutturata negli anni dall’Hamilton Project: aumentare la rete di sicurezza per proteggere i poveri, ma lasciare che Wall Street faccia qualunque cosa voglia. “Bob Rubin, questi uomini, sono i classici “liberali in limousine”[9]”, dice David Sirota, un ex stratega dei Democratici. “Sono fondamentalmente persone che hanno fatto montagne di soldi nell’economia speculativa, ma pensano di essere buoni Democratici perché danno qualcosa anche ai poveri. Questo è il modello del Partito Democratico: lasciare che i ricchi facciano le loro cose, ma dare anche una frazione a chiunque altro”. Anche i membri del team economico di Obama che hanno speso la maggior parte della loro vita in uffici pubblici hanno in qualche modo ottenuto piccole ricchezze a Wall Street. Lo zar economico del presidente, Larry Summers, ha ottenuto più di 5.2 milioni di dollari solo nel 2008 come direttore amministrativo dei fondi speculativi D.E. Shaw, e si è intascato altri 2.7 milioni di dollari per seminari a pagamento da parte dei futuri beneficiari della manovra salva-banche, come la Golman Sachs e la Citigroup. Al Tesoro, l’assistente di Geithner Gene Sperling ha guadagnato lo scorso anno la sbalorditiva cirfa di 887.727$, provenienti dalla Goldman Sachs, per aver portato a termine il lodevole compito di “consulenza all’elemosina”. Il collega della Sperling al Tesoro, Mark Patterson, ha ricevuto 637.492$ come lobbista a tempo pieno della Goldman Sachs, e un altro dei principali assistenti di Geithner, Lee Sachs, ha guadagnato più di 3 milioni di dollari lavorando ad un fondo speculativo di New York chiamato Mariner Investment Group. E la lista non è finita qui. Anche il capo dello staff di Obama, Rahm Emanuel, che è stato fuori dal governo per soli 30 mesi della sua vita adulta, è riuscito ad accumulare 18 milioni di dollari durante il periodo di servizio nel settore privato, lavorando con una società di Wall Street chiamata Wasserstein-Perella. Il punto è che un team economico costituito esclusivamente da stupidi milionari incalliti non ha alcun interesse a riformare il sistema che li ha resi ricchi. “Non puoi aspettarti che queste persone facciano qualunque cosa che non sia proteggere Wall Street”, ha detto il rappresentate Cliff Stearns, un Repubblicano della Florida. Questo era evidente già dal primo discorso di Obama al Congresso, quando ha sottolieato l’importanza di portare gli americani a chiedere sempre più prestiti. “Il credito è la linfa vitale dell’economia”, ha dichiarato, promettendo solennemente “la totalità delle forze del governo federale per assicurare che le principali banche a cui si affidano gli americani abbiano abbastanza sicurezza e abbastanza soldi”. Un presidente eletto sulla base di un programma politico incentrato sul cambiamento stava annunciando, con queste parole, che i suoi piani erano di non cambiare assolutamente niente di fondamentale per quanto concerne l’economia. Anziché fare ciò che aveva fatto FDR (Franklin Delano Roosevelt, ndt) durante la grande depressione ed istituire nuove stringenti regole per mettere un freno agli abusi finanziari, Obama ha deciso di istituzionalizzare la linea di condotta, instaurata con fermezza durante gli anni di Bush, di mantenere un numero esiguo di megasocietà molto ricche alle spese di chiunque altro.

Obama non si è sempre attenuto alle regole di Rubin per quel che riguarda la politica economica. Benché sia circondato da un team fortemente contrario alla politica del disavanzo – pareggi di bilancio e riduzione del deficit hanno sempre avuto un ruolo centrale nel pensiero di Rubin – Obama è uscito dal tracciato con un piano di grande incentivo designato per far ripartire l’economia e reindirizzare le perdite di lavoro introdotte dalla crisi del 2008. “Bisogna dargli credito, in questo caso”, ha detto il Senatore Bernie Sanders, sostenitore dell’utilizzo delle risorse governative per risolvere il problema della disoccupazione. “È un atto legislativo molto importante, e 787 miliardi di dollari sono un sacco di soldi”.

