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Archive for the ‘GUERRE’ Category

Eroi senza medaglie

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

di Sigfrido Ranucci, a cura di Maurizio Torrealta
Tratto da RaiNews24 www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=62654  

Una nuova inchiesta di Rai News 24, sui motivi del mancato assegnamento delle medaglie d’oro ai caduti di Nassiriya che in tanti avevano invece annunciato all’indomani della strage
Quegli eroi, la cui morte aveva commosso tutto il Paese, morti per lo Stato Italiano, sono rimasti senza il massimo riconoscimento per un militare. 
Nell’inchiesta emerge anche che alcuni tra i militari italiani morti nella strage di Nassiriya, del 12 novembre del 2003, sono morti a causa dell’esplosione della riservetta posta davanti alla base “Maestrale”. Nei corpi di alcuni dei soldati sono stati trovati proiettili appartenenti ai reparti italiani esplosi in seguito all’attentato terroristico. Secondo le norme di sicurezza il deposito di armi doveva essere posto al riparo da eventuali attacchi.

Tutto questo viene denunciato nell’ inchiesta di Rai News24, realizzata da Sigfrido Ranucci e a cura di Maurizio Torrealta, in onda giovedì 29 giugno sul canale satellitare e su Rai 3 alle ore 7,40. 
Nel documento, realizzato dall’inviato Sigfrido Ranucci, viene mostrato un filmato inedito dove si vede la base attaccata e si odono chiaramente i colpi impazziti provenienti dalla riservetta che esplodono per una decina di minuti. Il legale della famiglia di Alessandro Carrisi, il caporale scelto dell’esercito morto a Nassiriya, Francesca Conte ha dichiarato che il suo assistito è morto proprio a causa dell’esplosione della riservetta e che probabilmente anche altri ragazzi potrebbero essere morti per lo stesso motivo. 
L’ex maresciallo Domenico Leggiero, responsabile del Comparto difesa dell’osservatorio militare ha mostrato a Rai News 24 delle foto inedite scattate immediatamente dopo la strage, e ha detto “che se fossero state rispettate le norme di sicurezza, probabilmente il numero dei morti non sarebbe stato così alto”.

La procura militare sta indagando da tempo su queste vicende e sta accertando eventuali carenze nella sicurezza della base. Sul tavolo del procuratore Antonino Intelisano ci sono due rapporti: quello del generale dell’Esercito Antonio Quintana, l’altro del generale dei Carabinieri Virgilio Chirieleison. In entrambi è sottolineato il comportamento esemplare dei militari che hanno risposto al fuoco appena avuta la percezione del pericolo. Ma se nel rapporto dei carabinieri la base risulta adeguatamente protetta, in quello dell’esercito emergono rilievi sulla gestione della sicurezza. Nel filmato è documentata, con immagini inedite girate dal giornalista Fabrizio Feo, anche la difesa di una base italiana a Kabul nel 2003. L ‘inviato Sigfrido Ranucci nel corso dell’inchiesta ha raccolto la denuncia di alcuni dei familiari delle vittime dell’attentato, indignati per il mancato riconoscimento della medaglia d’oro al valor militare ai propri cari caduti a Nassiriya e soprattutto dal fatto che non stati mai informati dalle precedenti istituzioni sui motivi ufficiali per i quali non è stata assegnato il massimo riconoscimento militare.

Dall’inchiesta e dalle interviste all’ on. Ignazio La Russa e all’ ex ministro Maurizio Gasparri emerge chiaramente che il motivo per cui la medaglia d’oro non è stata assegnata alle vittime di Nassiriya e’ perché la missione italiana è inquadrata nell’ambito di un intervento umanitario. ” Se è questo il motivo” – ha detto Morris Carrisi, fratello di Alessandro – allora vuol dire che mio fratello l’hanno ucciso due volte, la prima con l’attentato, la seconda per l’ipocrisia della gente”.

Posted in GUERRE | Commenti disabilitati su Eroi senza medaglie

La distruzione dell’Afghanistan

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

di Antonella Randazzo

Da molti anni le autorità anglo-americane si accaniscono in maniera crudele e spietata contro l’Afghanistan. Già nel 1919, gli inglesi fecero guerra all’Afghanistan per poter continuare ad imporre il proprio dominio. Quell’anno la resistenza afgana, guidata da Amanullah Khan, riuscì a prevalere e a rendere il paese indipendente. Iniziò una fase di riforme e cambiamenti. Furono realizzati sistemi d’irrigazione, costruite nuove strade e scuole, e venne abolito l’obbligo di portare il velo. Per molti anni gli inglesi e gli americani cercarono di imporre un controllo indiretto, finanziando governi conservatori. Negli anni Settanta diventò più difficile controllare l’Afghanistan perché il paese tendeva a laicizzarsi e a realizzare una maggiore libertà e indipendenza. Invano le autorità statunitensi foraggiavano bande di estremisti religiosi, che avevano il compito di opporsi alle riforme.  

Una svolta importante si ebbe nel 1978, quando il Partito Democratico del Popolo afghano (PDPA) iniziò la “rivoluzione d’aprile” e fondò la Repubblica Democratica dell’Afghanistan, sotto la guida di Nur Muhammad Taraki.
Gli Usa cercarono di far credere che il nuovo governo era un governo fantoccio dell’Urss, per poterlo abbattere. Ma ciò non era vero, come spiegarono il New York Times e il Washington Post, che riferirono che il nuovo governo era sostenuto dalla maggioranza degli afgani, e che “la lealtà degli afgani verso il governo è fuor di dubbio”.[1]
Il governo di Taraki attuò riforme sociali importanti: iniziò una campagna per l’alfabetizzazione e introdusse l’assistenza medica gratuita per tutti. Inoltre, abolì il potere feudale nelle campagne, introdusse la libertà di religione e l’uguaglianza fra uomini e donne. Parecchie persone beneficiarono di questi cambiamenti, ad esempio, Saira Noorani racconta:

Ogni ragazza poteva andare alle scuole superiori e all’università. Potevamo andare dove volevamo e vestirci come ci pareva… Potevamo frequentare i caffè, e il venerdì andavamo al cinema a vedere gli ultimi film indiani e ascoltare gli ultimi successi della musica hindi… Tutto è cominciato ad andare storto quando i mujaheddin hanno iniziato a vincere… Uccidevano gli insegnanti e bruciavano le scuole… Eravamo terrorizzate. Era comico e nel contempo triste pensare che quelle erano le persone che erano state sostenute dall’Occidente.[2]

Il governo afgano veniva continuamente minacciato dagli Usa, e per questo chiese all’Urss di essere aiutato militarmente. Le autorità americane volevano intervenire prima possibile per abbattere il legittimo governo afgano. Anni dopo, lo stesso Zbigniew Brzezinski[3],  Consigliere per la Sicurezza Nazionale , confessò a Le Nouvel Observateur del 15 gennaio del 1998, che gli Usa avevano attuato in Afghanistan una serie di operazioni di sostegno dei mujaheddin, per alzare le probabilità di un intervento russo:

Secondo la versione ufficiale della faccenda, gli aiuti ai mujaheddin da parte della Cia sono cominciati durante il 1980, ovvero, dopo che l’armata rossa aveva cominciato l’invasione dell’Afghanistan il 24 Dicembre 1979. La realtà, rimasta fino ad oggi strettamente celata, è completamente diversa: è stato il 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filo sovietico di Kabul.

Quello stesso giorno ho scritto una nota al presidente nella quale si spiegava che a mio parere quell’aiuto avrebbe determinato un intervento armato dell’unione sovietica in Afghanistan.

(…) Non abbiamo spinto i russi ad intervenire, ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilità di un loro intervento… Il ruolo fondamentale è svolto dai servizi segreti pakistani (ISI) che ricevono intelligence e finanziamenti da USA e Arabia Saudita ( sono questi gli anni dell’alleanza economica tra la famiglia Bush e la famiglia saudita dei bin Laden, al cui proposito torneremo in seguito). L’ISI gestisce autonomamente i fondi americani e la guerra contro la Russia non viene presentata al popolo afgano e ai volontari stranieri (che d’ora in poi chiameremo arabi-afgani) come una guerra pro-America, ma come una jihad islamica contro gli infedeli comunisti. I pochi ufficiali, che in realtà erano a conoscenza del vero ruolo americano, lo hanno silenziosamente accettato, pur di abbattere l’allora principale nemico russo.[4]

A partire dal luglio del 1979, la Cia iniziò ad organizzare l’esercito dei mujaheddin, per poter fare una grande guerra per procura, sul modello di quella organizzata nel Laos negli anni Sessanta e Settanta.
La Cia preparò manuali operativi su cui si dovevano basare le nuove tecniche di arruolamento. Occorrevano ferventi predicatori, che convincessero molti giovani che Dio stesso li stava chiamando a combattere contro gli “invasori” russi. La paga era misera, all’incirca 10-20 dollari al mese, ma il premio ultraterreno oltremodo generoso: il paradiso. In un misto di inganno, mistificazione e licenza di commettere crimini, vennero addestrati centinaia di migliaia di combattenti per la jihad americana.

I capi mujaheddin erano fanatici, spietati e sanguinari, e ricevevano grosse somme dalla Cia per arruolare e addestrare. Uno di loro, Gulbuddin Hekmatyar, nel 1986, venne invitato a Londra, e in quell’occasione il Primo ministro inglese Margareth Thatcher lo definì “combattente per la libertà”.[5]
Gli Usa si valsero del governo pakistano e dei suoi servizi segreti (Isi), organizzati dalla Cia, per addestrare 100.000 militanti islamici, fra il 1982 e il 1992. Crearono i combattenti mujaheddin, che utilizzarono in numerose guerre. Grazie ad infiltrati e ai servizi segreti, scatenarono un conflitto fra i diversi gruppi afgani e formarono gruppi di mercenari combattenti affinché mettessero in difficoltà il governo afgano. Robert Gates, direttore della Cia in quel periodo, nel suo libro From the Shadows, parlò delle operazioni segrete degli Usa in Afghanistan nel 1979. La Cia non si limitò a destabilizzare, ma pagò milioni di dollari affinché fosse rafforzato l’estremismo. Le autorità americane fecero pubblicare e diffondere nelle scuole molti libri che inneggiavano all’odio contro l’Occidente. A questo proposito, così scrisse il Washington Post del 23 marzo 2002:

Questi manuali zeppi di riferimenti al Jihad e di immagini di fucili, proiettili, soldati e mine sono alla base del programma scolastico nazionale. Anche i talebani hanno usato i libri pubblicati con i soldi americani (…). (libri che ) Hanno fomentato la violenza in un’intera generazione.[6]

Il fanatismo e la violenza fomentati dagli Usa scatenarono in Afghanistan, negli anni Novanta, una guerra civile. I Talebani, nel 1994 divennero la formazione politico-militare più forte, e alla fine degli anni Novanta sottomisero il paese all’estremismo religioso più violento e disumano.  Nel 1996 si impadronirono di Kabul grazie all’aiuto della società petrolifera americana Unocal (Union Oil of California), della Cia e dei servizi segreti pakistani. Dal gennaio del 1980, gli Usa sostennero economicamente e militarmente il Pakistan, allo scopo di bloccare l’avanzata dell’Urss in Afghanistan. Nel 1987 gli Usa avevano dato alla guerriglia circa 65000 tonnellate di armi e aiuti economici fino a 470 milioni di dollari. L’Isi assunse ben 150.000 persone, grazie ai dollari americani, e costruì un’organizzazione segreta efficiente e potente, che finanziava cellule di al Qaeda ovunque. Nel 1989 le truppe sovietiche furono costrette al ritiro. Questa sconfitta contribuirà alla futura dissoluzione dell’Urss, che era uno degli obiettivi dell’élite americana.

Il mondo assistette ignaro ai cambiamenti drammatici in atto in Afghanistan: nel 1993 era ormai un paese distrutto. Sarà diviso in diverse zone di influenza. Il Pakistan, grande produttore di oppio, voleva incrementare la produzione e il controllo di questa droga, e creò in Afghanistan grandi piantagioni di oppio. La Cia approvò pienamente il progetto e l’Afghanistan diventò uno dei maggiori produttori di oppio.[7]
Dal 1994 al 1998 il sostegno Usa ai Talebani fu totale, e in cambio chiedevano la tutela dei loro interessi strategici ed economici in quell’area. Dal 1999 al 2000 il sostegno non era più totale, perché i Talebani non obbedivano ciecamente a Washington e non riuscivano a sottomettere la popolazione.
La Unocal voleva realizzare un oleodotto che arrivasse fino al Pakistan, passando attraverso il Turkmenistan e l’Afghanistan. Nell’estate del 1998 iniziò la costruzione, ma già nell’agosto i lavori si interruppero e la Unocal uscì dal Centgas, il consorzio creato per la costruzione delle condutture. Il progetto fallì per diversi motivi, soprattutto per la difficoltà a mantenere la sicurezza. Il Business Recorder del 24 marzo del 2000 scrisse:

Secondo quanto confidato al nostro giornale da fonti attendibili, la società americana (Unocal) starebbe trattando con le autorità locali perché venga garantita la sicurezza del suo personale impegnato sul suolo afgano. Un’operazione curiosa, quella dell’azienda, dato che l’Afghanistan, considerato un fiancheggiatore del terrorismo, è oggetto di pesanti sanzioni da parte delle Nazioni Unite.

I rapporti fra gli Usa e i Talebani diventarono a dir poco ambigui e strani.  La Enron stabilì stretti legami con i Talebani per realizzare un oleodotto. Il paradosso fu che mentre Clinton bombardava l’Afghanistan, come presunto covo di bin Laden, la Enron foraggiava i talebani. Ufficialmente, già nel 1996, Osama bin Laden aveva trovato rifugio in Afghanistan e nell’agosto aveva iniziato la cosiddetta “guerra all’America”. Nel novembre di quell’anno si ebbe un attentato terroristico in Arabia Saudita, che fece diciannove morti. Anche gli attentati del 23 febbraio del 1993 contro il World Trade Center, che uccisero 6 persone e ne ferirono più di 300, e del 1995 a Riad, furono collegati alla rete di bin Laden, ma come nulla fosse la Unocal e la Enron facevano affari con i Talebani. Nel 2000 si hanno prove di sostegno ai Talebani tramite l’Isi. Quindi, gli Usa, mentre ufficialmente criminalizzavano i Talebani, di nascosto li finanziavano e facevano affari con loro. I media parlavano di una rottura fra i Talebani e gli Usa, e di una conseguente “guerra terroristica” iniziata dai Talebani delusi dagli Usa.

Le autorità statunitensi iniziarono nel 2000 ad attuare misure contro l’Afghanistan. Il Toronto Sun scriveva il 4 dicembre del 2000: “Gli Stati Uniti misero in atto, contro l’Afghanistan devastato dalla guerra un embargo punitivo stile Iraq, in un momento in cui buona parte dei diciotto milioni di abitanti del paese era senza tetto e stava morendo di fame”.[8]
L’embargo e le operazioni militari degli Usa avevano lo scopo di distruggere e piegare il paese, in modo tale da poterlo controllare. L’embargo colpiva la gente comune, e non i Talebani. Morirono almeno tre milioni di persone, di cui moltissimi erano bambini. In Afghanistan gli americani stavano praticando gli stessi metodi di sterminio dei civili praticati in Vietnam, in Cambogia, in Iraq e in molti altri paesi. Non c’erano prove certe che i Talebani fossero in contrasto con le volontà americane. Nel luglio del 2001 Christina Rocca, vicesegretario di Stato americano per l’Asia meridionale, annunciò che quarantatré milioni di dollari sarebbero stati dati ai Talebani. La motivazione era quella degli aiuti umanitari, ma i Talebani non erano tenuti a dare un rendiconto di cosa avrebbero fatto con tale somma.

Nei giorni successivi all’11 settembre, Bush si prodigò a dimostrare che i Talebani erano nemici, arrivando addirittura a parlare di un’operazione per abbattere il regime talebano. Il piano, che era stato delineato nella “Direttiva presidenziale per la sicurezza nazionale”,  sosteneva interventi militari, diplomatici e di intelligence per lottare contro al Qaeda. In realtà si trattava di un’invasione progettata già dal 1997.[9] 
Dopo l’11 settembre Bush si sentiva di avere mano libera per agire ovunque. Il 7 ottobre del 2001 gli Usa iniziarono a bombardare l’Afghanistan, uccidendo migliaia di persone inermi e costringendo altre migliaia di persone a morire di fame a causa della difficoltà ad avere gli aiuti umanitari su cui si basava la loro esistenza. Dal 7 ottobre e il 10 dicembre morirono, sotto le bombe americane, 3.767 civili, in media 62 morti innocenti al giorno.[10]

Successivamente l’Onu, con la risoluzione n. 1368 ha legittimato la guerra, e dall’agosto del 2003 è intervenuta la Nato.
L’intervento bellico del 2001 si concluse due mesi dopo, con la caduta dei Talebani. Gli Usa volevano ripristinare la produzione di droga, che era precipitata in seguito agli accordi che i Talebani avevano stipulato con l’Onu nel 2000. L ‘Onu aveva imposto il divieto di coltivazione del papavero. Con la vittoria degli Usa la produzione di droga, dall’1,4% (2001) della produzione mondiale, salì al 78% (2003).  Raggiunse quasi i livelli record del 1999 (79%). Gli Usa misero al governo Hamid Karzai, un ex agente della Cia, che aveva lavorato in Afghanistan nel periodo in cui la Unocal stava trattando con i Talebani per la costruzione dell’oleodotto.

Anche oggi i rapporti fra le autorità americane e Talebani sono a dir poco inquietanti. I mass media creano sempre più confusione sulla situazione afgana, per nascondere la verità. Alcune fonti[11] sostengono che i Talebani traggono profitti dai raccolti di oppio, mentre altre fonti[12] sostengono che è la Cia a coordinare la produzione e lo smercio internazionale dell’eroina. Il commercio di droga è terzo per la quantità di profitti (dopo il petrolio e la vendita di armi). E’ un settore di massima importanza per la criminalità organizzata e per i servizi segreti americani. La Cia finanzia le sue numerose guerre per procura anche grazie ai proventi di questo traffico, e accresce il suo potere finanziario con investimenti nelle numerose banche compiacenti. Alla luce di questo si comprende che l’economia della droga ha dei padroni molto potenti, che basano il loro potere sulla supremazia militare mondiale e sul lavoro dell’intelligence. E’ facile capire che non si tratta dei Talebani.  

Gli stessi americani sostengono che i Talebani si autofinanziano grazie al traffico di droga. Ma il traffico di oppio, in Afghanistan, è controllato dai Signori della guerra, che sono a loro volta controllati dal governo Karzai (che è controllato dalla Cia). Poco tempo fa emerse una lista di nomi dei Signori della guerra che controllano il traffico di droga. La lista venne immediatamente insabbiata perché c’era anche il nome del fratello di Karzai.

Siamo proprio sicuri che siano un gruppo di Talebani i nemici da combattere? Dai fatti non si direbbe. Attraverso l’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale (Usaid), le autorità americane finanziano gruppi di estremisti islamici, che operano, oltre che in Afghanistan, anche in Egitto e in Pakistan. Ufficialmente l’Usaid sarebbe un’organizzazione benefica, ma sono emerse numerose prove e testimonianze dell’aiuto finanziario che fornisce ai Talebani. In diversi casi è emerso che i Talebani sono stati protetti dai servizi segreti statunitensi. Il comandante delle truppe Isaf, il britannico David Richards, che aveva individuato una strategia per isolare i Talebani dalla popolazione, nel febbraio scorso è stato immediatamente sostituito con il generale americano Dan McNeil.

I Talebani sarebbero riforniti ed equipaggiati sul territorio pakistano, come avveniva al tempo della guerra contro l’Urss,  e sarebbero persino aiutati dal governo di Islamabad, con 2.500 esperti combattenti. Ma il governo pakistano è controllato, attraverso l’Isi dalla Cia. Ufficialmente, il governo di Pervez Musharraf è al fianco di Bush e contro i Talebani, ma in segreto aiuta ad armare e addestrare i terroristi, controllato dalla Cia, com’è sempre avvenuto.
I Signori della guerra non sono altro che l’85% dei parlamentari afgani, eletti con brogli, intimidazioni e irregolarità di vario genere. Le stesse persone, che siedono in Parlamento o che lavorano per il governo, si occupano del traffico di oppio. I Signori della guerra, nel periodo fra il 1992 e il 1996, hanno massacrato decine di migliaia di civili. Soltanto a Kabul vennero massacrati 65mila civili. Nessuno ha pagato per quei crimini, e molti responsabili oggi siedono in parlamento o governano. Questa situazione è stata denunciata anche dalla parlamentare Malalai Joya, che per questo è stata minacciata di morte. 

Nel 2006 sono state prodotte 6.100 tonnellate di oppio. Le coltivazioni interessano almeno 164.700 ettari e permettono di produrre il 90% del fabbisogno mondiale.
Prima che arrivasse la Cia , in Afghanistan e in Pakistan non esisteva la produzione di eroina, ma soltanto una modesta produzione di oppio. Dopo l’intervento americano i due paesi divennero i maggiori esportatori di oppio e di eroina.
Le morti per eroina negli Usa, negli anni Novanta, aumentarono del 100%, e in Pakistan, dove prima della guerra c’erano pochissimi tossicodipendenti, dopo la guerra diventarono 1,7 milioni. In un rapporto del Drug Control Program delle Nazioni Unite (Unidcp), pubblicato nel 2001, viene tradotto in cifre l’aumento notevole della produzione di oppio in Afghanistan: nel 1980 ne veniva prodotto appena il 5% della produzione mondiale, mentre nel 1990 se ne produceva il 70%. La società e l’economia afghana vennero devastate dalla massiccia militarizzazione e dalla cultura della droga, che ormai aveva assorbito gran parte delle coltivazioni.

La Costituzione afgana è stata redatta dagli occupanti, e presenta paradossali ambiguità: in teoria riconosce i diritti umani, politici e civili e la parità tra uomini e donne, ma in realtà non impedisce la pena di morte, la lapidazione e i “reati” religiosi. 
Nel 2006 i media si occuparono in modo serrato del caso di Abdul Rahman, condannato a morte perché si era convertito al cristianesimo. Ma nessuno diceva che ciò era legale perché previsto dalle leggi afgane, che sono state elaborate dagli americani e scritte dapprima in inglese. Le leggi imposte all’Afghanistan dalle autorità americane prevedono la pena di morte per chi rinnega la religione islamica. Ciò significa che il sistema di oppressione dell’estremismo religioso islamico è stato imposto agli afgani dagli occupanti per meglio controllare e vessare la popolazione. Hanno utilizzato la religione per opprimere il popolo, in modo tale che fosse più facile sottometterlo. In Occidente, invece, passa il messaggio errato che queste tradizioni siano volute dal paese, come se tutti i cittadini afgani fossero felici che la loro libertà venga limitata da una religione oppressiva. E come se il processo di laicizzazione non fosse stato bloccato dagli occupanti anglo-americani.

I fondamentalisti religiosi, grazie alle autorità americane, hanno acquisito un potere enorme. Essi impongono la legge coranica in modo fanatico, e  così aiutano gli Usa ad opprimere i cittadini. 
I nostri soldati si trovano a sostenere una guerra d’occupazione, con tutte le caratteristiche di una guerra coloniale, e infrangono l’articolo 11 della nostra Costituzione, che non ammette “missioni” di guerra. In Afghanistan sono stati portati diversi velivoli da combattimento italiani, che saranno utilizzati dalle nostre truppe contro la resistenza armata afgana. Le autorità italiane hanno diffuso una motivazione del tutto risibile: gli aerei da combattimento serviranno, secondo la versione ufficiale, per “fotografare i papaveri da oppio”. Le nostre autorità militari e politiche si ostinano a farci credere che la missione Isaf è di “pace” e che i soldati possono combattere soltanto in risposta alle aggressioni. Ma in un paese occupato che cerca di liberarsi, le truppe d’appoggio all’occupante sono truppe di pace o di guerra?

Nel settembre del 2006 gli italiani parteciparono all’offensiva chiamata operazione ‘Wyconda Pincer’, che per sbaglio venne resa nota, facendo capire a tutti che le truppe Isaf non sono “truppe di pace”. I combattimenti sono contro la resistenza afgana, che vuole liberare il paese dall’occupazione occidentale. Probabilmente, i Talebani servono a terrorizzare la popolazione e a permettere di propagandare la guerra come “missione contro il terrorismo”. 
Il “terrorismo” è un modo per giustificare la militarizzazione e la guerra da parte delle truppe occidentali. Come spiega lo storico Frank Furedi: “terroristi diventano tutte le persone straniere che non piacciono. Inoltre il terrorismo viene ridefinito come metafora multiuso ogni qualvolta il Terzo Mondo richieda un’azione concorde dell’Occidente”.[13]

Le autorità anglo-americane non ritengono possibile lasciare l’Afghanistan libero perché si tratta di un’area geostrategicamente importante, e perché occorre controllare la produzione di oppio. Le autorità occidentali vogliono apparire, attraverso i media, come benefattori. Non hanno il coraggio di dire che la missione Isaf è una missione di guerra. Una guerra contro un popolo, che prevede combattimenti feroci e l’uccisione di civili inermi. Oggi esistono numerosi filmati che testimoniano questo. Anche i rapporti delle Forze Aeree Usa (Centaf) attestano che la missione Isaf è una missione di guerra. Ad esempio, uno di questi rapporti dice:

4 ottobre (2006), 35 sortite. Un bombardiere Usa B- 1 ha sganciato bombe Gbu-38 da 227 chili nella provincia di Uruzgan nel corso di una battaglia tra truppe Isaf e talebani.