Ma qualunque lavoro abbia creato o preservato questo incentivo fino ad ora – 640.329, stando ad un calcolo assurdamente preciso e già smentito dalla Casa Bianca – l’aiuto che Obama ha fornito alla gente comune è stato rimpicciolito in dimensioni e scopo dai soldi dei contribuenti che sono stati trasferiti ai giganti della finanza americana. “Hanno speso 74 miliardi di dollari in detrazioni sui mutui, ma coraggio… guardate quanto hanno dato a Wall Street”, ha detto uno dei principali strateghi dei Democratici. Neil Barofsky, ispettore generale incaricato di sovrintendere al TARP, stima che il costo totale della manovra salva-banche potrebbe arrivare a costare 23.7 trilioni di dollari. E mentre il governo continua a distribuire grosse cifre alle grandi banche, Obama e il suo team di uomini di Rubin non hanno fatto pressoché nulla per riformare un sistema finanziario corrotto, primo responsabile dell’implosione dell’economia globale.

La spinta alla riforma è sembrata partire col piede giusto. Alla Camera (dei Rappresentanti, ndt), l’uomo in carica era Barney Frank, un uomo schietto alla presidenza della House Financial Services Committee (Commissione dei Servizi Finanziari, ndt), che si è fatto notare durante l’ultimo anno di manovre finanziarie dell’amministrazione Bush come un aspro critico di Wall Street. Quando Obama era ancora un Senatore, lui e Frank avevano anche lavorato insieme per introdurre una progetto di legge populista rivolto ai salari dei vertici esecutivi. La scorsa primavera, con l’economia a terra, Frank ha cominciato a prestare particolare attenzione ad una serie di riforme, basate su contributi importanti da parte della Casa Bianca, che inizialmente contenevano alcuni elementi molto buoni. C’erano misure per porre un freno ai prestiti abusivi per mezzo di carte di credito, per prevenire che le banche addebitassero ai clienti tassi eccessivi, per costringere le società finanziate da soldi pubblici a condurre stime di rischio ragionevoli e permettere agli azionisti di votare sui salari dei vertici esecutivi. C’erano addirittura misure volte a dare un giro di vite ai prodotti derivati rischiosi e ad ostacolare società come l’AIG dal poter scegliere i loro “controllori”.

Poi la commissione ha cominciato a lavorare, e le scappatoie hanno iniziato ad apparire.

La più rilevante è arrivata con la proposta di regolamentare i prodotti derivati come i CDS. Anche Gary Gensler, l’ex Goldmanite che Obama ha incaricato di occuparsi della regolamentazione delle merci, stava spingendo per poter rendere più trasparenti questi investimenti normalmente oscuri, consentendo sia ai regolamentatori che agli investitori di identificare in tempi più brevi le bolle speculative. Ma in Agosto, un mese dopo che Gensler era apparso favorevole alla riforma, Geithner lo stroncò diffondendo un articolo di 115 pagine dal titolo “Improvements to Regulation of Over-the-Counter Derivatives Markets” (“Progressi nella regolamentazione ai mercati non regolamentati dei prodotti derivati”, ndt) che richiedeva una sere di detrazioni per i cosiddetti “consumatori finali” – vale a dire tutti i clienti che acquistano prodotti derivati dalle banche come Goldman Sachs e Morgan Stanley. Ancora più sbalorditivo, il progetto di legge di Frank includeva un’esenzione totale per lo scambio di debiti in valute estere – trattasi dello strumento che aveva innescato la catastrofe del Long-Term Capital Management (un hedge fund statunitense, ndt) degli anni ’90.

Posto che i prodotti derivati erano il cuore del disastro finanziario dello scorso anno, la decisione di smantellare la riforma che li riguardava ha portato alcuni legislatori ad urlare al disgusto. Il Senatore Maria Cantwell di Washington ha stimato che circa il 90% dei prodotti derivati rimarranno privi di regolamentazione con le nuove regole, ed ha aggiunto che le nuove leggi renderanno le cose addirittura peggiori. “Le leggi attuali, con le loro scorciatoie, potrebbero davvero essere migliori di queste nuove scappatoie”, ha detto.

Scorciatoie ancora più brevi potrebbero danneggiare in modo più pesante l’economia. Stando al progetto di legge originale, la Securities and Exchange Commission (Commissione per i Titoli e gli Scambi, ndt) e la Commodity Futures Trading Commission avrebbero avuto il potere di interdire qualunque tipo di scambio di credito considerato “nocivo per la stabilità del mercato finanziario”. Quando la commissione aveva finito di occuparsi del progetto di legge di Frank, comunque, la SEC e la CFTC non avevano più alcuna autorità nei confronti dei prodotti derivati abusivi, se non quella di mandare una segnalazione al Congresso. La mossa, in effetti, lascerà campo libero agli stessi CDS che avevano fatto crollare l’AIG.

Perché i Democratici presenti al Congresso, che lavorano a stretto contatto con l’amministrazione Obama, hanno acconsentito a lasciare non regolamentato uno degli strumenti più rischiosi di tutta la finanza, prima ancora che questo argomento potesse essere dibattuto alla Camera? “C’era preoccupazione che un ampio accordo a proibire gli scambi abusivi avrebbe creato disturbo”, ha spiegato Frank.

Disturbo a chi? Certamente non a voi e a me – ma allora di nuovo, la gente comune non sono realmente parte in causa quando si parla di riforma finanziaria. Secondo chi si occupa del processo di modificazione della legge, la commissione di Frank ha inserito scappatoie subendo le pressioni degli “elettori” – termine col quale intendono chiunque “possa permettersi un lobbista”, ha spiegato Michael Greenberger, l’ex capo del commercio al CFTC sotto Clinton.

Questo schema si ripeterà ancora e ancora durante l’autunno. Considerate la parte principale della proposta di riforma di Obama: la tanto propagandata creazione di un’agenzia per la protezione finanziaria del consumatore (Consumer Finance Protection Agency, CFPA, ndt), con l’idea di salvaguardare la povera gente dalle attività abusive delle banche. Così come nel caso del progetto di legge sui prodotti derivati, il dibattito sul CFPA ha finito per essere dominato dagli accordi sulle scorciatoie. Alla fine, non solo Frank ha acconsentito ad esonerare una cosa come 8.000 sulle 8.200 banche nazionali, lasciando la maggior parte dei consumatori senza alcuna tutela, ma ha anche permesso alla commissione di far passare l’esonero attraverso un voto verbale, il che ha consentito ai membri del Congresso di schierarsi a favore delle banche senza attribuire il proprio nome al voto di assenso [10].

Per ottenere l’appoggio dei Democratici conservatori, Frank ha anche rinunciato ad un altro punto in questione, che sembrava una mossa vincente: la richiesta che tutte le banche offrissero i cosiddetti prodotti “plain vanilla” [11], come mutui senza troppi fronzoli, per dare ai consumatori un’alternativa alle operazioni ingannevoli come quelle “full optional”, tipo i prestiti a tasso variabile. Il ribaltamento dell’ultimo minuto di Frank – deciso con il consulto di Geithner – fu una rivelazione involontaria tanto evidente che anche un autore della Reuters, difficilmente considerabile una fonte di estrema sinistra, lo chiamò “l’inizio della fine delle riforme di regolamentazione significative”.

Ma il vero tranello arrivò quando la commissione di Frank si dovette occupare di quella che è nota come “autorità decisionale” – il modo in cui il governo intende dire “chi è responsabile la prossima volta che qualcuno dell’AIG o della Lehman Brothers decide di vaporizzare l’economia?”. La proposta iniziale della commissione aveva una somiglianza impressionante con quella scritta da Geithner poco prima durante l’estate. Un capolavoro di cavilli legislativi, che avrebbe assegnato alla Casa Bianca l’autorità permanente ed illimitata di realizzare future manovre di salvataggio nei confronti delle megasocietà come Citigroup e Bear Stearns.