Caccia britannici Harrier hanno bombardato la zona di Samangan con bombe bombe Gbu-38 e missili.

Gli stessi aerei hanno poi sganciato bombe Gbu-16 “Paveway II” da 454 chili e lanciato missili nel distretto di Garmsir (Helmand).

Missioni di supporto aereo alle truppe Isaf impegnate in combattimenti a Nawzad (Helmand) e a Sado Kala (Ghazni).[14]

Le forze Nato spacciano i morti civili per Talebani. PeaceReporter ha documentato che alcuni fucili sono stati messi addosso ai morti per poterli spacciare per Talebani:

L’aviazione bombarda i villaggi in cui si pensa vi siano dei Talebani. Vengono sganciati ordigni da 500 libbre , che non distinguono certo tra combattenti e civili. Dopo il raid aereo, intervengono sul posto le forze speciali per verificare il risultato dell’attacco e fare rapporto al comando… Queste pattuglie si portano sempre dietro una bella scorta di kalashnikov sequestrati in altre occasioni e li depongono accanto ai civili. Scattano una bella foto ed ecco che quei morti, nel rapporto, diventano talebani. Il sistema lo hanno inventato gli statunitensi, stanchi di vedersi messi sotto accusa per i “danni collaterali”: con queste messe in scena e con le prove fotografiche sanno di poterla fare franca di fronte a chiunque li accusi. Ma adesso hanno imparato a fare lo stesso anche i britannici e i canadesi. Tale pratica si sta però rivelando strategicamente controproducente, perché la popolazione locale, che in passato non appoggiava minimamente i talebani, preferisce andare a combattere con loro per vendetta o semplicemente perché, se vengono ammazzati lo stesso, tanto vale morire in battaglia… “Uccisi 50 talebani qui, 90 Talebani là”, in realtà si tratta sempre di civili spacciati per talebani con il giochino dei fucili buttati vicino ai cadaveri… La Nato bombarda senza sosta, di giorno e di notte… Sparano su tutti, senza stare a guardare se sono civili o Talebani.[15]

In Afghanistan vengono utilizzate anche truppe mercenarie. Sarebbero almeno 25.000, e possono agire al di sopra delle leggi civili e militari. Le agenzie che si occupano di mandare queste truppe sono di proprietà delle grandi corporation come la DynCorp, la Kellog, la Blackwater, Brown and Root ecc. Queste truppe “speciali” forniscono anche protezione al presidente Karzai, e sono dotate di armamenti altamente tecnologici. Amnesty International, in un rapporto del maggio 2006, ha denunciato numerosi casi di tortura e di violenza sessuale commessi dalle truppe mercenarie.

In Afghanistan esiste un giro di cacciatori di taglie. Le autorità americane hanno posto taglie per catturare i nemici delle loro liste nere, come nel Far West. Le taglie vanno dai 25 milioni di dollari ai 5 milioni di dollari, a seconda dell’importanza data al personaggio. 
L’Italia spende per l’Afghanistan almeno 300 milioni di euro l’anno (in tutte le missioni estere spende 600 milioni). I soldati italiani in Afghanistan sono 1850,  armati di tutto punto. 
Nel luglio del 2006, le truppe Isaf hanno esteso notevolmente il loro originario mandato di “operazioni di grande polizia”, e oggi sono impegnate in duri combattimenti nelle province meridionali dell’Afghanistan.
Gli Usa attuano anche operazioni mirate, come racconta Gino Strada:

I comandi USA, basandosi sui racconti delle loro spie, indicano di volta in volta chi ammazzare, mandando truppe, o qualche aereo a bombardare. E fare a pezzi esseri umani si chiama ora – nel sito ufficiale del Ministero della Difesa italiano – “bonifica del territorio”. Nessun commento. All’operazione, come ci informa lo stesso sito, “contribuiscono 70 Paesi dei quali 27, tra cui l’Italia, hanno offerto “pacchetti di forze” da impiegare, per la condotta dell’operazione militare vera e propria”. Inequivocabile. E allora come mai i politici dell’attuale maggioranza continuano a intorpidire le acque? Hanno forse paura di essere considerati “guerrafondai”? … Alcune idee si sono fatte largo e sono finite dentro la coscienza di molti, nella loro etica, nel modo di concepire i rapporti tra esseri umani. Una di queste idee è che non esista più giustificazione alcuna per la guerra. Né etica, né storica, né politica. Per quel movimento di coscienze, nessuna guerra sarà “mai più” accettabile né negoziabile.[16]

Il numero dei morti nelle numerose operazioni belliche della Nato viene omesso, e il nemico viene genericamente chiamato “Talebano”, che in Occidente è sinonimo di “terrorista”.
Il termine “terrorismo” non è ancora stato definito chiaramente nella legislazione americana, né in quella europea. Le autorità europee e americane menzionano spessissimo il termine “lotta al terrorismo”, senza darne una definizione chiara e univoca. Il rimanere nel vago permette la mancata distinzione fra terrorismo e proteste dei civili contro governi ingiusti o contro l’occupazione straniera. La distinzione sarebbe di importanza notevole per la tutela dei diritti umani.

Nel Patriot Act, approvato il 24 ottobre del 2001, il concetto di “terrorismo interno” è talmente vago che è possibile farvi rientrare tutti i reati non a scopo di lucro in cui si sia fatto uso di “armi o dispositivi pericolosi” che “appaiono tesi a influenzare la politica di un governo con l’intimidazione o con la coercizione, (o) mettano in pericolo la vita umana in violazione del diritto penale”. Una definizione così vaga permette di avere un campo d’azione assai ampio, violando i diritti umani.
Per quanto riguarda i rapimenti, in Afghanistan, come in Iraq, i rapimenti avverrebbero da parte della comune criminalità a scopo di estorsione, oppure da parte degli anglo-americani, per fare in modo che la resistenza venga criminalizzata. Non si tratta, come nel caso della Nigeria, di rapimenti attuati da parte della resistenza per attrarre l’attenzione dei media sulla situazione locale, perché l’Iraq e l’Afghanistan sono già presenti all’attenzione dell’opinione pubblica molto di più che non l’Africa.

Gli anglo-americani, attuando rapimenti di giornalisti o occidentali, attraverso manodopera locale, otterrebbero diversi vantaggi: far capire agli occidentali che chi avversa il potere degli occupanti agisce da criminale terrorista, e intimidire i giornalisti occidentali, in modo da tenerli lontani da alcune zone, per scongiurare il pericolo che possano emergere fatti sconcertanti, come omicidi mirati di civili, o torture contro semplici cittadini. Inoltre, attraverso i rapimenti, l’attenzione viene dirottata sui presunti crimini dei Talebani così da far passare sotto silenzio i numerosi e quotidiani crimini della Nato. Ciò è avvenuto anche in Iraq. Ad esempio, poco tempo prima delle operazioni che avrebbero distrutto Falluja, avvennero diversi rapimenti di giornalisti che erano diretti in quella città. Farli rapire ha significato accrescere i sentimenti negativi contro la resistenza, e ha evitato che quei giornalisti vedessero la distruttività con cui gli americani si accanirono contro la città di Falluja, utilizzando anche terribili armi chimiche, che decimarono la popolazione mentre si trovava in preghiera nelle proprie case.

Il 4 marzo, gli americani spararono sulla folla che protestava, uccidendo almeno 16 afgani e ferendone 29. Successivamente, costrinsero i fotoreporter a cancellare le immagini dell’evento. Il giorno successivo, la Nato bombardò Kapisa, distruggendo diverse abitazioni e sterminando un’intera famiglia. Nove persone morirono, di cui due erano bambini e cinque donne. Il rapimento del giornalista Daniele Mastrogiacomo è avvenuto proprio mentre la Nato stava attaccando ferocemente alcune zone del paese, uccidendo numerosi civili. Si trattava della più importante offensiva dal 2001, fatta mentre migliaia di persone protestavano per le stragi di civili ad opera delle truppe americane e gridavano “morte agli americani”. L’operazione, chiamata “Achille”, vedeva in azione ben 4.500 soldati della Nato (in Afghanistan ci sono 33 mila soldati Nato) e mille afgani. L’operazione è stata insabbiata dai media anche grazie alla notizia del rapimento del giornalista italiano. Ad oggi non si conosce il numero delle vittime.

Il giornalista di Repubblica, poco prima del rapimento, era entrato in contatto con alcuni agenti di sicurezza afgani, che gli avevano riferito che era stato assai preoccupante l’attacco kamikaze contro il vicepresidente americano Dick Cheney, dato che “la visita era del tutto segreta e sconosciuta”. Mastrogiacomo aveva notato che c’era un contatto fra le reti di intelligence e i cosiddetti Talebani. 
Il “terrorismo” o l’etichetta di “Talebano” sono molto utili alle autorità americane per nascondere al mondo intero le condizioni pazzesche in cui hanno ridotto alcuni paesi. Ogni tanto qualcuno lascia trapelare qualcosa di vero. Ad esempio, il governatore della provincia pachistana del Belucistan ha confessato: “c’è il rischio che la guerra dei talebani diventi una guerra di tutto il popolo. Non lo si può sterminare tutto.” E’ proprio per questo che l’esercito più potente del mondo, aiutato dai suoi alleati, è ancora lì a combattere dopo oltre cinque anni di guerra, perché il popolo “non lo si può sterminare tutto”.

Per capire chi è il vero nemico indicato dagli Usa è necessario analizzare i fatti. Se questo nemico fosse, come da loro indicato, costituito da un gruppo di criminali, come mai una superpotenza con capacità di controllo abnormi non riesce ad arrestarli? Come mai Dick Cheney , che esalta la potenza americana, sostiene che si potranno avere 50 (cinquanta) anni di lotta al terrorismo? Se si trattasse di una banda di delinquenti, come mai non si utilizzano i metodi investigativi e dell’intelligence di cui gli Usa sono esperti? E’ credibile che una banda di criminali, per giunta descritta come priva di equilibrio psichico, possa sfidare una superpotenza che tiene in scacco il mondo intero?

C’è qualcuno che crede che l’esercito più potente del mondo, con l’appoggio di tutti gli altri paesi della Nato non possa sconfiggere poche migliaia di presunti “Talebani”? Se ciò non accade è perché i nemici degli anglo-americani e della Nato non sono poche migliaia di persone, ma quasi l’intero popolo afgano, che non accetta, come il popolo iracheno, l’occupazione straniera del proprio paese. Anche il diritto internazionale accetta come legittima difesa la sollevazione contro l’oppressore. 
Il “terrorismo” è agire per far paura, per uccidere senza pietà pur di imporre il proprio dominio. La domanda è: in Afghanistan e in Iraq chi sono i terroristi?

Dal 2001 ad oggi, questa assurda guerra in Afghanistan ha causato almeno 50.000 vittime. Dopo l’11 settembre, oltre 500.000 afgani si sono rifugiati  in Iran o in Pakistan. Oggi ci sono almeno 5 milioni di rifugiati afgani. In Afghanistan ci sarebbero 7 mine inesplose per ogni abitante, e ogni mese ne esplodono in media 88, ferendo, mutilando o uccidendo. Per fare in modo che le vittime siano bambini, gli americani hanno fabbricato mine a forma di bambola, di penna stilografica, o con colori simili ai pacchi-viveri che vengono distribuiti dalle organizzazioni di beneficenza. 
La maggior parte del popolo afgano vive in estrema miseria, senza acqua potabile, elettricità, scuole, ospedali, casa e lavoro. La vita media degli afgani è di 44 anni, e soltanto il 29% della popolazione è alfabetizzato. Il salario medio è di 40 dollari, ma gli affitti costano in media 200 dollari al mese e il cibo per una famiglia costa altri 200 dollari. Il 70% della popolazione afgana è sottonutrita. Migliaia di donne, rimaste vedove o senza famiglia, per la disperazione sono entrate nel giro della prostituzione, che è aumentato in seguito all’occupazione americana.

Le autorità occidentali hanno letteralmente distrutto l’Afghanistan, come spiega Mamdani Mahmood: “Su una popolazione iniziale di venti milioni, un milione è morto, un milione e mezzo è stato mutilato, altri cinque milioni sono diventati profughi, praticamente tutti i venti milioni hanno dovuto lasciare la propria casa. Infine, l’Onu ha calcolato che circa un altro milione e mezzo è clinicamente impazzito, mentre il resto della popolazione vive oggi nel paese più minato del mondo“.[17] 
 Attualmente si sta svolgendo una guerra aerea terribile, con oltre 60 “missioni di appoggio ravvicinato a truppe Isaf” al giorno. Il numero dei morti e dei feriti non viene detto, e i nemici vengono sempre definiti in modo vago come “insorti”, “ribelli”, terroristi o Talebani.

Sarebbe ora che si dicesse la verità: il colonialismo occidentale non è mai finito, e da secoli si vale dei metodi più criminali per sottomettere le popolazioni, utilizzando la giustificazione paradossale di difendere la “democrazia” o i “diritti umani”. Le autorità occidentali spacciano i crimini per filantropia. “Pacificare” per loro significa sottomettere al potere occidentale, e per gli afgani ciò equivale ad accettare di vivere in estrema miseria e rimanere sotto occupazione militare, col pericolo continuo di essere uccisi o torturati. Questo spiega perché il popolo afgano preferisce sollevarsi e combattere anziché rassegnarsi.  
Molti occidentali sono convinti che le truppe della Nato garantiscano i diritti umani contro il fanatismo e la crudeltà dei Talebani o dei “terroristi”. Ma dai fatti è evidente che le autorità occidentali non sono affatto disinteressati e motivati dalla difesa dei diritti umani, né in Afghanistan né in altri paesi occupati militarmente dalle truppe dell’Onu o della Nato.

Non si può più negare che esiste una resistenza civile contro l’occupante americano. Questa resistenza è anche pacifica, e si articola attraverso proteste, manifestazioni, associazioni per i diritti umani ecc. Ad esempio, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (Rawa)[18] lotta per i diritti delle donne calpestati anche dalla costituzione confessionale stilata dagli americani. 
La guerra in Afghanistan non finirà finché il Paese sarà occupato dagli Usa. La militarizzazione ha lo scopo opposto rispetto a quello propagandato: nega alle popolazioni il diritto all’autodeterminazione e alla libertà. I diritti umani vengono utilizzati come pretesto per attuare le operazioni di guerra più feroci.

Le popolazioni che subiscono le operazioni di peacekeeping non godono degli stessi diritti che abbiamo noi, perché il loro paese è occupato e dominato da forze straniere, che per tenerli sotto controllo le terrorizzano e perpetrano ogni sorta di crimine, in nome dei “diritti umani” e della “missione di pace”.

Autrice del libro: “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA”  

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

[1] Washington Post, 1 giugno 1979.
[2] Pilger John, I nuovi padroni del mondo, Fandango Libri, Roma 2002, p. 143.
[3] Ahmed Nafeez Mosaddeq, Guerra alla verità. Tutte le menzogne dei governi occidentali e della Commissione “Indipendente” Usa sull’11 settembre e su Al Qaeda, Fazi Editore, Roma 2004, p. 14.
[4] Intervista di Zbigniew Brzezinsky a Le Nouvel Observateur , 15 Gennaio 1998.
[5] Pilger John, I nuovi padroni del mondo, Fandango Libri, Roma 2002, p. 144.
[6] “From US, the ABC’s Of Jihad. Violent Soviet-Era Textbooks Complicate Afghan Education Efforts”, Washington Post, 23 marzo 2002.
[7] L’intervento degli Usa in Afghanistan nel 2001 aveva lo scopo di impedire ai talebani di continuare le loro politiche contro la produzione di droga. Nel 2001 la produzione di oppio era  scesa del 90%, ma in seguito all’intervento americano i contadini ripresero a coltivare papaveri. Nel 2001 vennero prodotti 185 tonnellate di oppiacei, mentre nel 2002, sotto il governo dell’ex agente Cia Hamid Karzai, si ebbero 3400 tonnellate di oppio.
[8] Margolis Eric, “U.S.-Russian Crusade Against Osama Bin Laden”, The Toronto Sun, 4 dicembre 2000, cit. in Ahmed Nafeez Mosaddeq, op. cit. p. 38.
[9] Ahmed Nafeez Mosaddeq, op. cit. p. 41.
[10] La stima è del professore di Economia all’Università del New Hampshire, Marc Herold, sulla base dei rapporti di agenzie umanitarie, di testimoni oculari, dell’Onu, giornalisti e  agenzie internazionali.
[11] http://www.informationguerrilla.org/index.php/tag/afghanistan/
[12] http://www.stopusa.be/scripts/texte.php?section=BY&langue=5&id=22893
[13] Furedi Frank, New ideology of Imperialism, Pluto, Londra, 2004, p.116.
[14] http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7306
[15] Il manifesto, 21 settembre 2006.
[16] www.peacereporter.net
[17] Mamdani Mahmood, Musulmani buoni e cattivi. La guerra fredda e l’origine del terrorismo, Laterza, Bari 2005, p. 285.
[18] La Revolutionary Association of Women of Afghanistan (Rawa) venne creata nel 1977 a Kabul da Meena, una donna afghana uccisa nel 1987 in Pakistan. L’associazione lotta per i diritti umani e la giustizia sociale in Afghanistan.

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Ancora troppe

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

Il 2006 si chiude con 24 guerre in corso, due in meno di dodici mesi fa

 Ancora troppe

Tratto da Peace Reporter – 2 gennaio 2007

www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7019

Rispetto alla fine del 2005, non si combatte più in Nepal, Burundi, Waziristan e Balucistan, ma nuovi conflitti sono scoppiati in Libano e Repubblica Centrafricana. La maggioranza delle guerre in corso si concentrano come sempre in Africa (Somalia, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Uganda, Nigeria, Ciad, Etiopia, Costa d’Avorio) e in Asia (Afghanistan, Kashmir, India, Sri Lanka, Myanmar, Thailandia e Filippine). Sempre in fiamme il mondo arabo (Iraq, Palestina, Libano e Algeria). Si combatte ancora anche in Europa (Cecenia e Turchia) e in America latina (Colombia e Haiti). Medio Oriente. Il 2006 è stato caratterizzato dalla guerra in Libano. Dopo il ritiro delle truppe israeliane nel 2000, il conflitto tra le milizie di Hezbollah e l’esercito di Tel Aviv ha di nuovo infiammato l’area. Da una parte, gli Stati Uniti e Israele accusano la Siria e l’Iran di aver utilizzato Hezbollah per i propri fini, dall’altra la guerra libanese ha fatto passare in secondo piano il dramma della popolazione palestinese. Un anno fa, in Palestina, si era fatta strada la speranza, con lo sgombero dei coloni dalla Striscia di Gaza, ma oggi la situazione è degenerata in una potenziale guerra civile tra Hamas e Fatah, in uno scenario bloccato dove i primi hanno vinto le elezioni, ma i secondi sono gli unici riconosciuti dalla comunità internazionale. La situazione in Iraq, dopo 4 anni, è drammatica: il 2006 ha segnato il massimo tributo di sangue dall’inizio della guerra. Il programma nucleare iraniano pare annunciarsi come l’argomento chiave del 2007, assieme alla frattura tra sunniti e sciiti che dall’Iraq s’irradia in tutto il mondo arabo e islamico. Asia. Il 2006 è stato per Afghanistan l’anno di guerra più intensa dalla cacciata dei talebani: il livello del conflitto è ormai paragonabile a quello iracheno e la Nato fa fatica a contrastare la resistenza talebana nel sud del paese. Nel vicino Waziristan pachistano, retrovia dei talebani, è invece finita la guerra tra questi e l’esercito di Musharraf, il quale ha cessato le ostilità anche con gli indipendentisti del Balucistan. Prosegue invece senza sosta la sanguinosa guerra per procura tra Pakistan e India per il controllo del Kashmir indiano. Sempre in India, sono ancora attive le guerriglie in Andra Pradesh e Assam. Sanguinosa recrudescenza, quest’anno, della guerra in Sri Lanka tra governo e Tigri tamil dopo la tregua post-tsunami. Mentre è tornata la pace in Nepal dopo dieci anni di guerra tra governo e ribelli maoisti. Continuano i conflitti nelle Filippine (guerriglia comunista al nord e islamica al sud), la guerra della giunta militare birmana contro la minoranza karen e la ribellione islamica nella Thailandia del sud. I test nucleari nordcoreani hanno innescato un’inquietante corsa al riarmo in Giappone, Taiwan e Cina. Africa. E’ un bilancio in chiaroscuro quello dell’Africa nel 2006. Se il conflitto in Burundi è praticamente concluso e ci sono buone prospettive perché termini anche quello ugandese, si sono aggravate le crisi in Darfur (coinvolgendo anche i vicini Ciad e Repubblica Centrafricana) e in Somalia, dove la recente caduta delle Corti islamiche fa temere per una possibile rinascita delle milizie protagoniste della guerra civile. In Nigeria continuano gli attacchi dei gruppi ribelli del delta del Niger contro le installazioni petrolifere straniere, mentre in Costa d’Avorio la guerra civile vive ormai da quattro anni una situazione di stallo. Buone notizie arrivano dai processi di transizione in Liberia, che ha eletto il nuovo presidente, e in Angola e Sierra Leone, dove nel 2007 si dovrebbero tenere le prime elezioni del dopoguerra. Transizione che si è conclusa nella Repubblica Democratica del Congo con la rielezione a presidente di Joseph Kabila, nonostante nell’est del paese si registrino ancora sporadici scontri tra esercito e gruppi di dissidenti e miliziani. America Latina. Nel 2006 il vento del cambiamento ha soffiato sul continente: un ventaglio di governi di sinistra sono stati eletti (Evo Morales in Bolivia, Rafael Correa in Ecuador) o confermati (Hugo Chavez in Venezuela e Luis Inacio Lula da Silva in Brasile) e timidi segnali arrivano anche dal Cile, dal gennaio scorso guidato da una socialista, Michelle Bachelet, che ha tante caratteristiche che rompono col Cile che fu. Solamente la Colombia sembra rimanere impassibile al cambiamento: da oltre 40 anni teatro di scontri fra guerriglia di sinistra e paramilitari di destra, ha visto il reazionario e filo-statunitense Alvaro Uribe riconfermato a pieni voti e intenzionato a vincere i nemici di sempre con il Plan Victoria, ossia guerra, guerra, guerra. Dura a morire è anche la tensione che piega Haiti, dove bande armate riconducibili al movimento Lavalas, tengono sotto scacco la popolazione. Momenti di guerra civile anche in Messico, governato da Felipe Calderon. Prima la capitale, tenuta sotto scacco dall’opposizione, e poi il dramma di Oaxaca, che ha visto per mesi manifestazioni represse nel sangue. Europa. In Spagna, dopo che l’Eta ha dichiarato un “cessate il fuoco permanente”, il governo di Josè Luis Zapatero ha proposto di intraprendere un processo di pace con l’organizzazione terroristica, ma l’opposizione è contraria. In Irlanda del Nord, la via verso il ripristino dell’autonomia della regione è arrivato a un passo dalla riapertura dell’Assemblea di Stormont. Nel marzo 2007 si terranno le elezioni per la sua nuova composizione. In Turchia, alcuni gruppi separatisti curdi hanno interrotto il cessate il fuoco per riprendere un’attività terroristica di bassa intensità. In Kosovo, i negoziati sullo status della regione sono bloccati. La Serbia , che ha cambiato la Costituzione vincolando il Kosovo, dopo l’allontanamento del Montenegro, non può perderlo. Ma i kosovari albanesi vogliono l’indipendenza. In Cecenia, nonostante l’uccisione del leader ribelle Basayev, la jihad anti-russa degli indipendentisti islamici non mostra segni di cedimento. Anzi, si è ormai stabilmente estesa alle vicine repubbliche russe del Daghestan e dell’Inguscezia. Red

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L’amministrazione Bush sta progettando un olocausto nucleare?

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

Michel Chossudovsky – Tratto da globalresearch.ca
Visto su http://italia.pravda.ru

Abbiamo scoperto la bomba più terrificante della storia dell’umanità. Potrebbe avverarsi la distruzione col fuoco profetizzata nell’era della Valle dell’Eufrate, dopo Noè e la sua arca favolosa. […] Quest’arma dovrà essere usata contro il Giappone […] Verrà utilizzata in modo che gli obiettivi siano militari, soldati e marinai e non donne e bambini. Sebbene i giapponesi siano selvaggi, crudeli e spietati, noi, come leader mondiali del benessere comune non possiamo lanciare quella terribile bomba sulla vecchia o sulla nuova capitale […] L’obiettivo sarà puramente militare […] Sembra la cosa più terribile mai scoperta, ma si può fare in modo che diventi la più utile.”
(dal diario del Presidente Harry Truman, 25 luglio 1945)

“Il mondo avrà notato che la prima bomba atomica è stata sganciata sulla base militare di Hiroshima, poiché in questo primo attacco volevamo evitare, per quanto possibile, l’uccisione di civili.” (Discorso alla nazione del Presidente Truman, 9 agosto 1945)
[Nota: la prima bomba fu sganciata su Hiroshima il 6 agosto 1945, la seconda su Nagasaki il 9 agosto, lo stesso giorno del discorso di Truman]

Da quando la prima atomica è stata sganciata su Hiroshima, l’umanità non è mai stata così vicina all’indicibile: un olocausto nucleare in grado di coinvolgere con la sua ricaduta radioattiva, gran parte del Medio Oriente.
Tutte le precauzioni dell’era della Guerra Fredda, che avevano classificato la bomba atomica come “arma da ultima risorsa” sono state dimenticate. Azioni militari offensive che prevedono l’uso di testate nucleari sono ora considerate come atti di “autodifesa”.
Il confine fra armi nucleari tattiche e arsenali convenzionali è diventato quasi impercettibile. La nuova dottrina nucleare statunitense è basata su “una miscela di capacità offensive”. Questa dottrina, applicata ad un possibile bombardamento aereo all’Iran già pianificato dal Pentagono, prevede l’uso di armi atomiche combinate con armi convenzionali.

Esattamente come nel caso della prima atomica, che secondo il presidente Truman “fu sganciata sulla base militare di Hiroshima”, le odierne “mini-atomiche” vengono presentate come armi “sicure per la popolazione civile”.
Conosciuta negli ambienti ufficiali di Washington come “Joint Publication 3-12“, la nuova dottrina nucleare (Doctrine for Joint Nuclear Operations) (DJNO, Dottrina per le Operazioni Nucleari Congiunte, Marzo 2005) prevede di “integrare attacchi nucleari e convenzionali”, sotto un Comando e Controllo (C2) unico e “integrato”.

In questo documento, la pianificazione di una guerra viene descritta come un processo di gestione decisionale, in cui obiettivi strategici e militari devono essere raggiunti attraverso l’uso di una serie di strumenti, con un’attenzione minima alle conseguenti perdite di vite umane.

La pianificazione militare si concentra sul “più efficiente uso della forza”, come ad esempio una disposizione ottimale dei diversi sistemi offensivi, per raggiungere obiettivi militari. In un contesto di questo tipo, armi nucleari e convenzionali vengono considerate tutte come facenti parte di una “cassetta degli attrezzi”, dalla quale i comandi militari possono scegliere e prelevare lo strumento che ritengono adatto alle “circostanze in evoluzione” di un teatro di guerra. (Nessuna di queste armi della “cassetta degli attrezzi” del Pentagono, incluse bombe distruggi-bunker, bombe a grappolo, mini-atomiche, armi chimiche e biologiche, viene mai classificata come “arma di distruzione di massa” quando è usata dagli Stati Uniti d’America o dai loro alleati.)

L’obiettivo dichiarato è quello di:
assicurare un più efficiente uso della forza e fornire ai comandanti una gamma più ampia possibile di opzioni offensive [sia nucleari che convenzionali] per fronteggiare eventualità improvvise. L’integrazione fra attacchi nucleari e convenzionali è dunque cruciale per il successo di qualsiasi strategia dettagliata. Questa integrazione assicurerà una ottimale individuazione degli obiettivi, danni collaterali minimi e una ridotta probabilità di escalation.”

Questa dottrina ribalta completamente concetti e realtà. Riesce non solo a negare il devastante impatto delle armi atomiche, ma afferma in totale sicurezza che tali armi sono “sicure”, e che il loro uso in battaglia assicura “danni collaterali minimi e una ridotta probabilità di escalation”. La questione della pioggia radioattiva viene appena sfiorata solo nell’ambito delle armi nucleari tattiche. Questi principi di base che descrivono l’atomica come “sicura per i civili” creano un consenso negli ambienti militari, fornendo alibi rilevanti ai comandanti nelle zone di guerra.

Azioni “Difensive” e “Offensive”
Mentre il Nuclear Posture Review (NPR, Riesame della Politica Nucleare) del 2001allestisce i preparativi per un attacco nucleare preventivo in Medio Oriente, in particolare contro l’Iran, la DJNO fa un ulteriore passo avanti nel processo di eliminazione del confine fra azione militare “offensiva” e “difensiva”:
“La nuova triade offre una sintesi di capacità strategica offensiva e difensiva, che include attacchi nucleari e non-nucleari, difesa attiva e passiva, ricerca e sviluppo intensi e solide infrastrutture industriali che sviluppino, costruiscano e mantengano forze offensive e sistemi difensivi…” (Ibid) (in corsivo sono indicati i passaggi chiave)
Tuttavia questa nuova dottrina va oltre le azioni di “autodifesa preventiva”, e richiede “azioni anticipate” con armi nucleari nei confronti di “stati canaglia” che si suppone stiano preparando armi di distruzione di massa per un futuro indefinito:

Un piano di sicurezza responsabile richiede una preparazione per minacce possibili, sebbene forse oggi improbabili. Le lezioni di storia militare sono chiare: i conflitti imprevedibili e irrazionali accadono. Le forze militari devono prepararsi a neutralizzare armi e minacce che già esistono o che esisteranno in futuro, anche se in quel momento non si prevede alcun probabile scenario di guerra. Per scoraggiare ulteriormente l’uso di armi di distruzione di massa (ADM), è essenziale che le forze armate statunitensi si preparino all’uso di armi atomiche, e che siano determinate ad impiegarle se ciò è necessario per prevenire o per reagire all’uso di armi di distruzione di massa.”

Le atomiche servirebbero dunque per prevenire un inesistente piano di ADM (come quello dell’Iran, ad esempio), prima ancora che esso venga sviluppato. Questa contorta esposizione va oltre le premesse dell’NPR del 2001, il quale stabilisce che gli USA possono rispondere con armi nucleari se vengono attaccati con ADM:
Gli Stati Uniti rendono noto che si riservano il diritto di rispondere con forze schiaccianti – incluse armi atomiche – all’uso di armi di distruzione di massa contro gli Stati Uniti, le nostre truppe all’estero, i nostri amici e i nostri alleati.”

“Integrazione” fra Piani di Guerra Nucleare e Convenzionale
La DJNO sottolinea le procedure che regolano l’uso di armi nucleari e la natura delle relazioni fra le operazioni di guerra nucleari e convenzionali.
La DJNO stabilisce che: “L’uso di armi atomiche in un teatro di guerra richiede la massima integrazione possibile fra i piani nucleari e convenzionali.”
Le implicazione di questa cosiddetta “integrazione” sono facilmente intuibili, perché una volta che il comandante in capo, vale a dire il presidente degli Stati Uniti, abbia preso la decisione di lanciare un attacco combinato convenzionale-nucleare, c’è il rischio che vengano usate armi nucleari tattiche senza che ci sia la necessità di un’ulteriore autorizzazione da parte del presidente. A questo riguardo, le procedure esecutive relative alle armi atomiche sotto la giurisdizione dei comandanti sul posto, vengono descritte come “flessibili e pronte a rapidi cambiamenti”:

I comandanti sono responsabili della definizione degli obiettivi e dello sviluppo dei piani nucleari richiesti per il raggiungimento dei suddetti obiettivi. Il Comando Strategico (identificato con la sigla USSTRATCOM) ha il compito di fornire piani dettagliati adatti a ciò che richiede la situazione contingente. Un’opzione strategica nucleare segue un Piano di Operazione Congiunta e procedure esecutive prestabilite, in modo da formulare e mettere in pratica una reazione efficace nei tempi concessi dalla crisi […]
Dato che non può esistere un’opzione per qualunque scenario, i comandanti devono avere la possibilità di pianificare rapidamente azioni di crisi e poi eseguirle. Questa pianificazione fornisce loro la capacità di sviluppare nuove opzioni, o di modificare quelle già esistenti, quando le opzioni correnti vengono giudicate inappropriate […]

Il comando, il controllo e la coordinazione devono essere sufficientemente flessibili da permettere ai comandanti di colpire obiettivi in movimento, come ad esempio le piattaforme lanciamissili semoventi.

Operazioni in Teatro Nucleare (TNO)
Mentre per scatenare una guerra nucleare l’autorizzazione del presidente è richiesta formalmente, le Operazioni in Teatro Nucleare sarebbero responsabilità dei comandanti, che avrebbero il mandato non solo di eseguire, ma anche di formulare ordini relativi all’uso delle armi atomiche.
Non dobbiamo più fare i conti con il “rischio di un accidentale lancio nucleare”, come faceva notare l’ex Segretario della Difesa Robert S. McNamara, ma con un processo decisionale che concede ai comandi militari, dal presidente fino ai comandanti operativi, il potere discrezionale nell’uso delle armi atomiche.

Oltretutto, poiché queste “piccole” armi nucleari tattiche sono state riclassificate dal Pentagono come “sicure per i civili” e quindi “con minimo rischio di danni collaterali”, non esistono più restrizioni che possano limitarne l’utilizzo.
Una volta presa la decisione di iniziare un’operazione militare (ad esempio un attacco aereo sull’Iran), i comandanti operativi hanno una certa libertà d’azione. In pratica ciò significa che, dopo la decisione del presidente, il comando strategico, in cooperazione con i comandanti operativi, può decidere i bersagli e il tipo di armamenti da utilizzare. Le armi nucleari tattiche in possesso degli statunitensi sono oramai considerate parte integrante dell’arsenale militare, dunque in altre parole sono “parte della cassetta degli attrezzi” usata nei teatri di guerra convenzionali.

Attacco Aereo Pianificato all’Iran
Un piano operativo per scatenare un attacco aereo sull’Iran è pronto fin dal giugno del 2005. Gli armamenti necessari per dare il via all’operazione sono già stati schierati.
Il vicepresidente Dick Cheney ha dato ordine al comando strategico di preparare un “piano di contingenza” che “includa un attacco aereo all’Iran su vasta scala impiegando sia armi convenzionali che testate nucleari tattiche”. Il comando strategico statunitense avrebbe il compito di supervisionare e coordinare lo schieramento e di dare il via alle operazioni militari.

Nel gennaio del 2005 è stato messo in atto un significativo cambiamento nel mandato dell’USSTRATCOM, il quale è stato definito come “il principale comando per l’integrazione e la sincronizzazione degli sforzi da parte del Dipartimento della Difesa nel combattere le armi di distruzione di massa”. Per rendere effettivo il nuovo mandato è stata creata una nuova unità di comando chiamata Joint Functional Component Command Space and Global Strike (o JFCCSGS, Comando Componenti Funzionali Congiunti per Attacchi Spaziali e Globali).
Sorvegliato dall’USSTRATCOM, il JFCCSGS sarebbe responsabile delle operazioni militari che prevedano “l’utilizzo di armi nucleari o convenzionali” in conformità con la nuova dottrina nucleare dell’amministrazione Bush. Entrambe le categorie di armamenti verrebbero integrate in ”un’operazione di attacco congiunto” sotto un unico Comando e Controllo.

Scrivono Robert S.Norris e Hans M.Kristensen, sul Bollettino degli Scienziati Atomici: “Il Dipartimento della Difesa sta aggiornando i suoi piani di attacco nucleare per uniformarsi alle direttive di questa amministrazione, e per adeguarsi alla transizione della strategia di guerra, passata dall’unico grande Piano Integrato dei tempi della Guerra Fredda ad una categoria di piani d’attacco più piccoli e flessibili pensati per contrastare nemici giornalieri. Il nuovo piano strategico centrale è conosciuto come OPLAN (Operations Plan) 8044 […] Questo piano riveduto e dettagliato fornisce opzioni molto più flessibili per proteggere gli alleati e per dissuadere, scoraggiare e, se necessario, distruggere gli avversari in un ampio raggio di possibili eventi […].”

Un altro membro di questa nuova famiglia è il cosiddetto CONPLAN (Concept Plan) 8022, un piano per l’utilizzo rapido di armi nucleari, convenzionali, e di informazioni sul potenziale bellico per distruggere – anche preventivamente – “obiettivi urgenti” in qualunque parte del mondo. All’inizio del 2004, il Segretario della Difesa Donald Rumsfeld emise un Ordine di Allerta che autorizzava le forze armate a mettere in pratica il CONPLAN 8022. Il risultato è che la politica di prevenzione dell’amministrazione Bush è ora operativa sui bombardieri a lungo raggio, sui sottomarini strategici e presumibilmente anche sui missili balistici intercontinentali (ICBM).
La messa in pratica operativa della Guerra Globale fa parte del CONPLAN 8022, che consiste in un “piano effettivo che la marina e l’aviazione interpretano come un piano d’attacco per i loro sommergibili e bombardieri.” (Japanese Economic Newswire, 30 dicembre 2005).

Il CONPLAN 8022 è “un piano di protezione totale contro previsti scenari strategici che coinvolgano l’uso di armi nucleari. E’ focalizzato soprattutto sui nuovi tipi di minaccia, provenienti da paesi potenzialmente terroristi come l’Iran e la Corea del Nord. Non c’è niente che impedisca agli Stati Uniti di usare il CONPLAN 8022 anche contro obiettivi in Russia o in Cina.”

Autorizzare l’Impiego di Armi Nucleari
Il piano per un bombardamento sull’Iran è partito alla metà del 2004, subito dopo la formulazione del CONPLAN 8022, avvenuta all’inizio del 2004. A maggio del 2004, è stata emanata la Direttiva Presidenziale per la Sicurezza Nazionale (NSPD 35, chiamata Autorizzazione allo Spiegamento di Armi Nucleari).
Il contenuto di questo importante documento è tuttora un inaccessibile segreto di stato. Non c’è traccia dell’NSPD 35 né nei media né tanto meno nei dibattiti del Congresso. Il suo contenuto resta dunque classificato, ma esiste il forte sospetto che l’NSPD 35 riguardi il posizionamento di armi nucleari tattiche in alcune zone del Medio Oriente, secondo le direttive del CONPLAN 8022.

A questo proposito, un recente rapporto pubblicato sullo Yeni Safak (quotidiano turco) suggerisce che gli Stati Uniti attualmente:
stanno posizionando missili atomici tattici B61 nel sud dell’Iraq, e ciò fa parte del piano per colpire l’Iran, se e quando l’Iran risponderà all’attacco alle sue installazioni nucleari da parte di Israele.” (Ibrahim Karagul, “Gli Stati Uniti schierano armi nucleari in Iraq contro l’Iran”, Yeni Safak, 20 dicembre 2005, citato in BBC Monitoring Europe).
Questo spiegamento di forze in Iraq sembra una diretta conseguenza dell’NSPD 35.
L’inchiesta dello Yeni Safak lascia intuire che in primo luogo verrebbero usate le armi convenzionali, per poi passare alle B61 termonucleari nel caso in cui l’Iran reagisse all’attacco congiunto Stati Uniti-Israele. Questa rappresaglia sarebbe molto violenta, in linea con le direttive del Nuclear Posture Review del 2001 e dell’ NSPD 17.

Le Scorte Israeliane di Armi Nucleari e Convenzionali
Israele fa parte dell’alleanza militare ed è previsto che rivesta un ruolo fondamentale nel possibile attacco all’Iran.
Numerose inchieste giornalistiche confermano che, a partire dal settembre del 2004, Israele ha ritirato 500 bombe BLU 109 “bunker buster”di fabbricazione statunitense (fonte WP, 6 gennaio 2006). Il primo ordine di approvvigionamento delle BLU (Bomb Live Unit) 109 è datato settembre 2004. Nell’aprile 2005 Washington ha confermato che Israele avrebbe ritirato altre 100 delle ben più sofisticate GBU-28 prodotte dalla Lockheed Martin ( Reuters, 26 aprile 2005). La GBU-28 viene descritta come “un ordigno convenzionale a guida laser da 2200 chilogrammi , che utilizza una testata a penetrazione da 2000 chilogrammi .” E’ stata usata nella guerra in Iraq.

Il Pentagono asserisce che la vendita di 500 testate BLU-109 ad Israele è da considerarsi “un significativo contributo al raggiungimento degli obiettivi tattici e strategici degli Stati Uniti.”
Montate su missili a guida satellitare, le testate BLU-109 possono essere lanciate dai caccia F-15 o F-16, di fabbricazione USA e presenti negli arsenali israeliani. Quest’anno Israele ha ricevuto il primo di una flotta di 102 caccia a lungo raggio F-16I da parte di Washington, il suo principale alleato. “Molto probabilmente Israele costruisce le proprie bombe “distruggi-bunker”, ma non sono potenti come le BLU da 900 chili.” Dichiara alla Reuters Robert Hewson, direttore di “Jane’s Air-Launched Weapons”.

Il rapporto non conferma se Israele abbia o no immagazzinato la versione termonucleare delle “bunker-buster”, e né indica se le bombe di fabbricazione israeliana siano o no equipaggiate con testate nucleari. Vale la pena notare come quest’approvvigionamento di “bunker-buster” abbia preso il via pochi mesi dopo l’emanazione dell’NSPD 35.

Israele è in possesso di 100 o 200 testate nucleari strategiche.
Nel 2003 Washington e Tel Aviv hanno confermato la loro collaborazione “nell’armare i sommergibili israeliani classe Dolphin con missili Harpoon a testata nucleare di fabbricazione statunitense”. Notizie più recenti, coincidenti con la preparazione dell’attacco all’Iran, parlano di una consegna ad Israele di due nuovi sottomarini di fabbricazione tedesca “in grado di lanciare missili a testata nucleare.” Il potenziale nucleare tattico di Israele è tuttora sconosciuto.
La partecipazione israeliana ad un eventuale attacco aereo sarebbe politicamente disastroso per il Medio Oriente. Darebbe inizio ad un’escalation, estendendo la zona di guerra inizialmente fino in Libano e Siria, per poi coinvolgere l’intera regione che va dal Mediterraneo Orientale all’Asia Centrale, fino ai confini occidentali dell’Afghanistan.

Il Ruolo dell’Europa Occidentale
Molti paesi dell’Europa Occidentale, ufficialmente considerati “non-nucleari”, sono in realtà in possesso di armi nucleari tattiche fornite loro da Washington.
Gli Stati Uniti hanno consegnato circa 480 bombe termonucleari B61 a cinque paesi NATO “non-nucleari”, inclusi Belgio, Germania, Italia, Olanda e Turchia, e ad un paese già in possesso di armi atomiche, la Gran Bretagna. Casualmente ignorati dall’Osservatorio Nucleare delle Nazioni Unite, gli USA hanno attivamente contribuito alla proliferazione nucleare in Europa Occidentale.

La Turchia , che come Israele fa parte della coalizione contro l’Iran guidata dagli USA, possiede 90 bombe termonucleari B61, immagazzinate nella base aerea di Incirlik.
Coerentemente con la politica nucleare statunitense, le B61 accumulate e schierate in Europa Occidentale sono puntate su bersagli in Medio Oriente; inoltre, secondo i “piani d’attacco NATO”, le B61 (in possesso di “stati non-nucleari”) possono essere lanciate su obiettivi in Russia o in paesi mediorientali quali Siria e Iran.
Come è stato confermato da documenti (in parte) declassificati, resi noti in seguito all’Atto per la Libertà dell’Informazione:
Alla metà degli anni novanta sono stati presi degli accordi per consentire l’uso di forze nucleari statunitensi in Europa, anche al di fuori dell’area di controllo del Comando Europeo Statunitense (EUCOM). Il risultato di questi accordi è che ora l’EUCOM sostiene le missioni nucleari in Medio Oriente del CENTCOM (Comando Centrale USA), comprese quelle, possibili, contro Iran e Siria.”

Con l’eccezione degli Stati Uniti, nessuna potenza nucleare produce armamenti nucleari da consegnare a paesi non-nucleari.
Mentre questi paesi “non-nucleari” accusano disinvoltamente, e senza avere alcuna prova documentata, Teheran di sviluppare armamenti atomici, essi stessi posseggono testate nucleari puntate sull’Iran. Il minimo che si possa dire è che l’IAEA (International Atomic Energy Agency, Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) usa due pesi e due misure.

Germania: Una Potenza Nucleare De Facto
Fra i cinque presunti “stati non-nucleari”, la Germania è certamente il paese più fortemente nuclearizzato (con tre basi atomiche, due delle quali pienamente operative) ed ha la possibilità di immagazzinare fino a 150 bombe B61. Secondo il “piano d’attacco NATO” anche queste armi sono puntate sul Medio Oriente.
La Germania non è ufficialmente una potenza nucleare, ma intanto produce testate per la marina francese, e ha dunque la capacità sia di immagazzinare che di costruire e consegnare armamenti atomici. La European Aeronautic Defense and Space CompanyEADS, una joint venture franco-tedesco-spagnola controllata dalla Deutsche Aerospace e dal potente gruppo Daimler, è il secondo maggior produttore di armi in Europa, e fornisce alla Francia i missili nucleari M51.

La Francia Appoggia la Dottrina Nucleare Preventiva
Nel gennaio 2006 il presidente Jacques Chirac ha annunciato un significativo cambio di direzione nella politica nucleare francese.
Senza nominare l’Iran, Chirac ha affermato che le atomiche francesi dovrebbero essere usate per “attacchi più mirati” verso nazioni che “stanno prendendo in considerazione” la produzione di armi di distruzione di massa.
Ha anche suggerito l’ipotesi che armi nucleari possano venire impiegate in teatri di guerra convenzionale, molto coerentemente con le direttive degli Usa e della NATO.

Il presidente francese sembra dunque aver appoggiato la presunta “Guerra al Terrorismo” tanto strombazzata dagli Stati Uniti, facendo passare le armi nucleari come un mezzo per combattere il terrorismo e per costruire un mondo più sicuro per tutti:
Le armi atomiche non sono nate per essere usate contro fanatici terroristi, tuttavia i leaders di quei paesi che usano i mezzi del terrorismo contro di noi, così come quelli che stanno prendendo in considerazione l’idea di usare armi di distruzione di massa, devono sapere che si espongono ad una ferma e adeguata risposta da parte nostra […]”

Sebbene Chirac non abbia fatto esplicito riferimento ad un uso preventivo di armi atomiche, le sue affermazioni ricalcano fedelmente le linee guida della dottrina dell’amministrazione Bush, che reclama l’uso di armi atomiche contro “stati canaglia” e “organizzazioni terroristiche non-statali”.

Costruire un Pretesto per un Attacco Nucleare Preventivo
Il pretesto per scatenare una guerra in Iran si basa su due fondamentali premesse:
1. Il possesso dichiarato da parte dell’Iran di armi di distruzione di massa, e il suo programma di arricchimento dell’uranio.
2. Il dichiarato supporto da parte dell’Iran al terrorismo islamico.

Queste due affermazioni correlate, sono parte integrante della propaganda e della campagna di disinformazione promossa dai mass media.
L’affermazione sulle armi di distruzione di massa viene usata per giustificare la guerra preventiva contro gli “stati che sostengono il terrore”, paesi come la Corea del Nord o l’Iran che dichiarano di possedere armi di distruzione di massa. L’Iran è classificato come uno stato sostenitore delle cosiddette “organizzazioni terroristiche non-statali”. Anche la Corea del Nord è in possesso di ADM, e potenzialmente costituisce una minaccia atomica. La organizzazioni terroristiche vengono descritte come “potenze nucleari”.

In questa [lunga] guerra i nemici non sono più costituiti da forze militari tradizionali, ma piuttosto da reti terroristiche globali e frammentate che sfruttano l’Islam per ottenere obiettivi politici radicali. Questi nemici hanno il palese intento di acquisire e utilizzare armi nucleari e biologiche per uccidere centinaia di migliaia di statunitensi, e non solo, in tutto il mondo.”
Per contro, paesi come Germania ed Israele che producono e detengono armi nucleari non sono considerate “potenze nucleari”.

Nei mesi passati, il pretesto per la guerra, il presunto nesso ADM-terrorismo islamico, è stato ripetuto fino alla nausea con cadenza giornaliera dai media occidentali.
In un intervento alla Commissione Bilancio del Senato, il segretario di stato USA Condoleezza Rice ha accusato l’Iran e la Siria di destabilizzare l’intero Medio Oriente supportando i gruppi militanti islamici. La Rice ha descritto l’Iran come “la banca centrale del terrorismo”, nonostante sia stato ampiamente dimostrato che Al Qaeda, fin dai suoi inizi nei primi anni ottanta, sia stata supportata e finanziata solo ed esclusivamente dalla CIA.
Non è solo il programma nucleare dell’Iran a preoccupare, ma anche il loro sostegno al terrorismo in tutto il mondo. L’Iran si può considerare a tutti gli effetti la banca centrale del terrorismo.”

“Il Secondo 11 Settembre”: Il “Piano di Contingenza” di Cheney
Mentre la “minaccia” delle armi di distruzione di massa iraniane sta per essere discussa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, il vicepresidente Dick Cheney ha dato ordine all’USSTRATCOM di redigere un piano di contingenza “da mettere in pratica in caso si verifichi un altro attacco terroristico agli Stati Uniti sullo stile dell’11 settembre.” Questo “piano di contingenza” per attaccare l’Iran utilizza il pretesto di un ipotetico “secondo 11 settembre” per legittimare una grande operazione militare.