I Democratici hanno propagandato la manovra come politicamente non controversa, sostenendo che la proposta di legge avrebbe forzato Wall Street a pagare per ogni futura mossa di salvataggio e che “non si faceva uso dei soldi dei contribuenti”. In realtà, queste erano immense balle. Per come era scritta la legge, la Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC, corporazione federale di assicurazioni sui depositi, ndt) si sarebbe sostanzialmente fatta prestare soldi dal Tesoro – cioè dai contribuenti – per tirar fuori dai guai una qualunque delle due dozzine di compagnie nazionali di alta finanza che il presidente ritenesse bisognosa di assistenza governativa. In seguito a questa mossa, il presidente avrebbe imposto una tassa sulle società finanziarie con disponibilità superiori a 10 miliardi di dollari per ripagare il Tesoro entro 60 mesi – a meno che il presidente non decida di non volerlo fare! “Possono permettersi di aspettare un tempo indefinito per restituire i soldi” ha detto il rappresentante della California Brad Sherman, che ha soprannominato l’ultima versione della proposta di legge con il nome di “super TARP”. La nuova autorità sulle manovre di salvataggio ha anche imposto che le future operazioni non avrebbero incluso scambi equi “sotto alcuna forma” – vale a dire che i contribuenti non otterranno niente in cambio per aver sottoscritto gli errori di Wall Street. Ancor più immorale, ha proibito in modo molto chiaro al Congresso di opporsi alle detrazioni fiscali a Wall Street, come era successo lo scorso anno, rimuovendo ogni supervisione delle future manovre. Di fatto, l’autorità decisionale proposta da Frank era un così ovvio pompino con ingoio a Wall Street che ha provocato una ribellione tra i membri della sua stessa commissione, con i giovani Democratici che hanno ingaggiato una focosa battaglia in cui si chiedevano il ripristino della supervisione da parte del Congresso, giustizia per i soldi dei contribuenti e assistenza alle società in passivo di almeno 150 miliardi di dollari. Un altro emendamento per costringere le compagnie con più di 50 miliardi di dollari di attivo a far ricorso a fondi di emergenza è passato con un clamoroso voto di 52 a 17 – con i “no” provenienti da Frank e da tutti gli altri Democratici anziani, fedeli all’amministrazione.

Anche se migliorata dagli emendamenti, l’autorità decisionale può ancora diventare legislativamente rivoluzionaria. La versione del Senato garantisce al presidente un potere illimitato sulle manovre di salvataggio esenti da garanzie di equità, e la versione corretta dalla Camera istituzionalizza un sistema che si basa sul supporto dei contribuenti per le 20-25 banche più importanti del paese. Sostanzialmente conferirà l’immortalità economica alle poche supersocietà, le quali si impadroniranno di fette di mercato sempre più grandi, mano a mano che i soldi diventeranno sempre più facili da ottenere in prestito (dopo tutto, chi non concederebbe prestiti ad una compagnia stabilmente supportata dal governo federale?). Inoltre formalizzerà il ruolo del governo nell’economia globale, rendendo l’appoggio del presidente un passaggio fondamentale per la strategia di qualunque grande società. “Se questa proposta dovesse passare, la prima cosa che faranno queste società sarà chiedersi: ‘Come possiamo assicurarci che uno dei nostri membri esecutivi diventi assistente del Segretario del Tesoro?'” ha detto Sherman.

Dal punto di vista del Senato, la riforma finanziaria deve ancora superare il processo di modificazione, ma ci sono tutte le ragioni di credere che la versione finale sarà moderata come quella della Camera, quando verrà il momento di votare. Il provvedimento originale, scritto dal presidente della Commissione del Senato per gli affari Christopher Dodd è sorprendentemente dura con Wall Street – un fatto che quasi tutti attribuiscono alla disperazione di Dodd, che vuole liberarsi dalla pessima fama che si è fatto accettando un mutuo a condizioni di favore dal famoso Countrywide. “Ha dovuto imporre una mossa minacciosa nei confronti di Wall Street a causa dei suoi problemi personali”, ha detto l’assistente di un Senatore Democratico. “È per questo che la bozza parte in modo così duro”.

L’assistente fa una pausa. “La domanda, tuttavia, è: come diventerà alla fine?”.