Questo piano, caratterizzato da una enorme spiegamento militare in previsione di un possibile attacco aereo all’Iran, è in “stato di preparazione”.
La cosa diabolica è che la giustificazione per scatenare una guerra si poggia su un presunto coinvolgimento dell’Iran in un attacco terroristico agli USA, a tutt’oggi inesistente:
“Il piano prevede un attacco aereo su larga scala in Iran, con l’utilizzo congiunto di armi convenzionali e nucleari. In Iran esistono più di 450 grandi obiettivi strategici, compresi numerosi siti sospettati di sviluppare programmi nucleari. Molti di questi obiettivi sono ben protetti, o addirittura sotterranei e non possono essere colpiti con armi convenzionali, per cui ecco spiegata l’opzione nucleare.
Come già nel caso dell’Iraq, l’azione non è direttamente collegata all’implicazione dell’Iran in atti terroristici contro gli USA. Pare che molti ufficiali dell’aviazione coinvolti nell’operazione siano scioccati dalle possibili conseguenze di quello che dovranno fare, scatenare un gratuito attacco nucleare sull’Iran, ma nessuno è pronto a distruggere la propria carriera sollevando delle obiezioni.”

Gli strateghi militari statunitensi si trovano dunque in un limbo, in attesa di un Secondo 11 Settembre, per poter scatenare un attacco contro l’Iran, attacco che è già in “stato di preparazione”. Il “piano di contingenza” di Cheney non è nato per prevenire un secondo 11 settembre, ma si basa sul presupposto che l’Iran stia preparando un attacco di questo tipo, e afferma che dovrebbe essere immediatamente messo in atto un bombardamento punitivo prima ancora che venga condotta un’indagine attenta, esattamente come avvenne nel caso dell’attacco all’Afghanistan nell’ottobre del 2001, scatenato come risposta al supporto dato dal governo dei Talebani ai terroristi dell’11/9. Vale la pena notare che il bombardamento e l’invasione dell’Afghanistan erano stati pianificati ben prima dell’attacco alle Torri Gemelle.

Michael Keefer in un suo incisivo articolo sottolinea:
Ad un’analisi più approfondita, scopriamo che gli “attacchi terroristici tipo-11/9” vengono considerati dallo staff di Cheney e dal Pentagono ottimi pretesti per legittimare guerre di aggressione verso qualunque paese venga presentato come meritevole di questo trattamento dal sistema propagandistico […].”
Keefer conclude che “una guerra in Iran, che molto probabilmente richiederebbe l’uso di un gran numero di bombe atomiche a penetrazione, verrebbe fatta in risposta ad un attacco terroristico con bombe “sporche” agli Stati Uniti, attacco che verrebbe rappresentato da tutti i media come perpetrato da agenti iraniani.”

La Guerra del Petrolio
La firma delle grandi multinazionali petrolifere anglo-americane è impressa indelebilmente sul “piano di contingenza” di Cheney. Il piano è chiaramente indirizzato al controllo territoriale delle riserve di petrolio e di gas, così come degli oleodotti.
C’è una continuità nei piani di guerra in Medio Oriente che unisce Democratici e Repubblicani. Le caratteristiche essenziali dei discorsi dei Neoconservatori erano già presenti durante l’amministrazione Clinton. La strategia del Comando Centrale USA (USCENTCOM) alla metà degli anni 90 era mirata ad assicurarsi il controllo del petrolio mediorientale, sia da un punto di vista economico che militare.

“Gli interessi generali di sicurezza nazionale e gli obiettivi posti nella Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) e nella Strategia Militare Nazionale (NMS) del Presidente, richiedono la creazione di un’unità strategica all’interno del Comando Centrale degli Stati Uniti. L’NSS prevede l’attuazione di una strategia di doppio contenimento degli stati canaglia Iraq e Iran, fino a quando questi stati costituiranno una minaccia per gli interessi degli Stati Uniti, per gli altri stati della regione e per i loro stessi cittadini. Il doppio contenimento è destinato a mantenere un bilanciamento di potere nella regione, senza che ciò dipenda né dall’Iraq né dall’Iran. La strategia dell’USCENTCOM è basata sugli interessi e focalizzata sulla minaccia. Lo scopo dell’impegno statunitense, come esposto dall’NSS, è quello di proteggere gli interessi vitali nella regione, e di assicurare agli USA e ai loro alleati libero accesso al petrolio del Golfo”.

L’Iran possiede il 10 per cento delle riserve mondiali di petrolio e di gas. Gli USA sono la prima potenza militare e nucleare al mondo, ma possiedono meno del 3 per cento delle riserve mondiali.
Inoltre, i paesi a religione musulmana, inclusi quelli in Medio Oriente, in Nord Africa, in Asia Centrale, in Africa Occidentale e Centrale, la Malesia , l’Indonesia e il Brunei posseggono più o meno l’80 per cento delle riserve mondiali.

La “guerra al terrorismo” e la campagna d’odio diretta verso i musulmani, che nei mesi scorsi ha acquistato nuovo impeto, ha una relazione diretta con la “battaglia per il petrolio mediorientale”. Qual è il modo migliore per acquisire il controllo delle enormi riserve situate nei paesi musulmani? Costruire un dissenso politico nei confronti dei musulmani descrivendoli come “incivili”, denigrando la loro cultura e la loro religione, tracciando in profilo etnico negativo, incoraggiando l’odio e il razzismo.
I valori dell’Islam vengono descritti come strettamente legati al “terrorismo islamico”. I governi occidentali ora accusano l’Iran di esportare il terrorismo in occidente, come dice il Primo Ministro Tony Blair:

Dal cocktail di fanatismo religioso e repressione politica del Medio Oriente nasce il virus dell’estremismo, che viene esportato nel resto del mondo. Solo confrontandoci con ogni singolo aspetto del problema, riusciremo a costruire un futuro sicuro. La nostra sicurezza futura dipende dalla stabilità di quella regione. In una situazione come questa non puoi mai dire mai.”
I musulmani vengono demonizzati, disinvoltamente identificati con i “terroristi islamici”, e descritti anche come una possibile minaccia nucleare. I terroristi sono supportati dall’Iran, una Repubblica Islamica che minaccia il “civilizzato mondo occidentale” con armi atomiche devastanti (di cui non è in possesso), mentre le umanitarie bombe nucleari statunitensi sono “precise, sicure e affidabili”.

Il Mondo è ad un Punto Critico
Non è l’Iran ad costituire una minaccia per il mondo, bensì gli Stati Uniti d’America e Israele.
Ultimamente molti governi dell’Europa occidentale, ivi compresi i cosiddetti “stati non-nucleari” in possesso di armi nucleari, sono saliti sul carro del vincitore. In coro, l’Europa occidentale e gli stati membri della NATO hanno iniziato ad appoggiare le iniziative militari statunitensi contro l’Iran.

L’attacco aereo pianificato dal Pentagono prevede scenari di utilizzo di armi convenzionali e atomiche. Il potenziale rischio di un olocausto nucleare in Medio Oriente deve essere seriamente preso in considerazione, e potrebbe diventare un punto fondamentale a favore dei movimenti pacifisti, soprattutto negli USA, in Europa, in Turchia e in Israele.
Bisogna anche tenere presente che Cina e Russia sono (non ufficialmente) alleati dell’Iran, e fornitori di equipaggiamento militare avanzato e di sofisticati sistemi missilistici difensivi, dunque è molto improbabile che in caso di attacco all’Iran questi due paesi assumano una posizione totalmente neutrale.

La nuova dottrina nucleare preventiva richiede un’integrazione fra operazioni difensive e offensive, e la fondamentale distinzione fra armi atomiche e convenzionali è diventata ormai inesistente.
Da un punto di vista militare, gli USA e i loro partner della coalizione, inclusi Israele e Turchia, sono in “stato di preallarme”.
Attraverso la disinformazione operata dai media, si vuole raggiungere l’obiettivo di galvanizzare l’opinione pubblica occidentale e convincerla a sostenere la guerra come risposta alla sfida lanciata dall’Iran alla comunità internazionale.

La propaganda di guerra consiste nel “fabbricare un nemico”, veicolando l’illusione che il mondo occidentale sia sotto l’attacco di terroristi islamici direttamente sostenuti dal governo di Teheran.
“Rendere il mondo più sicuro”, “Prevenire la proliferazione di ordigni nucleari in mano ai terroristi”, “Attuare azioni punitive contro l’Iran per garantire la pace”, “Combattere la produzione nucleare da parte degli stati canaglia”.
Con il sostegno dei media occidentali, sta emergendo un’atmosfera generalizzata di razzismo e xenofobia nei confronti dei musulmani, che fornisce false giustificazioni alle azioni di guerra statunitensi, presentate come “giusta guerra”. La teoria della “Giusta Guerra” naturalmente serve solo a mascherare la vera natura dei piani di guerra degli USA, e a fornire un volto umano agli invasori.

Cosa si può fare?
Il movimento pacifista è in molti casi frammentato e poco informato sui piani bellici degli Stati Uniti. Molte organizzazioni non governative incolpano l’Iran di non accogliere le “ragionevoli richieste” della “comunità internazionale”. Queste stesse organizzazioni, impegnate per la Pace nel Mondo, tendono a sottovalutare le implicazioni di un bombardamento all’Iran.
Per invertire la tendenza servirebbe una gigantesca campagna di informazione senza confini, affinché più gente possibile venga a conoscenza dei pericoli di una guerra che contempli l’uso di armi nucleari. Il messaggio deve essere forte e chiaro: l’Iran non costituisce una minaccia. Anche senza l’uso delle atomiche, un bombardamento aereo darebbe origine ad un’escalation che sfocerebbe in una guerra estesa a tutto il Medio Oriente.

Dibattimenti e discussioni sull’uso delle armi atomiche dovrebbero avere luogo anche negli ambienti militari e dell’Intelligence, nei corridoi del Congresso e a tutti i livelli governativi. In definitiva, la legittimità degli alti ufficiali e delle alte sfere del governo deve essere messa in discussione.
I grandi media hanno la pesante responsabilità di aver finora insabbiato i crimini di guerra; ora devono essere energicamente sfidati e contrastati nella loro reticenza sulla guerra in Medio Oriente.
Negli anni scorsi, gli USA hanno messo in atto una serie di esercizi diplomatici per portare molti paesi dalla loro parte. Ora è giunto il momento che, proprio a livello diplomatico, paesi in Medio Oriente, Asia, Africa e America Latina oppongano una ferma presa di posizione contro i progetti militari statunitensi.

Condoleezza Rice ha attraversato il Medio Oriente, “esprimendo preoccupazione riguardo al programma nucleare iraniano”, cercando inequivocabilmente un appoggio da parte dei governi della regione, mentre l’amministrazione Bush stanziava fondi da destinare a gruppi di dissidenti iraniani all’interno dell’Iran.
Quello che serve in questo momento è smascherare la cospirazione del silenzio, far conoscere le bugie e le distorsioni dei media, portare alla luce la natura criminale dell’amministrazione USA e dei governi che la sostengono, dei suoi progetti bellici e della sua cosiddetta “agenda per la Sicurezza della Patria”, che ha già gettato le basi per la costituzione di uno stato di polizia.

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Il Presidio NO DAL MOLIN e le lotte per la pace

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

Di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 28 maggio 2007
Autrice del libro “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

L’Italia, la Germania, il Giappone, la Repubblica Ceca e i paesi del Sud America sono accomunati dalla forte protesta della popolazione contro la subordinazione al potere degli Stati Uniti, attuata attraverso basi militari, che rappresentano un coacervo di illegalità, distruttività e morte. Già nel febbraio del 2003, i tedeschi avevano protestato per la base di Geilenkirchen, nell’ovest della Germania, dove si stavano svolgendo le operazioni di trasferimento in Turchia di aerei da ricognizione Awacs, per la preparazione dell’aggressione all’Iraq. La protesta fu organizzata dal movimento pacifista cattolico Pax Christi e dall’associazione antimilitarista “Resist the War”, che denunciarono l’uso degli Awacs contro l’Iraq. In quell’occasione, il popolo tedesco si mostrò assai più informato di quello italiano, che non si accorse che dalla base di Camp Darby sarebbero partiti missili contro l’Iraq. 

Nel 2006, emersero informazioni su un piano statunitense per costruire diverse nuove basi militari in Europa, allo scopo di potenziare gli arsenali utili alle guerre attuali e future. Nella Repubblica Ceca si formò un coordinamento di oltre 40 organizzazioni, che attuarono diverse manifestazioni contro la nuova base militare. Ciò spinse gli americani a preparare una campagna mediatica mistificatoria, per convincere i cechi dei presunti vantaggi di una base militare Usa. Il cavallo di battaglia della propaganda americana fu la paura, si cercò di convincere la popolazione a credere nelle presunte minacce da parte dell’Iran e della Corea del Nord. Ma dopo le numerose guerre americane di aggressione, le popolazioni non sono così sciocche da credere che piccoli paesi possano voler sfidare il gigante americano, e sanno assai bene che le basi servono ad altre guerre di aggressione o a portare avanti le guerre già iniziate dalle autorità americane. Oggi tutte le popolazioni europee si aspettano che le 500 bombe nucleari custodite nelle basi Nato in Europa vengano ritirate e che non vengano costruite altre basi militari Usa.
Secondo Chalmers Johnson, le basi militari americane rappresentano il livello di dominio imperiale che le autorità statunitensi hanno raggiunto:

Una volta si poteva seguire l’espansione dell’imperialismo contando le colonie. La versione statunitense delle vecchie colonie sono le basi militari. Seguendo su scala globale i cambiamenti che riguardano le basi possiamo conoscere molto dell’”impronta” imperiale americana e del militarismo che l’accompagna… Nel 2005 le basi militari americane all’estero erano 737. E a causa della presenza militare in Iraq e della strategia della guerra preventiva del presidente George W. Bush, il numero continua ad aumentare… Nel 2005 gli alti comandi militari hanno destinato alle basi all’estero 196.975 uomini in uniforme, accompagnati da altrettanti familiari e funzionari civili del dipartimento della difesa. Inoltre hanno assunto sul posto 81.425 persone. Nel 2005 il personale militare americano dislocato in tutto il mondo, compreso quello in patria, era di 1.840.062 unità, oltre a 473.306 funzionari del dipartimento della difesa e 203.328 dipendenti stranieri. Nelle basi oltreoceano, secondo il Pentagono, c’erano 32.327 baracche, hangar, ospedali e altri edifici di proprietà, mentre quelli in affitto erano più di 16.527. Le dimensioni di questi impianti sono state registrate nell’inventario: 2.781 chilometri quadrati all’estero e 120.675 chilometri quadrati in tutto. È evidente che il Pentagono può considerarsi uno dei più grandi proprietari terrieri del mondo. Questi numeri, benché impressionanti, non tengono conto di tutte le basi effettivamente occupate dagli Stati Uniti… Il rapporto omette anche le basi in Afghanistan, in Iraq (106 guarnigioni nel maggio del 2005), in Israele, in Kirghizistan, in Qatar e in Uzbekistan, anche se dopo l’11 settembre gli Stati Uniti hanno impiantato basi colossali nel Golfo Persico e nell’Asia centrale.[1]

A Vicenza, all’insaputa della popolazione, è stata presa la decisione di costruire una nuova base militare, per accogliere la 173esima brigata aviotrasportata statunitense, che comprende 1800 soldati americani, attualmente in Germania. E’ stato progettato un complesso di 700 mila metri cubi di caserme, impianti militari e logistici; 61 villette a schiera, un albergo, un campo da bowling e un ospedale, che sarà collegato a quello vicentino. La spesa prevista dal Pentagono è di almeno 680 milioni di dollari. Dovrebbe sorgere una vera e propria cittadella autosufficiente, con centri commerciali e palestre, case e una mensa per 1.300 persone. Tutto questo ha lo scopo di agevolare le guerre americane contro i popoli, preparando gli arsenali per nuove guerre di aggressione. 
Il presidente del Consiglio Romano Prodi, il 16 gennaio, da Bucarest annunciò che è “doveroso mantenere gli impegni con gli alleati”, dimenticando che il primo impegno dovrebbe essere quello preso con i cittadini, che si aspettano che egli governi nell’interesse della popolazione, e non per favorire il bellicismo americano.

Il governo Prodi, ignorando completamente la pericolosità e la criminalità delle autorità statunitensi, propaganda di essere un “governo amico” degli Stati Uniti, condannando l’intera popolazione italiana al pericolo di avere sul proprio territorio una massiccia militarizzazione.  La nuova base militare al Dal Molin nasce dall’idea criminale di “guerra preventiva”, ossia per attuare aggressioni contro i popoli del Medio Oriente. Il dissenso degli italiani alle guerre preventive è pressoché totale, e la mobilitazione popolare contro la nuova base militare a Vicenza è emersa in tutta la sua forza alla manifestazione del 17 febbraio scorso. I mass media ufficiali cercarono in tutti i modi di screditare la manifestazione parlando di “pericolo violenze” e mettendo in campo almeno 1300 poliziotti, come si trattasse di un evento sovversivo e violento, da cui dover difendere i cittadini, e non un evento voluto dai cittadini per affermare la propria volontà di pace. In realtà, il dispiegamento delle forze di polizia serve sempre più ad intimidire i cittadini, per scoraggiare ogni dissenso o protesta. Nonostante le intimidazioni del governo, a Vicenza si ebbe un corteo di oltre 150.000 persone.

Il popolo vicentino (come l’intero popolo italiano), è un popolo pacifico, che ama la vita serena e dedita ai valori religiosi e alla famiglia, la sua realtà è ben distante da quella che le autorità statunitensi vorrebbero imporre al mondo intero: un futuro di distruzione e guerra contro chiunque metta in discussione la loro supremazia. Proprio nei giorni delle proteste di Vicenza, le forze militari statunitensi colpivano diverse città irachene, arrestando e torturando civili inermi, ed esponendo i corpi martoriati per terrorizzare la popolazione. Tutto questo orrore risultava del tutto insignificante agli occhi del governo italiano, che attraverso i media, metteva in evidenza le previste violenze dei vicentini, anziché denunciare i veri crimini e i responsabili. Le nostre autorità ci vorrebbero far credere che gli Stati Uniti sono un paese “democratico”, e spacciano la subordinazione coloniale dell’Italia per “amicizia fra popoli”.

Nei giorni del dissenso vicentino, si aprì una campagna mediatica che mostrava i “nuovi terroristi”, ovvero le presunte nuove brigate rosse. La notizia veniva oltremodo amplificata dai telegiornali e dai quotidiani, che mettevano i titoli che denunciavano il terrorismo accanto alle notizie su Vicenza. E’ davvero una strana coincidenza che, proprio quando le manifestazioni di dissenso al governo saltavano alla cronaca, apparivano presunti terroristi, le cui notizie giungevano ad occupare diverse pagine dei giornali. E’ più di un sospetto che le nostre autorità abbiano attuato strategie mediatiche per screditare il dissenso o criminalizzarlo, in modo tale da isolarlo e distruggerlo. Ma l’esperienza della “strategia della tensione” e del G8 di Genova ha insegnato qualcosa agli italiani, che oggi possono comprendere quale sia la vera natura dell’attuale potere politico. Spaventare brandendo il pericolo terrorismo potrebbe risultare ancora più inefficace se si pensa che vengono accusati di terrorismo persino cantanti che criticano il Vaticano, i pacifisti e i no-global. Tentare di associare il legittimo dissenso al terrorismo è patetico, oltre che disonesto, antidemocratico e immorale.

Dopo il sì di Prodi, Vicenza, rimasta sconcertata, si è sollevata gridando “Vergogna, vergogna”‘. Alcuni vicentini hanno bruciato le bandiere dell’Unione e le tessere elettorali. Al sindaco, Enrico Hullweck, venne chiesto di indire un referendum, ma egli si rifiutò perché sapeva benissimo quale sarebbe stato il risultato. 
Non tutti i politici hanno voltato le spalle ai cittadini di Vicenza, Olol Jackson, leader dei Verdi, che si è autosospeso dal suo partito, ha spiegato il suo appoggio alla lotta:

Stiamo lottando solo per difendere la nostra terra, il nostro sogno di pace: la verità è che l’Ulivo intende conquistare voti in Veneto con una politica di destra, come ha fatto col Mose a Venezia… Quello del no al Dal Molin è un movimento trasversale, costituito da cittadini di ideologie diverse, anche opposte. Questa base ci costerà tantissimo sotto il profilo economico, perché il 40 per cento delle spese sarà a carico nostro. Poi sul piano territoriale, per l’esagerata e scriteriata occupazione di suolo e, in piena crisi idrica, dovremo dare metà dell’acqua agli Usa.[2]

Per far accettare la nuova base, sono state dette diverse menzogne, ad esempio, che gli americani porterebbero lavoro e denaro, o che ci sarebbe stato soltanto un modesto ampliamento della base già esistente. Ma i vicentini non sono caduti nei tranelli, e hanno compreso assai bene la pericolosità della situazione. Spiega Gianni Turcato, coordinatore dei Giovani Comunisti: “Fanno sorridere, per non piangere, le dichiarazioni di Prodi sul fatto che quello del Dal Molin è un problema urbanistico. Gli Usa sono casomai un’impresa di demolizione molto efficiente, soprattutto con i loro bombardamenti intelligenti che hanno utilizzato in vari Paesi. Dopo l’11 settembre l’America ha lanciato la sua politica del terrore globale e Vicenza rischia di diventare l’avamposto dove si preparano i conflitti”.[3]

La protesta di Vicenza permette a tutti gli italiani di mettere in discussione l’appoggio diretto o indiretto ad una politica di guerra continua, che serve soltanto al mantenimento dell’assetto di potere attuale. La protesta contro la basi militari è un passo verso la pretesa di un nuovo assetto politico-economico, fondato sul rispetto dei diritti umani e sulla gestione equa e saggia delle risorse dei paesi del mondo. 
Se amiamo davvero la vita, i nostri figli e noi stessi, abbiamo il dovere di rigettare l’ordine mondiale che l’élite anglo-americana ci sta imponendo, e di rifiutare con determinazione la tortura, la violenza, la distruttività e la guerra. Non c’è una via di mezzo: o siamo complici dei crimini perpetrati con le continue guerre di aggressione ai popoli, oppure ci dissociamo e pretendiamo, nei fatti, ciò che ci viene promesso a parole: la democrazia, la pace e la sovranità sul territorio.

Il presidio permanente “No Dal Molin” organizza diverse iniziative culturali e di sensibilizzazione al problema della militarizzazione statunitense. Da qualche mese viene pubblicato il Giornale Dal Molin, che spiega le ragioni della lotta e fornisce una vera informazione su questioni importanti per tutti i cittadini italiani.
Il mancato ascolto dei politici alle giuste istanze sollevate dai vicentini ha prodotto uno scollamento fra l’attuale classe politica e la cittadinanza. E’ stato creato un senso di rigetto del sistema politico attuale, che di fronte ai problemi dimostra come esso non è a servizio dei cittadini, ma un organo di controllo e di potere sui cittadini, servo di un’oligarchia che gestisce indisturbata il potere finanziario ed economico. 
I vicentini hanno mandato una lettera ai parlamentari statunitensi per indurli a non votare per la costruzione della nuova base militare di Vicenza. Fra le altre cose, la lettera diceva: “Vicenza è un’antica città piccola e bella… i suoi cittadini non vogliono la base americana ma possiamo assicurare che non hanno sentimenti antiamericani, essi vogliono soltanto proteggere il patrimonio italiano”.

Per il bene della popolazione mondiale, occorre avversare in modo netto e deciso lo strapotere statunitense, che oggi sta imponendo basi militari ovunque, col pretesto della “lotta al terrorismo”. L’Africa sta subendo crimini e violenze ancora più massicce rispetto al periodo coloniale. Tutto è ormai posto sotto il controllo americano: ufficiali e soldati americani vanno e vengono per l’intero continente, attuando piani di distruzione, assalti e torture contro i popoli africani. L’obiettivo delle autorità statunitensi è che il mondo diventi una grande base militare, e che ovunque i popoli accettino passivamente, impauriti, il loro potere criminale. Continuano ad organizzare eserciti per ogni parte del mondo: per l’Africa c’è l’United States Africa Command (Africom), per l’Europa c’è l’United States European Command (Eucom), nel Caucaso e nei pressi del Mar Nero c’è la Joint Task Force-East, mentre in Afghanistan gli Stati Uniti comandano l’International Security Assistance Force (Isaf). Inoltre, nuove basi stanno sorgendo in molte parti del mondo. In Marocco, a Tan Tan, è stata creata una base americana per controllare il Mediterraneo e il Nord Africa. Il Montenegro, dopo aver proclamato l’indipendenza, il 3 giugno 2006, è stato militarizzato dagli Usa. Dopo aver posto basi in Bosnia e in Kosovo, con la base del Montenegro, gli Stati uniti possono controllare tutto il sud-est europeo, e potranno installare radar e missili intercettori, che saranno rivolti verso il Medio Oriente e il Nord Africa.

Tutto questo ha l’obiettivo di reprimere, distruggere vite umane, esercitare violenza e imporre il dominio con la forza delle armi. La militarizzazione porta un clima di orrore e di morte, come spiega lo studioso Joseph Gerson:

Non dimenticherò mai il volto di una donna di Okinawa che ha condiviso il ricordo di come quando era una ragazza, la sua intera generazione di ragazze –ora donne di mezza età-, fosse terrorizzata dal brutale stupro e assassinio di una giovane ragazza da parte di un soldato USA. O lo sguardo dei più contadini di Okinawa –ognuno dei quali indossava una fascia per capelli con scritto “La vita è sacra”- che facevano un sit-in al di fuori del tribunale di Naha, chiedendo la restituzione della loro terra… È grazie alla passione con cui ha insistito un giovane attivista coreano contro le basi, che io ho visto un CD, che la sua organizzazione aveva fatto sull’uccisione di due ragazze -Shin Hyo-soon e Shim Mi-sun- da parte di un carro armato poche settimane dopo quell’atrocità e per la sua insistenza che io ho fatto qualcosa su questo. E un buon amico islandese una volta mi ha raccontato come i dimostranti una volta piazzarono la testa di un cavallo su una pertica per invocare le antiche divinità vikinghe di sbarazzare l’isola dell’abominevole base aerea di Kefkavik. Lo facevano a mo’ di burla, ma erano quanto mai seriamente impegnati.

Le basi portano insicurezza, l’assenza di autodeterminazione, di diritti umani e di sovranità. Degradano la cultura, i valori, la salute e l’ambiente delle nazioni ospiti e degli Stati Uniti. Se permetti di essere colpito dalla sofferenza d’un altro, questa diventa tua. L’imperativo diventa por fine alla sofferenza altrui.[4]

Le brutali aggressioni all’Iraq e all’Afghanistan sono servite anche a far capire chi comanda, e l’occupazione militare delle ex repubbliche sovietiche, Tajikistan, Kirgisistan e Uzbekistan, dovevano servire ad indicare nelle autorità di Washington l’unico potere imperiale del mondo attuale. Nelle ex repubbliche sovietiche sono state imposte numerose basi militari permanenti, costringendo i popoli a perdere la loro sovranità territoriale.  
E’ ora di riconoscere che questo gruppo di persone, che organizza guerre e vuole militarizzare il mondo, è affetto da patologie psichiatriche di grave entità, e non si può continuare a concedere a persone gravemente disturbate il potere sulle nostre esistenze e sul nostro territorio. Occorre capire profondamente la follia che c’è nel voler fare le guerre e nel torturare, violentare le donne e uccidere bambini. Questo gruppo di persone è capace di esaltare la morte e la distruzione, dando alle guerre o alle battaglie nomignoli che richiamano forza, eventi naturali o buffi, come “Tempesta nel Deserto” (Desert Storm), “Agita e cuoci al forno” (shake and bake) o “Colpire e terrorizzare” (Shock and Awe). Parlano di “Nuovo ordine mondiale”, come se noi tutti fossimo burattini nelle loro mani. Ci impongono un sistema fondato sulla forza, per convincerci a continuare a stare sottomessi, ma tutto questo ha un limite e avrà una fine.

La massiccia militarizzazione delle autorità Usa non è sostenuta soltanto dalle nostre autorità, ma anche da alcuni grandi industriali e banchieri, che guadagnano cifre da capogiro grazie alle guerre. Questi guadagni aumentano di anno in anno. Nel 2006 le autorizzazioni all’esportazione di armi hanno superato i 2,1 miliardi di euro, il 61% in più rispetto all’anno precedente. Le banche hanno incassato almeno 1,5 miliardi di euro, guadagnando in “compensi di intermediazione” oltre 32,6 milioni. La banca che ricava più guadagni dalle guerre è il gruppo San Paolo IMI, seguono Banca nazionale del lavoro, Banco di Brescia, Banca Popolare Antoniana Veneta, Banca Intesa, ecc.  Altre banche, come la Banca Popolare di Vicenza, la Banca di Sardegna e la Banca Antoniana Popolare Veneta, sono controllate dalle “banche armate”. Tutto questo spiega perché i grandi imprenditori e l’élite ricca italiana siano così tanto favorevoli alla militarizzazione americana del nostro territorio e alle guerre americane. La popolazione non soltanto non guadagna nulla da tutto questo, ma perde la sovranità territoriale, deve pagare enormi spese di guerra, e il 41% del costo di stazionamento delle basi americane. Le nostre finanziarie vengono fatte, non per migliorare le condizioni del paese, ma per stanziare denaro per le guerre e per pagare le banche. Basti pensare che nell’ultima finanziaria sono stati stanziati 1,7 miliardi di euro per armamenti e tecnologie, che soprattutto la Finmeccanica avrebbe fornito ad Israele, sulla base dell’accordo stipulato nel 2005.[5] Massimo D’Alema, propagandando il suo “pacifismo” sulla questione mediorientale, nasconde che il nostro paese, come altri (in primis Gran Bretagna e Stati Uniti), fornisce armi e tecnologia bellica che saranno utilizzati contro il popolo palestinese. Molti sanno che dietro la distruttività e il bellicismo delle autorità israeliane ci sono quelle stesse persone che organizzano le guerre di aggressione. Israele possiede missili nucleari puntati sugli altri paesi della regione, per poter tenere sotto controllo l’intera zona, commettendo ogni genere di crimine impunemente, proprio come fanno le autorità statunitensi. Per occultare questa situazione, sia gli Usa che Israele si vittimizzano, inducendo a credere di avere pericolosi nemici da cui sono costretti a difendersi. E’ meglio per noi capire prima possibile la pericolosità di queste persone, e lottare per arginare e indebolire, fino al crollo definitivo, il loro potere sui popoli.

I nostri governi sono completamente sottomessi alle lobby delle armi, e continuano a stanziare denaro pubblico per investimenti bellici. Favoriscono i profitti delle banche armate e delle imprese belliche. Oltre a Finmeccanica, altre imprese, come Avio, Agusta, Oto Melara, Alenia Aeronautica, ecc., hanno raddoppiato e in alcuni casi triplicato i loro profitti. 
Il Ministero della Difesa ha creato il Fondo per le esigenze di investimento per la difesa, attraverso cui eroga molto denaro al settore bellico. Sono stati stanziati, per il biennio 2007/8, oltre 800 milioni di euro per un progetto aerospaziale e per la costruzione di caccia Eurofighter, in collaborazione con aziende inglesi, spagnole e tedesche. Inoltre, il fondo riceve un miliardo di euro all’anno per ogni missione di guerra all’estero. Insomma, il nostro governo, che attua tagli drastici in tutti i settori importanti per la qualità della vita degli italiani (sanità, scuola, giustizia, cultura, ecc.), non bada a spese per quanto riguarda le guerre e la produzione bellica.

Il nostro paese fornisce armi a molti paesi che non rispettano i diritti umani. Il governo permette che siano vendute armi in tutte le aree di guerra, e nei paesi in cui i popoli sono sottomessi da sistemi tirannici, come il Kuwait, l’Arabia Saudita, i paesi del Nord Africa, l’Africa subsahariana, e persino la vituperata Siria. Quando si tratta di distruttività e controllo dei popoli, l’oligarchia dominante non conosce limiti né colori politici. Basti pensare che anche il governo Berlusconi, che si professava apertamente “filoamericano”, vendeva armi alla Siria (che era accusata di fornire armi agli hezbollah). 
In tutto il mondo continuano a svolgersi manifestazioni, cortei, proteste e sollevazioni contro l’attuale sistema di potere, e i nostri media non ce ne danno notizia, facendoci credere che quella di Vicenza sia una protesta isolata. Quest’anno si sono svolte numerose manifestazioni per la pace in tutto il mondo. Ad esempio, il 24 febbraio 2007, a Londra si è svolta una grande manifestazione contro la guerra in Iraq, che ha visto la partecipazione di 100.000 persone. 

Negli Stati Uniti sono sempre più frequenti le manifestazioni per la chiusura di Guantanamo e contro le guerre americane. Spesso le proteste sono organizzate da persone gravemente danneggiate dal sistema di potere attuale, come reduci, madri di soldati uccisi e parenti di persone torturate o ingiustamente detenute. Ad esempio, Cindy Sheelan, madre di Casey, un soldato ucciso in Iraq, l’ex prigioniero inglese Asif Iqbal, rinchiuso per due anni e mezzo senza alcuna accusa, e Zohra Zewawi, madre del detenuto britannico Omar Deghayes, a cui viene negato di vedere il proprio figlio. 
In molti paesi, come la Grecia , l’Australia, l’Ungheria, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna , i manifestanti hanno indossato tute arancione simili a quelle dei detenuti di Guantanamo. Lo spazio davanti a Downing Street, la residenza del Primo ministro inglese, è diventato luogo di presidi di protesta contro la guerra. Gli inglesi scrivono lettere al governo, in cui chiedono che cessi la carneficina in Iraq e in Afghanistan, e che i soldati britannici ritornino a casa. Persino i bambini si rivolgono alle autorità inglesi chiedendo ragioni sul loro operato. Un bambino di 10 anni, Anas el-Banna, ha chiesto spiegazioni sull’incarcerazione di suo padre, Jamil el-Banna, in carcere da 4 anni senza alcuna accusa. Tony Blair non ha mai risposto né ad Anas né ad altre vittime del suo governo.

Anche in questi ultimi mesi, gli inglesi hanno continuato le proteste contro la guerra in Iraq, capeggiate da reduci e da madri di soldati uccisi, come Rose Gentle, madre di Gordon Gentle, ucciso in Iraq nel giugno del 2004. La signora Gentle è diventata la portavoce di un’associazione di madri di soldati britannici morti in Iraq, che organizzano proteste e di tanto in tanto si accampano davanti a Downing Street.
Nel settembre dello scorso anno, si sono svolte in molti Stati degli Usa manifestazioni di protesta contro la guerra in Iraq. Alle proteste hanno partecipato anche veterani di guerra, deputati, gruppi religiosi e varie organizzazioni a difesa dei diritti umani. Il governo, come in altre manifestazioni, ha risposto utilizzando la forza e arrestando migliaia di persone. Ma ciò non ha affatto scoraggiato i manifestanti, che continuano a lottare. Racconta il reverendo Lennox Yearwood, arrestato per aver protestato contro la guerra: “Come cittadini e persone di fede, dobbiamo essere la coscienza del nostro paese”.[6]

Il 21 settembre del 2006, 500 gruppi religiosi hanno firmato una “Dichiarazione di pace”, attraverso cui chiedono il ritiro dei soldati americani dall’Iraq, la chiusura delle basi militari e la creazione di una cultura della pace, che lavori per il benessere dei cittadini e per la ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra.  Durante le manifestazioni per la pace, migliaia di attivisti vengono arrestati o pestati. Persino due Premi Nobel sono stati ammanettati e arrestati per aver protestato pacificamente davanti alla Casa Bianca. Si tratta della nordirlandese Mairead Corrigan Maguire (Premio Nobel per la pace nel 1976), e dell’americana Jody Williams (Premio Nobel per la pace nel 1997), arrestate insieme a 35 capi religiosi e al pacifista Daniel Ellsberg, mentre si trovavano davanti alla Casa Bianca e cantavano canzoni di pace, mostrando foto di vittime civili della guerra. Racconta il deputato della Georgia John Lewis: “Come partecipante del Movimento dei Diritti Civili, ho affrontato la violenza con la non violenza. Mi hanno picchiato e lasciato sanguinante per strada. Mi sono reso conto che le nostre armi più potenti come nazione non sono le bombe o i missili. La nostra maggiore difesa è il potere delle nostre idee, è quello che crediamo sulla democrazia e il rispetto della dignità umana”.[7] Altri deputati hanno firmato la Dichiarazione di pace, come  Danny Davis, Jan Schakowsky, Earl Blumenauer, Chaka Fattah e Sam Farr.

L’associazione United for Peace and Justice ha organizzato imponenti manifestazioni contro le guerre americane, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone, che hanno sfilato tenendo un filo su cui erano state attaccate le foto dei soldati americani morti. Se avessero attaccato anche le foto dei morti iracheni, afghani e somali, il filo sarebbe stato chilometrico. In una di queste manifestazioni, gruppi di persone urlavano “Vergogna! Vergogna!”, e un altro gruppo, mascherato da clown, cantava filastrocche che ironicamente facevano capire che la politica americana segue gli interessi dei più ricchi. 
Nel gennaio di quest’anno, oltre centomila persone hanno marciato verso la Casa Bianca al grido di “Stop alle uccisioni in Iraq”. Durante quel corteo, emerse una tragica verità: anche le truppe americane, composte in gran parte da giovani provenienti dalle famiglie più povere, sono vittime della macchina propagandistica americana. Joshua Sparling, un giovane di 25 anni che ha perso una gamba combattendo in Iraq, chiese il microfono e disse che i soldati americani vivono una situazione difficile, e che hanno bisogno di credere di essere lì per aiutare gli iracheni. Ma continuare a credere alle menzogne non è certo una soluzione, considerando che ogni soldato si rende complice dei crimini, e che se tutti o la maggior parte di essi si rifiutassero di fare la guerra, essa cesserebbe. Di sicuro non andrebbero a combattere né i Bush né gli altri membri dell’élite.

Quest’anno, alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione all’Iraq, almeno 30/40 mila persone hanno protestato davanti al Pentagono, gridando  “Incriminate Bush”, “Riportate le truppe a casa”, “Niente sangue per il petrolio”, “No alle torture” e “Sic semper tyrannis”. Il governo, per l’ennesima volta, ha risposto con una pattuglia di polizia, che ha arrestato centinaia di persone. 
Negli Stati Uniti ci sono anche le Donne in Nero, nate nel 1988, quando  un gruppo di donne Palestinesi e Israeliane, vestite di nero, iniziarono a praticare una veglia settimanale contro l’occupazione israeliana della West Bank e della Striscia di Gaza. Inizialmente, le Donne in Nero furono perseguitate, aggredite e insultate con parole come “puttane”, ma hanno continuato a protestare. Oggi sono sempre più numerose in diversi paesi del mondo, e lottano contro tutte le guerre. In California, a Berkeley, dal 1988, ogni settimana si tiene regolarmente la veglia delle Donne in Nero di Solidarietà.

Nel 2002 si è formato un altro gruppo di donne, capeggiato da Medea Benjamin, Diane Wilson, Jodie Evans e Gael Murphy. Il gruppo è stato chiamato Codepink, contrapponendo con ironia il colore rosa al terrore criminale delle autorità americane. Le donne del Codepink organizzano spettacoli teatrali in strada, con slogan e battute satiriche. Il loro slogan principale è “Le donne di Codepink dicono: Ritiro Immediato”. Lo scorso anno organizzarono un digiuno contro la guerra in Iraq. In quell’occasione, Diane Wilson dichiarò: “Mentre Bush dichiara che il suo dio gli ha detto di fare la guerra, il mio dio mi dice che dovremmo fare tutto il possibile per fermarla, per proteggere sorelle e fratelli in pericolo… Se permettiamo a questa guerra di continuare, l’invasione di un altro paese sarà solo questione di tempo: l’Iran, o magari il Venezuela. Non possiamo rimanere sdraiati come tappetini e permettere che il nostro governo ci calpesti. Lo sai anche tu, no, che tutto quello che serve al male per trionfare è che gli onesti non facciano nulla. Dobbiamo fare qualcosa per arrestare il male… Abbiamo sfilato, fatto campagne di pressione, siamo state arrestate. Io ho appena finito di scontare tre mesi di prigione per aver srotolato uno striscione: 120 giorni e 2.000 dollari di multa. Abbiamo fatto una veglia davanti alla Casa Bianca che è durata quattro mesi. Ma questo non ha fermato la guerra, perciò dobbiamo andare avanti… Io dico sempre: le donne ragionevoli si adattano al mondo, le donne irragionevoli adattano il mondo a se stesse. E’ ben venuta l’ora di essere “irragionevoli”.[8]

I popoli di tutto il mondo sanno che le guerre americane di aggressione sono crimini gravissimi contro le popolazioni. La prima guerra del Golfo fu sostenuta da 34 paesi, mentre l’attuale occupazione dell’Iraq è sostenuta soltanto da tre paesi (Regno Unito, Australia, Stati Uniti), in cui la maggioranza della popolazione è contraria alla guerra.
Gli europei sono molto insofferenti allo strapotere degli Usa, ma ancora di più lo sono altre culture, come le asiatiche e la musulmana, che subiscono il dominio di una potenza estranea alla loro cultura, che vuole distruggere i loro valori culturali, imponendo un sistema basato sull’egoismo e sul materialismo consumistico. Molti popoli sono oppressi e costretti a vivere in miseria proprio per impedire loro una lotta efficace contro i crimini anglo-americani, ma essi continuano a ribellarsi, nonostante le conseguenze che sono costretti a subire.

In Giappone, come nelle Filippine, in Kuwait, in Arabia Saudita, in Ecuador e in molti altri luoghi, la lotta al crimine e alla guerra è sempre più forte. In Ecuador è nato il movimento “No-basi”, coordinato da Lina Cahuasquí, che organizza manifestazioni e cortei contro la militarizzazione americana nel Sud America. A Quito (capitale dell’Ecuador) c’è la più grande base americana del Sud America, e in America Latina e nei Caraibi ci sono almeno 17 basi militari Usa. In tutti questi paesi esistono movimenti che lottano per la chiusura delle basi, che spesso collaborano fra loro, come spiega l’attivista ecuadoriano Corazón Fabros Valdez: “Abbiamo capito l’importanza della solidarietà internazionale dopo i successi ottenuti nella lotta contro le basi militari Usa nelle Filippine… Le Filippine hanno avuto basi militari Usa per oltre 100 anni, che sono state usate contro il Vietnam e altre nazioni. Tra gli effetti peggiori, abbiamo assistito a violazioni dei diritti umani e della democrazia”.[9] Le lotte sono servite a convincere il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ad annunciare che non rinnoverà il permesso per mantenere la base Usa di Manta, e a rifiutare l’installazione di una nuova base militare sull’isola di Baltra (Galapagos).
Il ricercatore di Focus on the Global South, Herbert Docena, ritiene che la Rete No-Basi andrebbe internazionalizzata:

Oltre alla dichiarazione politica, vogliamo istituzionalizzare la Rete No-Basi in tutto il mondo, e renderla più dinamica, per poter intraprendere progetti a medio e lungo termine. Gli Stati Uniti hanno sostenuto Ferdinando Marcos (1965-1986) con cifre di denaro esorbitanti, in cambio del suo consenso per mantenere le basi Usa nelle Filippine… È stato solo dopo la chiusura delle basi, nel 1992, che abbiamo capito quanto inquinamento avevano prodotto.[10]

Anche i militanti di Porto Rico hanno ottenuto la chiusura della base di Vieques, che da 60 anni controllava il territorio. Argentina e Brasile hanno smesso di prendere parte alle manovre navali insieme alla marina statunitense. Occorre prendere ad esempio questi paesi, e continuare a protestare contro la militarizzazione.
Noi italiani abbiamo molto di cui protestare, anzi moltissimo. Che dire del potere mafioso che ci attanaglia? Che dire dei politici mafiosi che vengono riproposti come candidati? Come molti sanno, ma pochi dicono, la mafia è l’altra faccia del dominio anglo-americano sull’Italia. E oggi è più forte che mai. I giovani meridionali che gridano “la mafia fa schifo” rappresentano il volto pulito del futuro dell’Italia. Un futuro possibile se i giovani si renderanno conto che oltre a protestare occorre cambiare la propria mentalità e mettersi nell’ordine delle idee di dover rifiutare l’attuale sistema politico e di non scendere a compromessi con chi si spaccia per “democratico” ma sostiene la legge del più forte e la mentalità mafiosa. 

Noi italiani abbiamo il dovere di sostenere la lotta del “No dal Molin”, così come la lotta “No tav”, perché non si tratta di gruppi sparuti di estremisti “antiamericani” o “antiprogresso”, come vorrebbero farci credere, ma di persone coraggiose che stanno lottando per i diritti che una vera democrazia dovrebbe garantire e difendere: per la salute, per la pace e per un mondo senza crimini. I cittadini di Vicenza hanno il merito di aver esteso la protesta al vasto problema della criminalità e del terrorismo statunitense, e di rifiutare la militarizzazione non soltanto sul loro territorio, ma dovunque essa avvenga. 
E’ tempo di svegliarci, e di capire che il sistema criminale attuale non può imperare perennemente, e la vera liberazione dei popoli può avvenire e deve avvenire.

Occorre diventare coscienti che il gruppo dominante sta utilizzando un enorme potere mediatico per passivizzarci. Così come indirizzano i nostri acquisti e ci inducono a fare scelte politiche per sentirci “liberi”, ci condizionano affinché diveniamo complici dei loro crimini.
L’oligarchia criminale utilizza anche l’allarme “terrorismo”, che genera paura e ci paralizza, inducendoci a cercare protezione. Oppure stimola gli aspetti superficiali dell’esistenza, spingendoci a perdere il senso della crescita interiore. Veniamo passivizzati anche attraverso l’associazione mediatica fra protesta ed eversività, sovversione e terrorismo. Ci viene fatto credere che per il “quieto vivere” dobbiamo accettare crimini e guerre.

Ma la loro arma più efficace è la disinformazione: milioni di persone non sanno cosa davvero fanno gli statunitensi in molti paesi. Non sanno che utilizzano armi chimiche contro la popolazione inerme, che torturano gli uomini davanti a donne e bambini, che imprigionano le donne per  violentarle ogni giorno o che uccidono famiglie intere senza scrupoli. Molti non sanno che il rispetto per i diritti umani è diventato una chimera anche in paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, in cui numerosi dissidenti spariscono nel nulla. Molti italiani credono che il telegiornale li informi, mentre ormai quasi tutti i canali mediatici servono a coprire la verità sulla realtà attuale.
Tuttavia, la disinformazione talvolta non è totale, e di tanto in tanto possono emergere contenuti che sfuggono al controllo dell’élite, com’è accaduto con le foto delle torture nel carcere di Abu Ghraib. Ad ogni modo, le nostre responsabilità non vengono attenuate dalla disinformazione o dalla mistificazione dei fatti da parte delle nostre autorità.

Mettiamoci nei panni dei popoli aggrediti: essi sanno che noi abbiamo visto le foto delle torture avvenute nel carcere iracheno di Abu Ghraib, sanno che noi sappiamo che le guerre permettono agli Usa di saccheggiare il loro petrolio, sanno che sul nostro territorio ci sono le basi da cui partono i soldati e le armi che serviranno ad uccidere o a mutilare migliaia di bambini inermi. Secondo Diane Wilson, in Iraq oggi la popolazione soffre perché noi non stiamo facendo abbastanza per mostrare il nostro rifiuto ai crimini e alle guerre americane:

Le persone (in Iraq) erano così amichevoli e gentili con noi, sebbene il nostro paese stesse minacciando il loro. Abbiamo girato per Baghdad giorno e notte, e quando mi perdevo c’era sempre qualcuno, un bambino o un adulto, che mi rimetteva sulla strada giusta. Non riesco ad immaginare come sia la vita quotidiana per gli iracheni, oggi, con tutte le morti e la violenza che li circondano. Mi spezza il cuore pensare che i bimbi che ho incontrato sono morti o stanno morendo. (Oggi gli iracheni) Non vedono gli statunitensi contrastare questa guerra basata sulle menzogne, così la distinzione fra il governo e il popolo si è dissolta. Non abbiamo mostrato di essere davvero contro la guerra, e sarebbe ora di farlo. I loro corpi sono sulla linea di fuoco ogni giorno, così come quelli dei soldati… Dovremmo essere determinati nel costruire pace, così come altri sono determinati nel fare guerre.[11]

E’ tempo di amare la pace non soltanto a parole, ma sostenendo tutti coloro che stanno facendo qualcosa di concreto contro il militarismo e le guerre, come i cittadini di Vicenza. Occorre indignarsi di fronte all’assenza quasi totale nei media ufficiali delle iniziative e delle lotte dei popoli contro la guerra e i crimini dell’élite dominante. Ci vogliono far credere che i popoli del mondo stiano accettando l’attuale assetto, oppure ci vogliono tenere isolati, in modo da indebolire le nostre lotte.
Dobbiamo alimentare le nostre risorse interiori, per avere dentro di noi, prima che all’esterno, un mondo realmente libero e pacifico, privo di gruppi criminali che tiranneggiano o massacrano i popoli. Dobbiamo raggiungere quest’obiettivo dapprima a livello individuale, poi a livello nazionale, e infine porci in armonia con tutti gli altri popoli del mondo. Sarà questo il nostro futuro, se lo sceglieremo.  

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007), “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA ” (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
Se vuoi lasciare un commento agli articoli o ai libri di Antonella Randazzo vai a  http://antonellarandazzo.blogspot.com/

Note:

[1] Johnson Chalmers, Nemesis: the last days of the american republic, Metropolitan Books, Henry Holt and Company, New York 2007.
[2] http://www.avvenimentionline.it/content/view/1121/349/
[3] http://www.avvenimentionline.it/content/view/1121/349/
[4] Gerson Joseph, “U.S. Foreign Military Bases & Military Colonialism”, http://www.zmag.org/Italy/gerson-basimilitariusa.htm
[5] Legge 17 maggio 2005 n° 94, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 7-6-2005, che comprende 11 articoli e un memorandum tenuto segreto anche al Parlamento per “motivi di sicurezza”.
[6] Rizvi Haider, Administrator, 9 ottobre 2006. www.politicaonline.net   
[7] Rizvi Haider, Administrator, 9 ottobre 2006. www.politicaonline.net   
[8] http://www.ildialogo.org/noguerra/digiunocontro27052006.htm
[9] Kintto Lucas, “Un mondo senza basi militari straniere”, http://www.informationguerrilla.org/2007/03/10/un-mondo-senza-basi-militari-straniere/
[10] Kintto Lucas, “Un mondo senza basi militari straniere”, http://www.informationguerrilla.org/2007/03/10/un-mondo-senza-basi-militari-straniere/
[11] http://www.ildialogo.org/noguerra/digiunocontro27052006.htm

Posted in GUERRE | Commenti disabilitati su Il Presidio NO DAL MOLIN e le lotte per la pace

Gli Stati Uniti e la Guerra in Iraq: La Raccolta del Consenso

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

A cura di Lorenzo Ansaloni – 7 giugno 2007

Nel 1973, Huynh Cong Út vinse il premio Pulitzer con una foto che sarebbe stata destinata ad imprimersi nella memoria collettiva come un’icona della guerra e delle sue efferatezze. È la foto di una bambina vietnamita, Kim Phuc, che corre nuda per la strada, terrorizzata e disperata dopo un attacco con bombe al napalm sul suo villaggio. La foto fece il giro del mondo e riportò alla coscienza dell’opinione pubblica la crudeltà di una guerra che (soprattutto a partire dal 1968) diventava via via sempre più impopolare.