Ha ragione: questa è la domanda giusta. Perché funziona così: tutte le grandi riforme finiscono per essere smantellate pezzo per pezzo, mano a mano che attraversano il processo di modificazione da parte della commissione, finché non ne rimane niente a parte le eccezioni. Ad esempio, una manovra che avrebbe imposto alle compagnie finanziarie una maggiore responsabilità verso gli azionisti, attraverso l’elezione su base annua dell’intero consiglio d’amministrazione, è già stata mitigata per preservare il sistema attuale di voti scaglionati. In altri casi, che riguardano il Senato, le scappatoie sono state inserite addirittura prima che il dibattito avesse inizio: la proposta di legge di Dodd comprendeva fin dal principio la detrazione per gli scambi in valuta estera – un regalo a Wall Street che nel caso della proposta di Frank era apparsa solo nel corso delle udienze.

Il rifiuto della Casa Bianca a spingere per vere e proprie riforme è in totale contrasto con ciò che dovrebbe fare. Erano rimasti solo il rappresentante Paul Kanjorski alla Camera e Bernie Sanders al Senato a proporre leggi per smantellare le cosiddette banche “troppo importanti per fallire”. Entrambe le mozioni avrebbero conferito al Congresso il potere di demolire quegli pseudo-monopoli che controllano praticamente tutto il mercato dei prodotti derivati (Goldman Sachs, Citigroup, Chase, Morgan Stanley e Bank of America controllano il 95% dei 290 trilioni di dollari non regolamentati) e il mercato dei prestiti ai consumatori (Citigroup, Chase, Bank of America e Wells Fargo forniscono uno su due prestiti e due su tre carte di credito). Il 18 Novembre, in una manovra che ha dimostrato quanto i Democratici stessero diventando nervosi circa la crescente indignazione per il tradimento ai danni dei contribuenti, la commissione di Barney Frank ha approvato la mozione di Kanjorski. “È un inizio”, ha dichiarato Kanjorski speranzoso. “Ci stiamo arrivando”. Ma anche se il Senato si muovesse in tal senso, le grandi banche potrebbero ugualmente sopravvivere – a seconda di chi verrà incaricato dal presidente di sedere nel nuovo consiglio di regolamentazione imposto dalla legge. Una commissione di sorveglianza composta da membri esecutivi tra quelli sostenuti da Obama fino ad ora, provenienti dalla Citigroup e dalla Goldman Sachs, difficilmente diventerà una grossa minaccia alla concentrazione della ricchezza. E viste le previsioni sulle nuove manovre di salvataggio, che forniranno alle mega-banche un vantaggio rispetto a quelle più piccole (quelle che Paul Volcker chiama “troppo piccole per essere salvate”), la conseguente impossibilità di smantellamento si qualifica come una decisione politica di enorme portata, con conseguenze potenzialmente disastrose.

“Dovrebbero fare quello che ha fatto Teddy Roosevelt”, dichiara Sanders. “Dovrebbero mandare in rovina i trust”.

Questo non succederà molto presto. Ma in tempi brevi Obama dovrebbe fare un passo indietro verso il buon senso facendo una mossa attesa da lungo tempo: licenziare Geithner. Non solo le impronte digitali del secchione e capellone del Tesoro si trovano virtualmente sui più evidenti tradimenti della nuova riforma, ma egli è un simbolo vivente della cancrena degli uomini di Rubin che sta lentamente avanzando lungo la gamba di questa amministrazione. Mettere Geithner con le spalle al muro e sostituirlo quantomeno con un essere umano che non sia stato recentemente impiegato in una mega-banca di Wall Street sarebbe un ottimo passo per dimostrare che Obama stava ascoltando durante le ultime elezioni. E mentre alcuni pensano che Geithner se ne stia per andare – “deve andarsene a breve”, dice uno degli strateghi dei Democratici – al momento il presidente sta lasciando ancora il campo a Wall Street.