Si sa che la guerra è sempre sporca ma finché agli spettatori ne viene risparmiata la diretta visione risulta più facile continuare le operazioni belliche incontrando minori resistenze. L’attenzione governativa per l’informazione in tempo di guerra non nasce certo con il conflitto vietnamita ma per molti versi quest’ultimo ha rappresentato una sorta di spartiacque. Non solo lo si può considerare la prima guerra autenticamente televisiva ma è stato percepito dall’establishment politico-militare e dagli stessi giornalisti come un conflitto i cui esiti e sviluppi furono ampiamente influenzati dai mass media. Sarebbe eccessivo addossare a quest’ultimi la sola responsabilità degli esiti finali del conflitto (molti altri fattori hanno concorso) cosi pure negarne ogni rilevanza, ma sta di fatto che la percezione generale attribuì ai media il ruolo maggiore nel determinare la sconfitta statunitense. Conseguentemente, i successivi governi americani non lasceranno al caso la copertura mass mediatica di un’operazione bellica che entrerà a pieno titolo tra i molteplici aspetti della sua pianificazione (Kumar 2006. p. 50).

Un sistema di controllo dell’informazione di guerra è stato approntato e affinato nel corso degli ultimi trent’anni. Testato con l’invasione di Grenada (1983), Panama (1989) e nella Prima Guerra del Golfo, trova ora la sua piena e vincente applicazione nell’attuale conflitto iracheno.
L’intervento armato in Iraq è stato giustificato e legittimato dall’amministrazione Bush sulla base di due principali tesi:

  • Il possesso di “weapons of mass destruction” (WMD) (armi di distruzione di massa) da parte del governo iracheno.
  • Legami tra il regime di Saddam Hussein e al-Qaeda.

In Italia il dibattito ha preso direzioni leggermente diverse: si è parlato abbondantemente dei presunti armamenti non convenzionali iracheni e della brutalità del regime di Baghdad, molto meno di presunti collegamenti tra il governo iracheno e al-Qaeda.
A distanza di più di quattro anni dall’inizio delle ostilità non sono state ritrovate armi di distruzione di massa su territorio iracheno né si è avuta la prova dei presunti link tra Saddam e al-Qaeda. Potrebbe anche trattarsi di un grossolano errore di valutazione ma in realtà elementi per una più attenta e ponderata analisi del “pericolo” Iraq erano disponibili ben prima del 19 marzo 2003, data d’inizio della guerra. Il 7 marzo 2003 il Direttore Generale del IAEA (International Atomic Energy Agency), l’organo incaricato delle ispezioni in Iraq dall’ONU, rilasciava una nota in cui si legge:

After three months of intrusive inspections, we have no date found no evidence or plausible indication of the revival of a nuclear weapons programme in Iraq “.
(Dopo tre mesi di ispezioni intrusive non abbiamo nessuna evidenza o indicazione plausibile di una ripresa irachena di un programma di armamenti nucleari)

There is no indication that Iraq has attempted to import uranium since 1990“.
(Non c’è nessuna indicazione che l’Iraq abbia tentato di importare uranio dal 1990 in poi)

Non solo le motivazioni addotte a supporto della guerra si basavano su dati falsi (e falsati) ma anche le conseguenze sono state ben diverse da quelle pubblicizzate dalla propaganda interventista. Si doveva combattere il terrorismo ma un recente frammento declassificato del National Intelligence Estimate avverte quello che non solo era prevedibile ma che oggi è sotto gli occhi di tutti:

The Iraq conflict has become the “cause celebre” for jihadists, breeding a deep resentment of US involvement in the Muslim world and cultivating supporters for the global jihadist movement.
(Il conflitto iracheno e diventato la “cause celebre” per gli jihadisti, generando un profondo risentimento per il coinvolgimento degli Stati Uniti nel mondo mussulmano e alimentando il numero di sostenitori del movimento globale jihadista.)

Il rapporto prosegue identificando nell’intervento militare una delle cause che hanno alimentato il radicalismo e portato ad una nuova generazione di terroristi dotati di una rete più decentralizzata e difficilmente individuabile.

Sul piano del bilancio delle vittime, un rapporto (“The Human Cost of the War in Iraq“) dell’università di Baltimora e Baghdad, prendendo in considerazione il periodo 2002-2006, parla di un totale di 655.000 vittime dall’inizio dell’invasione (cifre ben distanti dalle 30.000 vittime dichiarate dalla Casa Bianca per lo stesso periodo) mentre il numero dei soli militari americani morti dall’inizio delle ostilità ha superato abbondantemente quota 3000 (grossomodo lo stesso numero di persone che persero la vita negli attentati del 11 settembre). Anche sul piano della stabilità il bilancio non è certo roseo: Il New York Times (1/11/2006 “Military Charts Movement of Conflict in Iraq Toward Chaos“) entra in possesso e pubblica una parte di un documento classificato del Commando Centrale degli Stati Uniti. Un’unica slide, parte di un documento dedicato ad un breefing interno in cui da un grafico si evince facilmente come la situazione interna irachena sia prossima al caos. Risultato anche in questo caso non sorprendente se si pensa che l’attuale territorio iracheno non ha nessuna legittimazione dal punto di vista storico e culturale risultando, almeno in parte, un’invenzione dell’imperialismo britannico che con confini tracciati a tavolino, sancì l’attuale forma dello stato nazione comprendente tre distinte culture (Curdi, Sciiti e Sunniti) che storicamente non avevano molto a che spartire. (Cfr. Strika 1993. p. 36 e successive).

Un recente rapporto del Comitato Internazionale della Croce Rossa insiste sugli stessi punti denunciando lo stato drammatico di un paese gravemente minato nelle sue infrastrutture (sistema sanitario, acqua e elettricità in particolare) e di una popolazione civile che sta pagando il prezzo più alto del protrarsi del conflitto.
Cercherò di dimostrare nelle sezioni che seguono come i media americani abbiano fallito nel loro ruolo di controllore (watchdog) della democrazia rendendosi in buona parte responsabili degli esiti funesti dell’invasione e aggregando il consenso interno alla politica dell’amministrazione Bush.

Project for the New American Century (PNAC): il movente.
Il Project for the New American Century (PNAC) (Progetto per un nuovo secolo americano) è un’associazione no-profit fondata nel 1997 “whose goal is to promote American global leadership” (il cui scopo è di promuovere la leadership americana a livello globale).
Espressione del conservatorismo americano, la PNAC conta (o contava) tra le sue fila molti nomi illustri dell’attuale amministrazione Bush e del partito repubblicano in generale: Dick Cheney (vice presidente), Donald Rumsfeld (ex-segretario della difesa), Paul Wolfowitz (ex-sottosegretario della difesa) sono probabilmente i nomi più conosciuti. Dopo l’elezione di Bush alla Casa Bianca nel 2000 circa una ventina di membri della PNAC trovarono posto all’interno dell’amministrazione Bush a testimonianza, almeno, di una comunanza di vedute tra i principi della PNAC e le linee del governo. I primi sono stati definiti, e non senza ragione, espressione di un nuovo imperialismo americano. Negli statement of principles (dichiarazioni di principio) dell’organizzazione, leggiamo:

We need to strengthen our ties to democratic allies and to challenge regimes hostile to our interests and values.
(Dobbiamo rinforzare i nostri legami con gli alleati democratici e sfidare regimi ostili ai nostri interessi e valori.)

Più in generale, nella PNAC trovavano una realizzazione compiuta le idee che diversi falchi dell’amministrazione repubblicana erano venuti maturando dalla fine della Guerra Fredda. Già nel 1992 Wolfowitz e Libby, nel documento classificato del Pentagono Defense Planning Guidance, gettarono le basi di quella che da allora sarebbe stata conosciuta come “Dottrina Wolfowitz“. Ripresa dalla PNAC, la dottrina Wolfowitz, teorizzava il ritorno ad una politica estera aggressiva sul modello reaganiano che avrebbe dovuto mirare a sbarrare la strada ad ogni potenziale sfida all’egemonia statunitense impedendo a poteri ritenuti ostili o contrari agli interessi americani di esercitare un controllo su risorse strategiche (Cfr. Ryan 2002). E che questa posizione comportasse come corollario anche una risoluzione del “problema” Iraq sembra evidente dalla lettera pubblica inviata al presidente Clinton il 26 gennaio 1998 (firmata tra gli altri da Wolfowitz e Rumsfeld):

We urge you to seize that opportunity, and to enunciate a new strategy that would secure the interests of the U.S. and our friends and allies around the world. That strategy should aim, above all, at the removal of Saddam Hussein’s regime from power. We stand ready to offer our full support in this difficult but necessary endeavor.
(La incoraggiamo a cogliere questa opportunità e a enunciare una nuova strategia che garantirebbe gli interessi degli Stati Uniti e dei nostri amici e alleati nel mondo. Questa strategia dovrebbe mirare soprattutto alla rimozione del regime di Saddam Hussein dal potere.
Siamo pronti a fornirle il nostro pieno supporto in questo difficile ma necessario compito.)

It hardly needs to be added that if Saddam does acquire the capability to deliver weapons of mass destruction, as he is almost certain to do if we continue along the present course, the safety of American troops in the region, of our friends and allies like Israel and the moderate Arab states, and a significant portion of the world’s supply of oil will all be put at hazard.
(Non c’è bisogno di aggiungere che se Saddam acquisisse la capacità di distribuire armi di distruzione di massa, come quasi certamente farà se continuiamo nell’attuale linea politica, la sicurezza delle truppe americane nella regione, dei nostri amici e alleati come Israele, degli stati arabi moderati e di una significativa porzione delle scorte mondiali di petrolio verrebbe messa a rischio.) 

We believe the U.S. has the authority under existing UN resolutions to take the necessary steps, including military steps, to protect our vital interests in the Gulf. In any case, American policy cannot continue to be crippled by a misguided insistence on unanimity in the UN Security Council.
(Crediamo che gli Stati Uniti abbiano l’autorità d’intraprendere i necessari passi (incluse azioni militari) conformemente alle esistenti risoluzioni ONU al fine di proteggere i nostri interessi vitali nel Golfo. In ogni caso, la politica americana non può continuare ad essere bloccata da una fuorviante insistenza sull’unanimità [di voto] nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU.)

Già nel 1998, la PNAC identificava nell’Iraq il principale obiettivo di quella che sarebbe dovuta essere la politica americana. Nessuna menzione del rispetto dei diritti umani, né del carattere dittatoriale del governo iracheno. Circa un mese dopo i membri della PNAC furono tra i principali sostenitori del “Iraqi Liberation Act” con cui il Congresso autorizzava lo stanziamento di 97 milioni di dollari di aiuti ai gruppi dell’opposizione irachena (ivi incluso l’Iraqi National Congress: in una certa misura una creazione artificiosa sponsorizzata con aiuti statunitensi). La volontà di occuparsi di Saddam Hussein era dunque ben presente prima degli attacchi del 11 settembre e fu ulteriormente ribadita in una successiva lettera inviata al presidente Bush il 20 settembre 2001 (9 giorni dopo l’attacco):

It may be that the Iraqi government provided assistance in some form to the recent attack on the United States . But even if evidence does not link Iraq directly to the attack, any strategy aiming at the eradication of terrorism and its sponsors must include a determined effort to remove Saddam Hussein from power in Iraq .
(Potrebbe essere che il governo iracheno abbia fornito una qualche forma di assistenza ai recenti attacchi agli Stati Uniti. Ma anche se non c’è nessuna evidenza che colleghi l’Iraq all’attacco, ogni strategia tesa ad eradicare il terrorismo e i suoi sponsor deve includere un deciso sforzo indirizzato alla rimozione di Saddam Hussein dal potere.)
Documento interessante nella misura in cui testimonia la propensione per un intervento armato in Iraq anche in assenza di una diretta evidenza di connessioni tra Baghdad e al-Qaeda (Cfr. Calabrese 2005). Nel meeting del 12 settembre 2001 (il giorno dopo l’attacco terroristico al World Trade Center) del National Security Council (NSC), Rumsfeld e Cheney si dichiararono a favore di un’immediata azione nei confronti di Saddam Hussein incontrando però l’opposizione di Powell che ammonì il presidente ricordando come ogni azione necessiti dell’appoggio dell’opinione pubblica (Altheide and Grimes 2005, Foyle 2004). L’intervento in Iraq fu rimandato al fine di guadagnare il tempo necessario per organizzare e raccogliere il consenso necessario.

In conclusione, l’invasione del Iraq e il cambiamento di regime erano già stati pianificati e messi in agenda prima degli attacchi terroristici e prima della vittoria repubblicana alle elezioni del 2000. Bush in in certo senso ha ereditato o sposato una linea di politica estera che aveva avuto la sua gestazione tra le fila della PNAC.

Lo studio di Kull sulle Misperceptions
Steven Kull (insieme a Clay Ramsay e Evan Levis) dell’Università del Maryland hanno pubblicato un articolo su Political Science Quarterly che ha avuto molta risonanza in ambiente accademico. Avvalendosi di una serie di sondaggi, Kull ha condotto una studio finalizzato a rintracciare la presenza di tre principali misperceptions (false credenze) nel pubblico americano mettendole di volta in volta in correlazione con i mass media a cui i soggetti erano esposti e con la decisione finale di accordare o meno il loro supporto all’intervento militare in Iraq. Sono state prese in considerazione tre misperceptions:

1- È stata trovata una chiara evidenza di una collaborazione tra il governo di Saddam Hussein e al-Qaeda.
2- Armi di distruzione di massa (WMD) sono state trovate in Iraq.
3- L’opinione pubblica mondiale, nel suo complesso, supportava la decisione degli US di una guerra in Iraq.

Tutte queste credenze sono false e contrarie ai fatti. Prima dell’inizio della guerra la credenza che l’Iraq possedesse WMD, propriamente parlando, non poteva considerarsi una credenza falsa perché mancavano prove della sua falsità. In analoga misura, mancando prove a sostegno della sua validità, andava considerata semplicemente come una credenza infondata e non supportata da nessuna evidenza, solo probabilmente falsa dati i resoconti degli ispettori dell’IAEA. Diverso è il caso della credenza “Sono state ritrovate WMD in Iraq”: dopo l’inizio del conflitto ad oggi, questa affermazione è semplicemente falsa e contraria ai fatti. Misperception è da intendersi in quest’ultima accezione. Le tre credenze sopra elencate sono quindi da considerarsi tutte allo stesso modo false (per un quadro sugli andamenti dell’opinione pubblica mondiale sull’intervento armato in Iraq si veda Goot 2004).

Il primo risultato, se vogliamo il meno interessante, è una diretta proporzionalità tra la presenza di false credenze in un campione di riferimento e la sua propensione a dichiararsi favorevole ad un intervento armato in Iraq. I soggetti il cui giudizio era inficiato da una o più delle misperceprions prese in esame si è dimostrato 4,3 volte più favorevole alla guerra rispetto a soggetti che non presentavano nessuna di queste misperceptions (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.580). Il passo successivo consisteva nell’investigare la possibile fonte delle false credenze: il campione (3334 soggetti) preso in esame ha dichiarato per il 19% di informarsi principalmente attraverso i quotidiani e per un 80% attraverso telegiornali televisivi. I risultati mostrano come i soggetti che seguivano e ottenevano le loro informazioni attraverso alcuni network erano più soggetti al formarsi di false credenze rispetto ad altri. Una classifica globale delle tre misperceptions in questione assegna la maglia nera dell’informazione a Fox News: l’80% dei suoi ascoltatori presentava una o più false credenze, seguita da CBS (71%), ABC (61%), CNN (55%), NBC (55%), quotidiani e carta stampata (47%), NPR/PBS (23%) (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.582). Sfortunatamente Fox News è il più seguito mentre i due network pubblici NPR e PBS sono il fanalino di coda in termini di ascolti.

Sorprendentemente, quando si è passati all’analisi del livello di attenzione nel guardare o leggere le news, si è notato come non vi fosse nessuna significativa correlazione tra esso e la probabilità di sviluppare false credenze con una singola eccezione: Fox News. In questo caso all’aumentare del grado di attenzione con cui i soggetti seguivano le news, si è riscontrato un aumento percentuale delle false credenze (sull’atteggiamento parziale di Fox News si veda anche Ryan 2006 e Kellner 2004a). Lo studio di Kull identifica nella presenza delle false credenze il fattore più importante nel predire il supporto alla guerra (Kull, Ramsay, Lewis 2003-04 p.596) tallonato a breve distanza dall’intenzione di votare per il presidente Bush e il fatto che i media americani siano la principale fonte di queste false credenze non può non risultare preoccupante.

I media (in buona parte) hanno fallito nel loro ruolo di watchdog della democrazia assumendo posizioni in alcuni casi schiettamente filo governative (es. Fox News) e abbandonando ogni pretesa di obbiettività e ogni spirito critico. Noi ci basiamo su informazioni nei nostri processi decisionali più semplici: se dobbiamo sbrogliare una certa pratica burocratica cerchiamo di informarci preventivamente sugli orari di apertura dell’ufficio preposto e pianifichiamo la nostra agenda di conseguenza. Se questa informazione dovesse risultare falsa rischiamo di trovare l’ufficio chiuso. Una decisione come quella di accordare o meno il supporto all’intervento armato in Iraq non è sotto questo rispetto molto differente: le informazioni ottenute dai media (semplificando) andranno a costituire gli assiomi o le premesse dei ragionamenti che addurremo pro o contro una tale decisione ma se queste premesse sono false è ovvio che la correttezza della conclusione non può più essere garantita.

Manipolazione dell’informazione e propaganda: Gli arnesi del mestiere
Senza quanto accaduto l’11 settembre nessun intervento armato (in Afghanistan o in Iraq) sarebbe stato possibile (Cfr Foyle 2004). L’opinione pubblica americana è tradizionalmente contraria a interventi armati contro altri stati ammenoché non vi sia una minaccia diretta per la sicurezza nazionale.

Nei giorni immediatamente seguenti l’attacco, il supporto interno per un intervento armato era molto alto: il 15 settembre (quattro giorni dopo l’attacco) un sondaggio condotto per Gallup/CNN/USA Today indicava in Osama bin Laden il principale responsabile dell’attacco (64%) seguito dall’Iraq (41%) mentre parte del campione nominava anche i palestinesi (35%) e il Pakistan (31%) (Foyle 2004). L’opinione pubblica, nonostante identificasse come primo responsabile bin Laden, era per certi versi pronta a supportare una reazione contro l’Iraq (Cfr. Althaus, Largio 2004). Data la volontà dell’amministrazione di occuparsi della questione Iraq (preesistente agli attacchi del 11 settembre: vedi sezione sulla PNAC) rimane aperta la questione del perché il governo non abbia colto la palla al balzo e attaccato immediatamente Baghdad. 

A questo proposito va detto che scegliere di non occuparsi di al-Qaeda e attaccare direttamente l’Iraq avrebbe suscitato molte perplessità: se è vero che il supporto per un’azione militare fu molto alto nei giorni seguenti all’attacco terroristico alle Twin Tower è altrettanto vero che il principale responsabile venne individuato in bin Laden. Un attacco diretto all’Iraq sarebbe risultato incomprensibile non solo per gran parte dell’opinione pubblica americana ma anche e soprattutto per l’opinione pubblica mondiale. Non ultimo sarebbe risultato estremamente problematico ottenere una qualche forma di legittimazione dall’ONU. In un sondaggio (del 12/8/2002) dell’ABC News/Washington Post il 75% del campione ritenne che Bush dovesse ottenere il consenso del Congresso prima di intraprendere un’azione militare contro l’Iraq e in un altro sondaggio commissionato da Gallup/CNN/USA Today, il 68% degli intervistati ritenne necessaria un’approvazione dell’ONU (Foyle 2004, p.278). Un’azione unilaterale contro Baghdad nelle prime settimane o mesi seguenti l’attacco dell’11 settembre sarebbe quindi risultata estremamente problematica dal punto di vista della raccolta del consenso sia interno che internazionale e un attacco simultaneo ad entrambi gli obiettivi (Afghanistan e Iraq) troppo dispersivo e rischioso (Foyle 2004, p.275). Nell’amministrazione americana ha prevalso quindi una tattica più prudente e accurata: nelle parole di Colin Powell: “Any action needs public support. It’s not just what the international coalition supports; it’s what the American people want to support. The American people want us to do something about al Quaeda” (Foyle 2004, p.275).

La raccolta del consenso attuata dall’amministrazione Bush non è stata quindi lasciata al caso ma ha assunto la forma di un piano particolarmente curato che possiamo riassumere nei seguenti punti:

  • Uso di artifici retorici o di vere e proprie fallace logiche nei discorsi ufficiali
  • Uso di giornalisti embedded
  • Uso di informazioni false, parziali o decontestualizzate

La retorica nei discorsi del Governo
Se l’intervento armato in Afghanistan ha trovato ben poche resistenze, l’intervento in Iraq andava preparato. I discorsi ufficiali dell’amministrazione si sono appoggiati su artifici retorici (non tutti originali e molti precedentemente collaudati) ripresi e riverberati acriticamente dai media. La dicotomia good vs. evil (bene vs. male) è stata una costante nei discorsi del presidente Bush fin dai primi momenti dopo l’attacco. Il terrorismo è stato dipinto come il male da estirpare dove altri l’hanno definito più prosaicamente come l’arma dei poveri (Cfr. Eisman 2003 p.63). La stessa definizione di terrorismo, già di per sé problematica (Cfr. Ryan 2006 p.9), da metodo di lotta è passata a quella di paura simbolica incarnata nell’idea di un nemico a volte altrettanto simbolico e vago (Altheide and Grimes 2005). Il manicheismo dell’Amministrazione Bush è poi proseguito con altre dicotomie: free vs. oppressed (libero vs. oppresso), security vs. peril (sicurezza vs. pericolo), human vs. animal (umano vs. animale). Scelte retoriche che producono una polarizzazione semplicistica frutto di un pensiero binario. L’imminente intervento armato diventa una guerra per la libertà, una guerra della civiltà contro la barbarie (altra dicotomia molto gettonata) e alcuni notano come i discorsi ufficiali dell’amministrazione Bush rasentino il bipensiero orwelliano: si va alla guerra in Iraq per la pace, l’occupazione del territorio iracheno è la sua liberazione, la distruzione delle sue infrastrutture e l’uccisione di migliaia di civili è per la democrazia e la libertà del paese (Kellner 2004).

Sempre nella retorica dell’Amministrazione Bush, alcuni aspetti sono stati smussati ed edulcorati con eufemismi: il “cambio di regime” a cui il governo americano ha più volte fatto riferimento, altro non è, stando al diritto internazionale, che un tentativo di sovvertire un governo, dittatoriale si, ma ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale alla stregua di molti altri governi non meno dittatoriali. Per la stessa ragione “Iraq Freedom” è un eufemismo per “occupazione” e “coalizione dei volenterosi” un altro eufemismo, se vogliamo un po’ risibile, teso a nascondere la Realpolitik : come se appoggiare o meno l’intervento USA fosse una faccenda di buona volontà o amicizia degli alleati (Cfr. Chambers 2003 p. 176-177).
La “demonizzazione” o “hitlerizzazione” del nemico (terzo punto del war programming esposto da Altheide and Grimes 2005 p.622) è sempre un prerequisito ad ogni guerra (stratagemma utilizzato anche dall’altra parte contro gli Stati Uniti. Kellner 2004 p. 48). 

Per quanto riguarda Saddam Hussein, era già stata in parte svolta in occasione della Prima Guerra del Golfo. Si ricorderà la vicenda dei soldati iracheni, rei di aver tolto i bambini dalle incubatrici di un ospedale kuwaitiano e averli lasciati morire sul pavimento. Un atto di gratuita crudeltà che contribuì non poco alla disumanizzazione-demonizzazione degli iracheni e di Saddam. Forse pochi americani invece ricorderanno come la notizia si sia rivelata completamente infondata, e come l’unica testimone oculare sia poi risultata essere la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano negli Stati Uniti (Cfr. Ryan 2006 p.13). L’obiettivo dichiarato era quello di presentare Saddam non solo come un dittatore ma, per quanto possibile, come l’incarnazione stessa del male. Al fine di raggiungere l’obiettivo, l’amministrazione (non sorprendentemente) e i media (colpevolmente) hanno taciuto il supporto militare fornito dai governi USA (in buona compagnia di altri governi occidentali e non) a Saddam fino all’indomani della Prima Guerra del Golfo e prima e dopo il massacro dei Kurdi con i gas, dimentichi anche del fatto che Saddam non è stato che uno dei tanti barbari dittatori che il ‘ 900 ha conosciuto e probabilmente nemmeno tra i più sanguinari.

Nei discorsi ufficiali non sono mancate vere e proprie fallace argomentative. Ragionamenti apparentemente plausibili ma formalmente sbagliati. L’argomento “con noi o conto di noi” o la sua variante “con noi o con i terroristi” o anche “non fare niente o intervenire militarmente” sono stati uno dei cavalli di battaglia della propaganda governativa (Cfr. Ryan 2006, p. 8). La struttura formale del ragionamento è la seguente: 
1. È vera solo una delle due affermazioni X e Y
2. L’affermazione Y è falsa
3. Quindi l’affermazione X è vera

Dato che nessuno accetterebbe di essere annoverato tra gli spalleggiatori del terrorismo internazionale, la seconda premessa veniva implicitamente aggiunta dai destinatari dell’argomentazione che pervenivano naturalmente alla conclusione: “con noi”. Tale ragionamento rappresenta un tipo di fallacia conosciuta come falso dilemma. Da un punto di vista meramente formale il ragionamento è valido: la verità delle premesse ci consente di affermare la verità della conclusione ma il trucco si gioca sulla prima premessa e consiste nel presentare le due affermazioni (X e Y) come esaustive di tutte le possibilità: è qua che il retore dimostra tutta la sua abilità. Nella fattispecie, non è vero che un individuo debba per forza essere contro il Governo degli Stati Uniti o contro il terrorismo internazionale, potrebbe semplicemente essere neutrale, non interessarsi di questioni di politica internazionale preferendovi una birra con gli amici o essere critico verso entrambi. E ancora, non è vero che non ci siano altre alternative tra l’intervenire militarmente e il non far niente: Le ispezioni dell’IAEA erano sicuramente un’ulteriore opzione (e non la sola).

Per persuadere dei legami tra al-Qaeda e il governo iracheno di Saddam, l’amministrazione Bush è ricorsa ad un altro tipo di fallacia ad consequentiam con un appello alle passioni più che alla logica: “Se Saddam vende armi a Bin Laden allora questi distruggerà l’America”. L’enormità della conclusione (la distruzione dell’America) viene usata per introdurre surrettiziamente la verità dell’antecedente (Saddam vende armi a Bin Laden) che invece dovrebbe proprio essere la tesi da dimostrare (Cfr. Gershkoff, Kushner 2005, p. 528).
L’uso di artifici retorici è stato costruito sull’assenza di ogni prospettiva storiografica (Eisman 2003 p.64, Altheide and Grimes 2005): la questione palestinese, il problema degli insediamenti ebraici dal primo dopoguerra in poi, l’appoggio allo stesso Saddam in funzione di contenimento della rivolta degli ayatollah, Mossagued e il colpo di stato in Iran, il nazionalismo arabo e in generale gli assetti geopolitici che gli Stati Uniti hanno perseguito nel Golfo prevalentemente influenzati dal petrolio e sul ruolo di Israele, tutte queste questioni non hanno trovato spazio nei mass media. 

I risultato è stato un quadro stravolto dalla sua semplicità come se la storia fosse una tragedia manzoniana in cui si muovono figure a tutto tondo: o completamente buone o completamente cattive. Su questo terreno fallace la retorica ha costruito le sue tesi: semplici e facilmente digeribili da chiunque. L’adozione acritica e incondizionata del paradigma di Hundington ne è un esempio calzante. L’articolo di Samuel Hundington “The clash of civilizations?” (“scontro di civiltà?”) venne pubblicato su Foreign Affairs nel 1993 e generalmente liquidato dalla comunità accademica come erroneo (Cfr. Abrahamian 2003). Dopo gli attacchi terroristici il concetto di “scontro di civiltà” fu ripreso dai media (non solo americani) e il libro di Hundington dal quasi omonimo titolo si ritrovò in vetta alle classifiche dei libri più venduti. L’appeal del paradigma era ovviamente quello di offrire una chiave interpretativa dell’accaduto semplice e facilmente spendibile sul mercato mediatico. Lo scontro di civiltà sorvola su ogni retroterra storico e trascura il fatto che:

[…] International politics […] are still made by governments, and governments pursue state and national interests – not cultural ones. (Abrahamain 2005, p.530)
(Le politiche internazionali sono decise dai governi e i governi perseguono interessi nazionali e statali – non culturali.)

Si presenta come un paradigma onnicompensivo ma in realtà non spiega come mai l’idea di pianificare un tale attentato terroristico non sia venuta ai mussulmani del Ciad o dell’Indonesia (tra i tanti paesi a maggioranza islamica), né perché il bersaglio dovessero essere proprio gli Stati Uniti. Forse i mussulmani algerini non hanno nessuna buona giustificazione per motivare uno scontro di civiltà con la Francia visto il burrascoso e sanguinoso passato coloniale? E ancora, perché lo scontro di civiltà dovrebbe portare a uno scontro diretto con i mussulmani afgani e iracheni mentre dovrebbe risolversi in amichevoli rapporti con Arabia Saudita (alleato e principale fornitore di petrolio per gli USA) e Pakistan (stato non certo democratico)? Bizzarro anche il fatto che il regime iracheno di Saddam Hussein fosse un regime laico con un ministro degli interni (Tariq Aziz) cristiano, inviso a molti integralismi islamici e non ultimo allo stesso Osama bin Laden.

Nonostante la sua limitata utilità esplicativa, il paradigma dello scontro di civiltà ha trovato ampio spazio nei media (al contrario del conflitto arabo-israeliano) alimentando anche vari dibattiti televisivi conseguentemente alle prese con la farsesca distinzione tra mussulmani “buoni” e mussulmani “cattivi”. L’amministrazione Bush (e con essa buona parte dei media) ha implicitamente assunto la validità del paradigma di Hundington suggerendo la “reale” motivazione dietro gli attacchi dell’11 settembre: Gli Stati Uniti sarebbero stati attaccati da “enemies of freedom” (nemici della libertà) non certo per qualcosa che gli Stati Uniti hanno fatto ma per qualcosa che gli Stati Uniti sono, per la loro libertà, per la loro tolleranza. È all’interno di questo quadro che l’attacco dell’11 settembre è stato volutamente interpretato come una attacco alla democrazia e alla libertà che gli Stati Uniti rappresentano. Il pubblico americano è stato portato a chiedersi “perché ci odiano così tanto?” e la risposta alla domanda è stata quella fornita dal presidente Bush nei suoi discorsi ufficiali: “Because of our freedom, our democracy” (per la nostra libertà, per la nostra democrazia). Eppure lo stesso interessato, Osama bin Laden, nella sua “Letter to America” (largamente ignorata dai media americani) fornisce ben altre motivazioni:

As for the first question: Why are we fighting and opposing you? The answer is very simple: 
(1) Because you attacked us and continue to attack us.
(a) You attacked us inPalestine[…]
(b) You attacked us in Somalia ; you supported the Russian atrocities against us in Chechnya , the Indian oppression against us in Kashmir, and the Jewish aggression against us in Lebanon .
(c) Under your supervision, consent and orders, the governments of our countries which act as your agents, attack us on a daily basis;
(d) You steal our wealth and oil at paltry prices because of you international influence and military threats. This theft is indeed the biggest theft ever witnessed by mankind in the history of the world.
(e) Your forces occupy our countries […]
(f) You have starved the Muslims of Iraq , where children die every day. […] 1.5 million Iraqi children have died as a result of your sanctions, and you did not show concern. Yet when 3000 of your people died, the entire world rises and has not yet sat down. […]

(Per quanto riguarda la prima domanda: Perché stiamo combattendo contro di voi? La risposta è molto semplice:
(1) Perché voi ci avete attaccato e continuate ad attaccarci.
(a) Ci avete attaccato in Palestina
(b) Ci avete attaccato in Somalia; avete appoggiato le atrocità russe contro di noi in Cecenia, l’oppressione indiana contro di noi in Kashmir e l’aggressione ebrea contro di noi in Libano.
(c) Sotto la vostra supervisione, consenso e ordini, i governi dei nostri paesi, che agiscono come i vostri agenti, ci attaccano giornalmente.
(d) Voi rubate la nostra ricchezza e il nostro petrolio a prezzi ridicoli approfittando della vostra influenza internazionale e minacce militari. Questo furto è il più grande furto mai visto nella storia dell’umanità.
(e) Le vostre forze armate occupano i nostri paesi
(f) Avete ridotto alla fame i mussulmani dell’Iraq dove bambini muoiono ogni giorno. 1.5 milioni di bambini sono morti per via delle vostre sanzioni e non avete mostrato nessun interesse. Quando 3000 persone della vostra gente muoiono, l’intero mondo si solleva e non si è ancora seduto.)
La lettera di bin Laden dimostra che l’attacco al World Trade Center non era certo rivolto agli ideali di libertà e tolleranza che gli Stati Uniti rappresentano e che i “nemici della nostra libertà” è stato più che altro un soggetto inventato dalla propaganda.

Uso di informazioni false
Il 7 settembre 2002, durante una conferenza stampa con Tony Blair, il presidente Bush citò un rapporto IAEA (presumibilmente rilasciato nel 1991 secondo ulteriori precisazioni della Casa Bianca) stando al quale, in quel periodo, l’Iraq si trovava a sei mesi dal completo sviluppo di armi atomiche concludendo il suo intervento con le parole: “I don’t know what more evidence we need” (non so di quale altra evidenza abbiamo bisogno). Nei giorni seguenti tuttavia pervenne la smentita ufficiale dell’International Atomic Energy Agency per voce di Mark Gwozdecky (portavoce IAEA): “There’s never been a report like that issued from this agency” (non c’è mai stato un tale rapporto rilasciato da quest’agenzia) (Joseph Curl, The Washington Times 27/9/2002). Gwozdecky prosegue nelle sue dichiarazioni: 
There is no evidence in our view that can be substantiated on Iraq ‘s nuclear-weapons program. If anybody tells you they know the nuclear situation in Iraq right now, in the absence of four years of inspections, I would say that they’re misleading you because there isn’t solid evidence out there.”
(Joseph Curl, The Washington Times 27/9/2002)
(Per quanto ci riguarda non c’è evidenza che possa sostenere l’idea di un programma di armamento nucleare iracheno. Se qualcuno vi dice che conosce qual è l’attuale situazione degli armamenti nucleari in Iraq, dopo quattro anni in assenza di ispezioni, direi che vi stanno fuorviando in quanto non disponiamo di nessuna evidenza.)

I don’t know where they have determined that Iraq has retained this much weaponization capability because when we left in December ’98 we had concluded that we had neutralized their nuclear-weapons program.” (Joseph Curl, The Washington Times 27/9/2002)
(Non so da dove sono arrivati alla conclusione che l’Iraq abbia mantenuto tutta questa capacità militare visto che, quando abbiamo lasciato [l’Iraq] nel dicembre ’98, abbiamo concluso di aver neutralizzato il loro programma di sviluppo di armamenti atomici.)

Non solo il fantasticato rapporto allarmista dell’International Atomic Energy Agency (del 1991) citato da Bush e Blair non esisteva, ma era invece disponibile un rapporto della stessa IAEA più recente. In quest’ultimo rapporto del 1998 si legge: 
[…] there are no indications that there remains in Iraq any physical capability for the production of weapon-usable nuclear material of any practical significance
(non c’è nessuna indicazione che in Iraq rimanga ogni effettiva capacità di produzione di materiale nucleare utilizzabile per la produzione di armamenti nucleari di qualsiasi rilevanza).

Più che una svista, sembra trattarsi di una vera e propria strategia: un episodio analogo si verificherà anche con il caso Iran. Il 23 agosto 2006 esce un rapporto del House Permanent Select Committee on Intelligence (un comitato della United States House of Representatives, l’equivalente della nostra Camera dei Deputati) dal titolo “Recognizing Iran as a Strategic Threat: An Intelligence Challenge for the United States” e l’ International Atomic Energy Agency si vede costretta ad intervenire con una risposta in cui definisce tale rapporto come erroneo (erroneous) e fuorviante (misleading) nel riportare i dati resi pubblici dall’IAEA sull’attività nucleari iraniane. Come già ricordato nell’introduzione, la nota del 7 marzo 2003 rilasciata dall’IAEA (poche settimane prima dell’attacco) ribadiva come non vi fosse nessuna evidenza atta a supportare le affermazioni della Casa Bianca e riverberate a gran voce da buona parte dei media. In particolare, stando alla nota:

  • Non vi è nessuna evidenza di ripresa di attività nucleari in quei siti identificati attraverso i satelliti né in nessun altro sito soggetto alle ispezioni
  • Non c’è nessuna indicazione che l’Iraq abbia cercato di importare uranio dal 1990 in poi
  • Non vi è nessuna evidenza che l’Iraq abbia cercato di importare tubi in alluminio o magneti da usare nelle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio
  • I rapporti di intelligence forniti da vari stati e tesi a dimostrare il tentativo di acquisizione di uranio dal Niger sono da considerarsi non autentici e l’accusa infondata

Sulle stesse conclusioni si assesta un dettagliato rapporto del Carnegie Endowment for International Peace pubblicato nel gennaio 2004. Il rapporto prende in considerazione le fonti di intelligence disponibli prima dell’inizio della guerra in Iraq confrontandole con le affermazioni ufficiali della Casa Bianca. Il rapporto conclude che non solo le fonti di intelligence avrebbero sovrastimato il “pericolo” Iraq ma i discorsi ufficiali dell’amministrazione avrebbero travisato le già allarmistiche fonti: 
[…] numerous statements by the president, vice president, and the secretaries of state and defense to the effect that “we know” this or that when the accurate formulation was “we suspect” or “we cannot exclude”. (pag. 53)
(Numerose affermazioni del presidente, vice presidente, del segretario di stato e della difesa traducevano con “sappiamo” questo o quello, dove l’accurata formulazione [nei rapporti di intelligence] era “sospettiamo” o “non possiamo escludere”).

Per quanto riguarda l’altra principale ragione addotta dall’amministrazione americana a sostegno dell’intervento armato, il collegamento tra Saddam e al-Qaeda, la situazione è solo leggermente differente. Possiamo dire che, se nel primo caso l’accusa è stata montata su premesse false, in quest’ultimo caso l’accusa è semplicemente stata montata sul nulla. Prendendo in esame una vasta rassegna degli articoli comparsi sulla carta stampata statunitense pubblicati tra l’attacco del 11 settembre e l’agosto del 2003 si evince chiaramente come il principale bersaglio della Casa Bianca fosse, almeno fino a settembre 2002, Osama bin Laden. Il picco viene raggiunto intorno a Novembre 2001 in cui Osama viene nominato in circa 5000 articoli. Nello stesso periodo si può notare come Saddam e l’Iraq non vengano praticamente nominati. 

Nei mesi successivi questa percentuale scema fino a quando intorno a settembre 2002 il nome di Saddam Hussein inizia ad essere più presente sulla stampa di quello di bin Laden raggiungendo l’acme intorno a marzo 2003 con circa 6000 articoli (Althaus, Largio 2004 p.796). Passando dai numeri ai contenuti, il collegamento tra Osama bin Laden e Saddam Hussein fu prima di tutto stabilito e appurato nei discorsi di esponenti dell’amministrazione a partire dallo stesso Bush che nell’ottobre del 2002 dichiarava: “We know that Iraq and the al Qaeda terrorist network share a common enemy” (sappiamo che l’Iraq e la rete terroristica di al Qaeda condividono uno stesso nemico) (Calabrese 2005, p. 156). Il collegamento tra bin Laden e l’Iraq è stato principalmente un mantra ripetuto instancabilmente dalle fonti ufficiali del governo statunitense, ripreso e diffuso dai media fino a generare false credenze nell’opinione pubblica americana: in sondaggi effettuati alla fine del 2002 ed inizio 2003 appare come quasi metà del campione credesse in una connessione tra l’Iraq e gli attacchi del 9/11 con una percentuale consistente di soggetti addirittura convinti che alcuni dirottatori fossero iracheni (la lista dei 19 dirottatori fu resa disponibile dal FBI il 14 settembre, 3 giorni dopo l’attacco, e messa a disposizione dei media. 

Tra i dirottatori quindici erano di nazionalità saudita, un egiziano, un libanese e due degli Emirati Arabi Uniti, nessun iracheno) (Kumar 2006 p.54). Tra le poche “prove” addotte, figura un supposto incontro tra Mohamed Atta (uno dei dirottatori) e un Ahmad Khalil Ibrahim Samir al Ani (un diplomatico iracheno) avvenuto nel aprile 2001 a Praga. Questo supposto incontro fu inizialmente proposto come prova (proveniente da fonti d’intelligence ceche) da James Woolsey (ex direttore della CIA, membro fondatore della PNAC e firmatario della lettera della PNAC inviata a Clinton) ma scartata come non credibile dai servizi segreti americani, britannici, francesi, israeliani (Kumar 2006 p.54) e in ultimo dagli stessi cechi da cui era partita la voce. Alla stessa conclusione arriverà la National Commission on Terrorist Attacks Upon the United States (conosciuta anche come 9-11 Commission) che nel suo rapporto finale (p. 229) dichiarerà priva di fondamento l’intera vicenda: 
The available evidence does not support the original Czech report of an Atta-Ani meeting
(L’evidenza disponibile non supporta il rapporto originale ceco di un incontro Atta-Ani).

Non c’è nessuna prova dell’incontro tra Atta e il diplomatico iracheno, figuriamoci se si possa avere anche solo un’idea approssimativa su quello che ipoteticamente si sarebbero detti.

Controllo dell’informazione proveniente dal fronte: I giornalisti embedded
Nelle parole di Charles David, direttore del Freedom of Information Centre dell’Università del Missouri School of Journalism, osservare una guerra attraverso le telecamere dei giornalisti embedded è come osservarla attraverso l’estremità di una cannuccia: frammenti di azione completamente decontestualizzati e senza nessun tentativo di comprendere ciò che accade (Altheide, Grimes 2005. p. 630). I giornalisti embedded (incorporati) sono quei giornalisti aggregati all’esercito: partecipano in una certa misura alla vita militare e viene ad essi permesso di raggiungere il fronte con le truppe. Questo sistema di controllo dell’informazione è il risultato più compiuto di quello definito da Kumar system of war information management (Kumar 2006) già accennato nell’introduzione.
Nell’invasione di Grenada (1983) si cercò di centrare l’obiettivo impedendo ai giornalisti di recarsi sul posto. Sei anni dopo, 1989, nell’invasione di Panama, il segretario della difesa Dick Cheney cercò di formare un pool di giornalisti con base a Washington tenendo i reporters (per quanto possibile) lontano dal fronte e dalle sue possibili efferatezze (Kumar 2006, p.50): prove generali di un sistema di controllo dell’informazione proveniente zone di guerra che si andava via via affinando. Un sistema di questo tipo dovrebbe almeno permettere di centrare i seguenti punti:

1. L’informazione deve riflettere il punto di vista ufficiale e conseguentemente deve essere ridotta al minimo la possibilità, nei reportage, dell’assunzione di un altro punto di vista: critico nei confronti di quello ufficiale o addirittura simpatizzante per quello avversario.

2. Manipolazione dei fatti: vale a dire la possibilità di censurare certi fatti e di decidere se e come darli in pasto all’opinione pubblica.

3. Ridurre al minimo il rischio di un effetto “Kim Phuc”: i corpi delle vittime, il sangue e i particolari più cruenti di un conflitto devono poter essere filtrati ed eventualmente smussati o eliminati.

I primi tre punti non rappresentano una sostanziale novità: ogni guerra necessita di supporto e consenso interno e in questa funzione anche i totalitarismi del ‘900 non hanno esitato a implementarli in un tentativo di controllo. Gli Stati Uniti non sono un regime totalitario e non possono attingere agli strumenti di controllo capillare dall’alto di una dittatura e, forse più importante ancora, i conflitti in cui si sono trovati impegnati dal secondo dopoguerra hanno ricevuto una massiccia copertura dalla stampa internazionale. Volenti o nolenti, sia durante la Guerra Fredda che dopo, gli Stati Uniti hanno ricoperto un ruolo da protagonisti sulla scena della politica internazionale agendo sotto i riflettori della stampa internazionale. A questi tre punti andrebbe quindi aggiunto il seguente:

4. Per quanto possibile, tutta l’informazione proveniente dagli scenari di guerra deve soddisfare i precedenti tre requisiti.

È quest’ultimo punto a diventare importante in un contesto in cui anche l’informazione tende ad essere globalizzata. L’uso di giornalisti embedded rappresenta uno degli risultati più evoluti verso la realizzazione di tale system of war information management. I giornalisti embedded devono firmare un contratto di 50 punti che regola quello che può o non può essere riportato (Kumar 2006, p. 60). Capiamo meglio cosa questo significhi dalle parole di Richard Gaisford, giornalista embedded della BBC: 
We have to check each story we have with [the military]. And the captain, who’s our media liaison officer, will check with the colonel, and they will check with the Brigade headquorters as well” (citato da Kumar 2006, p.63).
(Dobbiamo controllare ogni storia che abbiamo con i militari. Il capitano, che è il nostro ufficiale di collegamento per i media, controllerà con il colonnello e insieme controlleranno la storia con il quartier generale di brigata).

Non solo i giornalisti embedded partecipano della vita militare delle truppe di cui sono al seguito ma sono prevalentemente della stessa nazionalità dei militari, mangiano insieme, dormono insieme, condividono con loro parte del tempo libero e non possono non essere inclini ad adottarne il punto di vista (punto 1). A questo va aggiunto che i reportage filmati dai giornalisti embedded, essendo a seguito delle truppe, vengono filmati in soggettiva inducendo lo spettatore ad assumere il punto di vista delle truppe americane (o inglesi), mettendo subito in chiaro chi sono i “buoni” e chi i “cattivi” e il tutto a discapito di una obiettività a questo punto irrimediabilmente compromessa (Kumar 2006, p. 61).

Per realizzare il quarto punto del programma, l’amministrazione USA ha lavorato anche su altri fronti. Subito dopo l’attacco del 11/9 (esattamente il 30 ottobre 2001), è stato formato un gruppo al pentagono chiamato Office of Strategic Influence (OSI) con lo scopo di sviluppare piani al fine di fornire informazioni (eventualmente anche false) ai media stranieri (Calabrese 2005, p. 163). L’intento era quello di limitare il rischio che i media americani potessero raccogliere informazioni sconvenienti dai media internazionali e darne risalto all’interno del paese. L’ufficio si proponeva anche di istruire ex militari che sarebbero poi stati proposti in qualità di esperti per interviste con i media (Kumar 2006. p. 63). In seguito ad un articolo del New York Times che ne rivelò l’esistenza, l’ufficio venne chiuso (nel febbraio 2002) e parte dei suoi incarichi passati ad un’altra istituzione, l’Information Operations Task Force, ed è quindi lecito dubitare che i propositi di tale organismo siano stati abbandonati con la sua chiusura.

La grossa sfida è stata rappresentata da Al Jazeera: il network televisivo con sede in Quatar ha costituito una importante novità rispetto all’analogo scenario della Prima Guerra del Golfo. Se durante quest’ultima, gran parte degli stessi media arabi dipendevano dalle news della CNN, durante la Seconda Guerra del Golfo, Al Jazeera salirà ai clamori della cronaca trasmettendo alcuni clip di Osama bin Laden che verranno poi ripresi e ritrasmessi da alcuni media occidentali. Il rapporto, per certi versi sembra essersi invertito e anche negli Stati Uniti, nel frattempo, alcune cose sono cambiate: il più seguito canale di news è Fox che ha scalzato la CNN dal primo posto. Al Jazeera in più occasioni si è dimostrata una voce fuori dal coro dei media occidentali (e statunitensi in particolare) dando voce anche alle posizioni dei terroristi (la dove l’amministrazione Bush aveva esplicitamente richiesto ai network americani di non trasmettere tali filmati) e portando sullo schermo gli orrori della guerra con corpi di civili e militari ben presenti nei reportage a testimonianza delle conseguenze del conflitto (dove invece al pubblico americano veniva presentato un reportage edulcorato) (Cfr. Altheide, Grimes 2005).

Al Jazeera ha rappresentato forse una delle sfide più serie al quarto punto del programma (Cfr. Calabrese 2005, p. 163) e la risposta del governo Bush è stata tutt’altro che transigente. Nel novembre 2001 un aereo americano sgancia due bombe sull’ufficio di Al Jazeera in Kabul. Fortunatamente non si registrerà nessuna vittima e fonti ufficiali americane affermeranno di disporre di prove secondo le quali gli uffici sarebbero stati utilizzati da al Qaeda e di ignorare che il sito fosse utilizzato da Al Jazeera. Memore dell’accaduto, Al Jazeera informerà più volte i vertici militari americani sull’esatta locazione dei loro uffici in Baghdad. Nel aprile del 2003 tuttavia un missile americano colpisce gli uffici dell’emittente araba uccidendo un giornalista giordano di 34 anni (Calabrese 2005, p. 162). Lo stesso giorno le truppe USA aprono il fuoco sul Palestine Hotel dove risiedevano gran parte dei giornalisti non embedded della stampa internazionale con un bilancio di due morti (Kumar 2006, p. 64). Nel novembre 2005 il The Daily Mirror pubblica un articolo in cui si sostenevano le intenzione del governo americano di bombardare la sede centrale di Al Jazeera in Quatar (intenzioni ovviamente smentite dalla Casa Bianca). Stando ad una fonte anonima, il piano sarebbe stato frustrato dalle obiezioni di Blair.