È mattina, siamo alla National Mall, il 5 di Novembre. Ad un anno dal giorno in cui Obama chiamò Michael Froman a far parte del suo team di transizione, la sua “opposizione” politica è scesa in piazza. Sono arrivati Repubblicani conservatori dai 50 stati, un’orda di persone bianche di mezza età, accigliate ed incazzate, con i loro stupidi cartelloni nelle mani, pronti alla battaglia culturale. Sono qui per protestare contro la legge “socialista” di Obama sulla sanità – quella che anche un gruppo sanguisuga e capitalista come Big Pharma ha sostenuto con 150 milioni di dollari.

Questi conservatori non lo sanno, però. Tutto quello che sanno è che un grande programma governativo potrebbe utilizzare i soldi provenienti dalle tasse per pagare le spese mediche degli immigrati Domenicani in rapida moltiplicazione. Quindi lo odiano. Sono anche di buon umore, sapendo che, alle elezioni di qualche giorno prima, persone come loro avevano preso parte all’estromissione di svariati Democratici alleati di Obama, incluso il governatore del New Jersey che era stato l’ex amministratore delegato della Goldman Sachs (Jon Stevens Corzine, ndt). Un cartello sollevato dai contestatori del New Jersey riporta l’ammonimento: “Se voti per la cura-Obama, noi ti diamo Corzine”.

Avvicino una donna che si chiama Pat Defillipis, viene da Toms River nel New Jersey, le chiedo perché si trovi qui. “Per protestare contro la sanità”, risponde. “E poi l’indulto. Sai, l’indulto sull’immigrazione”.

Le chiedo se è a conoscenza del fatto che è in corso un’importante udienza alla Camera proprio oggi, durante la quale la commissione di Barney Frank sta facendo approvare una legge per riformare il sistema di regolamentazione finanziario. Lei si ricorda del nome di Frank, ma il resto della domanda la lascia immobile a guardarmi come se fossi un alieno.

“Le interessa qualcosa della regolamentazione economica?” le chiedo. “C’è stata una sorta di enorme collasso economico lo scorso anno. Ha un’idea di come si possa risolvere la questione?”

“Dobbiamo diminuire le spese”, risponde. “Non possiamo permettercele”.

“Ma cosa dobbiamo fare circa le regole che governano Wall Street…”.

Si allontana. Non gliene frega niente. Le persone come Pat non ne sono consapevoli, ma sono i migliori amici che Obama possa avere. Lo odiano, certo, ma non lo odiano per nessuna delle ragioni che avrebbero senso. Quando si va a scavare, la maggior parte di loro odia il presidente per le solite ragioni che li portano ad odiare i “liberali”: perché usa paroloni, non crede nell’inferno e non impazzisce alla vista di due omosessuali che si tengono mano nella mano. Inoltre, ovviamente, è di colore, e non è nato negli Stati Uniti, ed è sposato con una donna che odia segretamente il nostro paese.

Questi sono gli elettori su cui può contare la banda di Obama a Wall Street: degli idioti. Persone i cui voti non dipendono da quale partito in carica gli assicuri un lavoro o li protegga dai delinquenti dell’economia, ma da quale segnale culturale venga esibito in televisione dal candidato. La riforma della finanza è stata per Obama quello che le bare della guerra in Iraq sono state per Bush: qualcosa da cui tenersi accuratamente lontano.

Nello stesso momento in cui la riforma della finanza veniva mitigata al Congresso per ordine del suo segretario del Tesoro, Obama stava andando a chiedere un po’ di soldi a Wall Street. Il 20 Ottobre il presidente si è recato al Mandarin Oriental Hotel di New York e ha parlato a circa 200 tra finanzieri e magnati della finanza, ognuno dei quali ha corrisposto il massimo contributo possibile pari a 30.400 $ al Partito Democratico. Ma uno degli organizzatori dell’evento, Daniel Fass, ha annunciato in anticipo che il sostegno al presidente sarebbe potuto essere inferiore a quanto atteso – società salvate dalla manovra governativa come Morgan Chase e Goldman Sachs avrebbero dovuto contribuire all’evento con una somma di 91.000 $ – perché i banchieri erano stanchi di venire ammoniti per i propri misfatti.

“La comunità degli investimenti si sente molto bistrattata”, ha spiegato Fass. “Hanno la sensazione che non ci sia ragione per cui non dovrebbero guadagnare 1 milione o 200 milioni di dollari all’anno, e non vogliono essere ritenuti responsabili della catastrofe finanziaria globale”.

Questo ha senso. Cazzo, chi può dare la colpa alla comunità degli investimenti per il crollo finanziario? Che idioti siamo per far ricadere una cosa del genere su di loro?

Queste sono le persone che lavorano per l’amministrazione di Obama, cosa che rende assolutamente non sorprendente il fatto che non stiamo ottenendo alcuna riforma per l’industria della finanza. Non c’è altro modo di dirlo: Barack Obama, un talento politico che capita una volta in una generazione, la cui aggraziata conquista sul pericolo razziale lungo la strada verso la Casa Bianca ha ispirato il mondo intero, per qualche ragione sta permettendo alla sua presidenza di venire depredata da piagnucolanti, mediocri pezzi di merda. Anziché dominare Wall Street, Obama se n’è lasciato sedurre, abbandonando anche il suo consigliere di campagna elettorale, ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, preoccupato dall'”azzardo morale” che si stava insinuando nella sua amministrazione.

“Il pericolo evidente è che, col passare del tempo, chi correrà dei rischi verrà incoraggiato, mentre ci si opporrà agli sforzi fatti verso la moderazione”, ha dichiarato Volcker al Congresso in Settembre, esprimendo i suoi timori circa le scappatoie dalla regolamentazione presenti nella proposta di Frank. “In definitiva, la possibilità di crisi future – anche maggiori – crescerà”.

Ciò che è più avvilente è che non sappiamo se Obama sia cambiato, o se l’influenza di Wall Street sia semplicemente un elemento fondamentale e inestirpabile del nostro sistema elettorale. Ciò che sappiamo è che Barack Obama ci ha frodati [12]. Se si fosse trattato di qualunque altro politico, non ne saremmo particolarmente sorpresi. Forse è colpa nostra, per aver pensato che lui fosse diverso.

Matt Taibbi
Fonte: http://www.rollingstone.com
Link: http://www.rollingstone.com/politics/story/31234647/obamas_big_sellout
9.12.2009

Traduzione per http://www.comedonchisciiotte.org a cura di ELISA NICHELLI

NOTE A CURA DEL TRADUTTORE

[1] dall’originale “trickle-up”, in economia un processo che, avvantaggiando i poveri, ad esempio attraverso piccoli prestiti, da una spinta alla produttività della società, portando benefici ai ricchi.
[2] dall’espressione inglese “lame duck”, si riferisce ad un uomo politico che, malgrado occupi ancora una carica istituzionale elettiva, non sia ritenuto del tutto in grado di esercitare il relativo potere politico.
[3] anche detto Banking Act, è una legge del 1993 che ha introdotto varie riforme bancarie, con l’intento di controllare le speculazioni.
[4] si considera strumento derivato ogni contratto o titolo il cui prezzo è basato sul valore di mercato di altri titoli.
[5] un organismo o un gruppo, tendenzialmente indipendente dalle forze politiche, che si occupa di analisi delle politiche pubbliche.
[6] contratti a termine standardizzati per poter essere negoziati facilmente in Borsa.
[7] lo swap in finanza è uno strumento derivato e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti. I CDS hanno la funzione di trasferire l’esposizione creditizia di prodotti a reddito fisso tra le parti.
[8] President’s Economic Recovery Advisory Board, una commissione di esperti non governativi dalla finanza, dal mondo del lavoro e dall’università creato da Obama il 6 Febbraio 2009.
[9] nel testo originale “limousine liberal”, termine dispregiativo usato dagli statunitensi per definire il politico liberale e ipocrita, che richiama l’attenzione sull’uso dei mezzi pubblici, salvo poi fare uso di limousine e jet privati.
[10] “Aye”, nel testo originale, è una forma che significa “sì”, o anche – come nel contesto – “voto favorevole”.
[11] in finanza, è un termine che indica uno strumento derivato relativamente semplice, solitamente si tratta di opzioni, bond, futures e swap.
[12] nel testo originale “pulled a bait-and-switch on us” letteralmente “ci ha attirati con il metodo dell’articolo civetta”.

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