I soft media
I risultati e le tesi di Matthew Baum nel suo Sex, Lies, and War: How Soft News Brings Foreign Policy to the Inattentive Public (Sesso, Bugie e Guerra: Come le Soft News Portano la Politica Internazionale ad un Pubblico Disimpegnato) costituiscono un importante approccio per capire quali fattori abbiano contribuito alla propaganda e alla formazione del consenso attorno alle linee dell’amministrazione Bush.

Soft News è un termine definito in relazione al panorama statunitense delle news (in prevalenza televisive). In Italia forse il telegiornale che assume un taglio da soft news più marcato potrebbe essere Studio Aperto di Italia 1. Con soft news si intende tutto un insieme di news che vanno dal gossip ai delitti di cronaca (vedi caso Cogne per la realtà italiana), scandali, disastri naturali e storie umane drammatiche e/o particolarmente toccanti. Il panorama italiano potrebbe includere anche i vari servizi su cosa mangeranno gli italiani per il pranzo di Natale o il cenone di capodanno, dove andranno in vacanza per ferragosto e quanto sarà calda l’estate entrante (evitando possibilmente ogni riferimento al global warming).

Negli Stati Uniti, a partire dagli anni ’80, prima con l’affermarsi della TV via cavo e successivamente la tecnologia satellitare e Internet si è arrivati ad un crescente livello di competitività con la conseguente esigenza da parte dei grossi network (soprattutto televisivi) di massimizzare i profitti sia aumentando l’audience, sia diminuendo i costi di realizzazione. In questo quadro le soft news si sono affermate essenzialmente perché la loro produzione e realizzazione è sensibilmente più economica di prodotti che richiedono inchieste giornalistiche o professionisti qualificati e al tempo stesso riscuote il gradimento di spettatori che altrimenti vi avrebbero preferito un talk show. I network commerciali preferiscono così selezionare news che possano in qualche modo sposarsi con il punto di vista dei loro spettatori e che vadano incontro alle loro aspettative (Altheide, Grimes 2005, p. 628-629). 

La percentuale di soft news è gradualmente aumentata dagli anni ’80 ma sono anche aumentate le trasmissioni che offrono tale tipo di informazione (Cfr. Baum 2002, p. 94 e Altheide, Grimes 2005, p. 620). In una ricerca sui trends dei network dell’informazione tra il 1977 e il 1997 le hard news hanno avuto un declino passando da una percentuale complessiva del 67.3% al 41.3% a cui corrisponde un massiccio incremento della presenza di soft news passate da un 13.5% a un 25% (Altheide, Grimes 2005, p. 621). Divario che si è ulteriormente accentuato negli ultimi anni. Non è solo l’argomento trattato che decide se una notizia è soft o meno ma anche il taglio di un servizio: argomenti importanti che si prestano ad un’analisi critica possono essere trattati con un taglio “soft”: il salvataggio del soldato Jessica Lynch in seno al più ampio e complesso conflitto iracheno ne può essere un esempio. La vicenda di Jessica Lynch, catturata dalle truppe irachene, è stata confezionata dai media americani come una classica soft news. Una sorta di storia nella storia, presentata facendo leva sull’emotività e con tanto di lieto fine è risultata di facile appeal anche per chi non segue normalmente vicende di politica internazionale né forse ha un’idea chiara dell’esatta collocazione geografica dell’Iraq. Otto giorni dopo la cattura vari media americani trasmisero il filmato della sua “liberazione”: le truppe statunitensi entrano nell’ospedale come se fossero sotto il fuoco della controparte irachena, si muovono con circospezione, seminano il panico e strappano Jessica dalle grinfie del nemico a sprezzo del pericolo. I dottori presenti nell’ospedale, successivamente intervistati da alcuni media, forniranno una versione completamente differente dichiarando che:

Iraqi troops had left the hospital two days before, that the hospital staff had tried to take Jessica to the Americans but were fired on, and that in the “rescue” the US troops shot through the doors, terrorized doctors and patients, and created a dangerous scene that could have resulted in deaths, simply to get some dramatic rescue footage for TV audiences. (Kellner 2004, p. 56)
(Le truppe irachene avevano lasciato l’ospedale due giorni prima, che il personale dell’ospedale aveva provato a riportare Jessica agli americani ma gli hanno sparato addosso e che nel “salvataggio” le truppe USA hanno sparato attraverso le porte terrorizzando dottori e pazienti solo per ottenere un filmato del salvataggio da mostrare al pubblico televisivo).

Anche se la guerra in Iraq in sé non è un argomento da soft news, può comunque essere confezionata come tale ritagliando certi particolari avvenimenti dal contesto: i “soft news media are in the business of packaging human drama as entertainement” (Baum 2002, p. 91). La pratica di confezionare un pezzo di informazione come intrattenimento riduce il costo cognitivo per lo spettatore. Anche soggetti che normalmente non seguono le news potrebbero essere interessati a un tale tipo di informazione-intrattenimento che richiede un basso livello di attenzione. Anche l’intervento americano in Bosnia (soggetto di per sé più da hard news che da soft news) è stato affrontato in due maniere differenti. I media che hanno prediletto un approccio più hard hanno dato spazio a una serie di questioni dal peso dell’appartenenza etnica nel conflitto al ruolo della NATO ad aspetti di strategia militare. Contrariamente i media che adottarono l’approccio soft, si concentrarono quasi esclusivamente sulla storia del pilota Scott O’Grady e di come sopravvisse per cinque giorni dietro le linee nemiche cibandosi solo di insetti e erba (Baum 2002 p.94).

Baum individua e argomenta quattro tesi principali. Cito e traduco direttamente dall’articolo le prime due (p. 96): 
1. le persone guardano le soft news come intrattenimento non per essere informate su politica o affari internazionali.
2. le persone che non sono interessate in politica o affari internazionali ma consumano soft news sono più attente alle crisi internazionali (o simili argomenti) della controparte che similmente non è interessata a simili questioni ma non consuma soft news.

La visione del pubblico americano sulle faccende e le crisi di politica internazionale è essenzialmente quella presentata dai newscasts serali di ABC, NBC, CBS, CNN, Fox e via dicendo (Altheide, Grimes 2005, p. 619). Le soft news espongono (per il target a cui si rivolgono) soggetti ad argomenti a cui probabilmente non si sarebbero mai interessati se non fossero stati confezionati alla stregua di intrattenimento e conseguentemente spingono questi soggetti al formarsi di un opinione su tali questioni. Nel caso specifico del conflitto iracheno, per la loro stessa natura, le soft news costituiscono una breccia per la propaganda dell’amministrazione americana e prestano il fianco a tutti gli argomenti della retorica che abbiamo passato in rassegna. 

Il basso costo di realizzazione spinge tali format ad usufruire dell’informazione preconfezionata messa a disposizione dal governo (senza passarle al vaglio di inchieste e verifiche più o meno impegnative) e al tempo stesso le dicotomie e gli altri strumenti della retorica di facile digeribilità si sposano con il target ti tale tipo di news più interessato ad una forma di intrattenimento che ad una vera e propria informazione. In conclusione le soft news si sono rivelate uno strumento per propagare la linea ufficiale dell’amministrazione Bush senza frapporre nessun filtro critico all’informazione veicolata e raggiungendo segmenti di potenziale consenso che altrimenti sarebbero rimasti contrassegnati da una certa indifferenza verso il conflitto. Non a caso la contrapposizione “noi vs. loro” (ampiamente utilizzata nei discorsi ufficiali) è al tempo stesso uno dei temi preferiti dai soft news media. La dove un informazione hard avrebbe forse concesso uno spazio ad un approfondimento storiografico e al problema mediorientale, le soft news hanno funzionato, più o meno inconsapevolmente, come cassa risonanza per la propaganda ufficiale.

La tirannide della maggioranza
Dan Guthrie, un colonnista del Oregon Daily Courier e Tom Gutting del Texas City Sun furono licenziati per aver criticato la reazione di Bush all’attacco dell’undici settembre (Ryan 2006, p. 14). Nel 2002 è la volta di Tim McCarthy, licenziato dal settimanale The Courier, verosimilmente per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti della politica irachena dell’amministrazione Bush.

In alcuni casi la decisione di licenziare le voci fuori dal coro non è partita come iniziativa dalla testata giornalistica o del network televisivo ma è stata il risultato di pressioni provenienti dall’alto, da pressioni da parte degli sponsor che hanno minacciato di ritirare le loro inserzioni pubblicitarie (per la possibile impopolarità in cui sarebbe incorsa la testata o il programma)(Cfr. Calabrese 2005, p.171) o per proteste da parte degli stessi lettori-spettatori. Peter Arnett, per esempio, (premio Pulitzer 1966 per i suoi reportage dal Vietnam) fu inizialmente difeso dalla NBC ma questo non gli evitò il licenziamento. 

Arnett era in Iraq come reporter per la NBC e per il National Geographic e fu licenziato da entrambi in seguito ad alcune sue dichiarazioni rilasciate in un’intervista alla TV irachena in cui esprimeva forti perplessità sulle aspettative USA di aver ragione della resistenza. Il National Geographic, in particolare, ammise senza problemi che la causa del licenziamento era da attribuirsi alle opinioni espresse da Arnett (Cfr. Kumar 2006). Lo show di Phil Donahue per MSNBC fu cancellato ufficialmente per bassi ascolti anche se nell’ultimo mese aveva registrato ottime performance che lo avevano portato ad essere il più seguito show per MSNBC. Nel suo show Phil Donahue presentava spesso pacifisti o ospiti critici o scettici verso le motivazioni ufficiali della Casa Bianca (Kumar 2005, p. 60). Robert Scheer, giornalista del Los Angeles Times fu licenziato l’undici novembre 2005, dopo trent’anni di lavoro per la testata e tredici spesi come uno dei suoi migliori articolisti. FAIR (Fairness and Accurancy in Reporting) avvalla le accuse del giornalista che imputa il licenziamento a pressioni provenienti da ambienti conservativi e motivate dalle sue aspre critiche verso la Casa Bianca e la guerra in Iraq.

Singoli episodi senza pretese di completezza che probabilmente costituiscono la punta dell’iceberg a cui corrisponde la parte sommersa di tutti quei giornalisti che hanno preferito tacere per non rischiare sanzioni. Il clima generale in cui i giornalisti statunitensi si sono trovati ad operare dopo l’undici settembre, viene perfettamente restituito nelle parole di Dan Rather, anchorman della CBS:

It is an obscene comparasion … but you know there was a time in South Africa that people would put flaming tyres around people’s neck if they dissented. And in some way the fear is that you will be necklaced here, you will have a flaming tyre of lack of patriotism put around your neck. It is that fear that keeps journalists from asking the toughest of the tough questions. (citato in Altheide, Grimes 2005, p. 629)
(È un paragone mostruoso… ma sai, c’era un tempo in Sud Africa in cui le persone usavano mettere un copertone infiammato intorno al collo di quelli che dissentivano. In un certo senso la paura è che ti possa succedere lo stesso qua e ritrovarti con il copertone infiammato della mancanza di patriottismo attorno al collo. È questa paura che trattiene i giornalisti dal porre le domande più scomode.)

Le parole di Rather ricordano gli ammonimenti di Tocqueville sulla possibilità di una “tirannide della maggioranza”, pericolo insito in ogni democrazia: 
In America la maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell’interno di quei limiti lo scrittore è libero, ma guai a lui se osa sorpassarli. Non già che egli abbia da temere un autodafé, ma è esposto ad avversioni di ogni genere e a quotidiane persecuzioni. La carriera politica è chiusa per lui, poiché egli ha offeso la sola potenza che abbia la facoltà di aprirgliela. Tutto gli si rifiuta, anche la gloria. […]
La potenza che domina gli Stati Uniti non vuole essere presa in giro. Il più leggero rimprovero la ferisce, la minima verità piccante la rende feroce e bisogna lodarla dalle forme del suo linguaggio fino alle sue più solide virtù.
[…] La maggioranza vive dunque in una perenne adorazione di sé medesima; soltanto gli stranieri, o l’esperienza, possono far giungere alcune verità all’orecchio degli americani. (Alexis de Tocqueville. La democrazia in America, Bur, Milano, 2005, parte I, pagg. 260-261)

Negli Stati Uniti il pericolo di una “tirannide della maggioranza” sembra essersi concretizzato immediatamente dopo gli attacchi dell’undici settembre. Una volontà politica preesistente ha trovato un prolungamento nei mass media. In alcuni casi questa alleanza è stata esplicita e cosciente (Fox News) arrivando ad omettere fonti contrarie alla versione ufficiale, presentando prove facilmente riconoscibili come false e ridicolizzando in alcuni casi le voci pacifiste o contrarie all’intervento armato che pur hanno caratterizzato la società americana. In altri casi l’alleanza è stata il risultato, almeno in parte, di un clima generale teso a stigmatizzare come anti patriottiche le voci fuori dal coro.

Conclusioni
L’effetto “rally ‘round the flag” (stringersi attorno alla bandiera) sarebbe stato inspiegabile senza quanto successo l’undici settembre: gli attacchi terroristici, in tutta la loro simbolicità, si prestavano ad essere percepiti come una nuova Pearl Harbor. L’amministrazione Bush ha cavalcato l’inevitabile coesione dell’opinione pubblica di fronte alla scioccante percezione di un nuovo nemico esterno, alimentando e sovrastimando l’idea di una nuova minaccia per il popolo americano nell’era post Guerra Fredda.

Il successo dell’amministrazione Bush è però consistito nel presentare l’intervento in Iraq come una estensione della risposta americana alla proclamata “guerra al terrorismo” basandola su premesse infondate. A questo successo politico fa da contrappeso un fallimento mediatico: i media americani hanno in gran parte fallito nei loro ruolo di guardiani della democrazia limitandosi a presentare acriticamente le tesi ufficiali dell’amministrazione nel loro doppio ruolo di vittime e artefici dell’effetto rally ‘round the flag. I fattori e le variabili che hanno contribuito a questo risultato sono stati molteplici (in parte esaminati nelle precedenti sezioni), senza voler semplificare un quadro così composito va però notato come anche un sistema autenticamente democratico come gli Stati Uniti con un sistema mediatico pluralistico non sia stato in grado di impedire ad una compagine di governo di presentare la sua linea come l’unica linea marginalizzando e minimizzando il dissenso. 

Il caso Fox News è stato indicato come l’esempio più evidente di convergenza tra i media e gli interessi politici dell’amministrazione ma mette in luce anche una più generale vulnerabilità delle grosse media corporations. Da un lato, interessi economici tesi alla massimizzazione del profitto non sembrano essersi sposati in questo caso ad un’etica dell’informazione portando i grossi media commerciali a presentare le news in modo che potessero raccogliere i favori del pubblico e un taglio soft e narrativo ha sovente prevalso a discapito di approfondimenti e inchieste (Cfr. Altheide,and Grimes, 2005 p. 628-629). Dall’altro lato i grossi gruppi si sono dimostrati più sensibili al “richiamo del potere” la dove esistevano convergenze tra i loro interessi economici e interessi politici dell’amministrazione (Cfr. Kumar, 2006 p.51). Di fronte al fallimento dei media “tradizionali”, chi ha resistito all’effetto centripeto della “tirannide della maggioranza” dopo gli attacchi terroristici dell’undici settembre e stata Internet (Cfr. Kellner 2004 p.59). La struttura decentralizzata di quest’ultima si è rivelata più resistente permettendo di accedere direttamente alle informazioni e alle fonti ponendosi come il miglior mezzo d’informazione anche se solo per un pubblico più attento e attivo.

Bibliografia:
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Altheide, David L. and Grimes, Jennifer N. 2005. “War Programming: The Propaganda Project and the Iraq War”. The Sociological Quarterly. 46. 617-643.
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Calabrese, Andrew. 2005. “Casus Belli. U.S. Media and the Justification of the Iraq War”. Television & New Media. Vol. 6 No. 2 (May): 153-175.
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Guerra in Georgia? Russia Vs. Sion

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

Marcello Pamio – 12 agosto 2008

La storia inizia quando l’Ossezia del sud, una regione della Georgia, reclama la propria indipendenza.
La Russia sta a guardare ammiccando, anche perché fa molto comodo avere all’interno di uno “Stato nemico”, comprato dalle due potenze atomiche Usa e Israele, un satellite che crea destabilizzazione.
La Georgia (totalmente filo israelostatunitense) non ci sta e bombarda nella notte e alle prima ore dell’alba dell’8 agosto la Repubblica dell’Ossezia.[1]
La Russia a questo punto non sta più a guardare, e forse era proprio quello che aspettava: invia l’aviazione e inizia lo scontro armato.
Si parla già di oltre 2000 morti, ma le cifre come sempre accade in questi casi, sono destinate a salire.

In maniera sincronica, come sempre accade in questi casi, parte la propaganda mediatica, e le immagini che circolano nei telegiornali di Regime sono esclusivamente le immagini di distruzione e morte provocate dall’aviazione russa in Georgia. Ma non arrivano invece le immagini del fuoco georgiano che avrebbe provocato nelle sole prime ore 1600 morti e pesanti devastazioni.[2]

Come mai le foto e i video si concentrano sulle vittime della controffensiva russa a Gori o in altre città maggiori georgiane, quando almeno tre quarti dei 40.000 profughi censiti dalla Croce Rossa risultano essere osseti?[3]
Chi ha il potere di controllare i media occidentali? Per quale motivo si fa passare solo una parte della verità amplificandola ad hoc? Domande retoriche, la cui risposta è presto detta, tanto più quando si viene a sapere chi c’è dietro l’affaire

Fin dall’inizio, sul sito www.debkafile.com molto vicino al Mossad israeliano, si evince che anche in questo scontro armato il piccolo stato di Sion gioca un ruolo importante, naturalmente oltre a l’onnipresente America.
L’anno scorso – scrive il Mossad – il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull’intelligence militare e la sicurezza. Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell’esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì.

Nulla di nuovo all’orizzonte: il democratico stato d’Israele, possessore di centinaia di testate atomiche, vende armi e fornisce consulenza d’intelligence e militare a tutti paesi considerati “amici” o semplicemente “utili” per qualche scopo…

In questo caso la “Gerusalemme non proprio Celeste” deve difendere i propri interessi petroliferi nell’oleodotto Baku-Ceyhan, costruito per non passare nei territori russi, dopo che Vladimir Putin ha rifiutato la collaborazione di un progetto per portare gas ai porti israeliani di Ashkelon e Eilat dalla Turchia.[4] Una pipeline lunga migliaia di chilometri, che partendo da Baku sul Mar Caspio arriva fino a Ceyhan in Turchia senza toccare la Russia.  
Un piccolo tratto di Mediterraneo separa il porto di Ceyhan ad Haifa.
In questo progetto ovviamente la Georgia deve rimanere indipendente dal vecchio orso russo e soprattutto non avere secessioni che potrebbero creare problemi al proprio interno.

Ricorda molto da vicino la triste vicenda dell’Afghanistan, quando i talebani erano finanziati, addestrati e armati dall’intelligence militare USA per combattere l’invasione delle truppe sovietiche al confine. Tutto ha iniziato a incrinarsi non a seguito della false-flag dell’11 settembre, ma quando gli “studenti del Corano” hanno iniziato a mettere i bastoni tra le ruote alla costruzione dell’oleodotto (da 1 milione di barili di petrolio al giorno) della statunitense Unocal che doveva passare proprio per il loro Paese. Risultato: i talebani, assieme a decine di migliaia di civili innocenti, sono stati massacrati e le città e i villaggi, rasi al suolo!

Il 10 agosto del 2008 il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato un articolo dove spiega dettagliatamente la questione: «Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione. Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l’addestramento di forze di fanteria dell’esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. “La questione è tenuta sotto stretto controllo”, hanno detto fonti del Ministero della Difesa. “Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive.”[5]

Questa collaborazione, tra Georgia e Israele, non è certo strana se vediamo chi sono gli attori principali.
Il Ministro georgiano Temur Yakobashvili è ebreo come pure il Ministro della Difesa David Kezerashvili, anzi quest’ultimo è un ex cittadino israeliano.[6]
Il sito sionista Ynet.news elenca anche altri personaggi israeliani che hanno approfittato della situazione georgiana: «l’ex ministro (israeliano) Roni Milo e suo fratello Shlomo, direttore delle Military Industries, il brigadiere-generale (in congedo) Gal Hirsch e il General Maggiore (anche lui in congedo) Yisrael Ziv».[7]
Roni Milo per esempio ha condotto affari in Georgia per la Elbit Systems e le Industrie Militari, e col suo aiuto le industrie militari israeliane hanno venduto alla Georgia droni, torrette automatiche per veicoli blindati, sistemi antiaerei, sistemi di comunicazione, munizioni e missili.  

Molto probabilmente c’è anche un altro losco individuo dietro lo scontro Georgia-Russia, l’israelita (ungaro-statunitense) George Soros: uomo di punta dell’Impero britannico, nonché agente europeo della famiglia Rothschild. Uno dei più potenti e soprattutto pericolosi speculatori planetari ha certamente le mani in pasta nella rivoluzione georgiana. 
La sua fondazione Beckley (una delle tante), usata per “propagandare la liberalizzazione della droga” [8], proprio a maggio scorso ha pubblicato un rapporto dal titolo emblematico, “Antidroga in Georgia: i test antidroga e la riduzione del consumo“. Con quel rapporto Soros in pratica lodava la politica del Presidente georgiano Mikail Saakashvili e invece criticava l’operato del presidente Eduard Shevardnadze.[9]
Quest’ultimo viene attaccato perché iniziò negli anni ’70 una dura campagna di misure contro la droga e contro coloro che ne facevano uso: cosa questa assai pericolosa per i narco-speculatori internazionali.
Saakashvili, il beneficiario della “rivoluzione rosa”, finanziata anche da Soros, potrebbe aver promesso al suo mentore, di arrivare in un futuro alla liberalizzazione nel suo paese!
Immaginate che cosa significherebbe per la Russia, già pesantemente compromessa dalle ondate di eroina proveniente dall’Afghanistan…[10]

Nonostante la falsità mediatica con la quale il Regime è abituato a riempirci la testa, anche in questo caso, ma possiamo dire, come nella totalità degli scontri militari, di attacchi terroristici, di false-flag, esiste sempre un interesse economico (e di controllo) dietro.
Le domande che dobbiamo porci per cercare di capire gli accadimenti, a prescindere da come ci vengono raccontati o romanzati in tivù e nei giornali, è: Cui Prodest? Cui Bono? A chi giova? Chi ne beneficia?

Ecco alcune immagini della Reuters che dimostrano la propaganda mediatica –> Immagini false della Reuters

Per approfondire l’argomento:

“La Georgia e l’Israel connection”,
www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4908

“Governo georgiano, ministri israeliani”
http://www.effedieffe.com/content/view/4135/166/

“Georgia: ha perso Israele”
http://www.effedieffe.com/content/view/4130/166/ 

“ Israel backs Georgia in Caspian Oil pipeline battle with Russia”
www.debka.com/article.php?aid=1358


[1] “Il Caucaso in fiamme. La Georgia bombarda l’Ossezia del sud”, Radio Vaticana, 8 agosto 2008
[2] “Una guerra, due verità”, Alessandro Logroscino, Ansa, 11 agosto 2008
[3]  Idem
[4] “ La Georgia e l’Israel connection”, www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4908
[5] Idem
[6] “Governo georgiano, ministri israeliani”, Maurizio Blondet, Effedieffe
[7] “ La Georgia e l’Israel connection”, www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4908
[8] “Dove c’è droga c’è Soros”, http://www.movisol.org/08news174.htm 
[9] Idem
[10] Idem

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Gli americani arruolano gli squadroni della morte tra gli ex di Saddam

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

Superpoliziotti, armati fino ai denti, con licenza di compiere interrogatori e irrompere nelle case degli iracheni «sospetti». È questa la carta d’identità della nuova «creatura» partorita da Ahamed Chalabi, ambiguo e discusso esponente del nuovo corso iracheno e ascoltato consigliere degli amministratori inviati da Bush.

Come spiega il Washington Post in una dettagliata e ben informata corrispondenza da Baghdad la creazione di un «corpo paramilitare» segreto è stata decisa nel corso di una riunione tra esponenti della Coalizione guidata da Paul Bremer, ministri del governo locale tra i quali Ahamed Chalabi che appare l’ispiratore dell’idea. La novità è clamorosa per varie ragioni e rappresenta un dietro-front del messaggero di Bush e dello stesso Chalabi. Quest’ultimo infatti, già leader in esilio dell’Iraqi National Congress e ribelle anti-Saddam con i soldi della Cia, è stato finora il teorico delle epurazioni ai danni degli esponenti del partito Baath, al potere fino al 9 aprile. Finora il governatore Bremer ha assecondato, con qualche eccezione e molte riserve, le «purghe» proposte dagli elementi più estremisti del governo ad interim. Per questo nella formazione dei primi reparti della polizia e dell’esercito gli elementi baathisti sono stati in larga misura emarginati ed esclusi.

Ma ora, dopo gli attentati e mentre proseguono gli agguati ai danni dei soldati Usa, Bremer ha cambiato idea. La nuova forza «paramilitare» sarà infatti composta non solo da poliziotti e soldati disoccupati, ma addirittura da elementi dei servizi segreti di Saddam Hussein che saranno quindi sguinzagliati contro i loro ex colleghi. Il compito degli 007 iracheni sarà infatti – spiega il quotidiano americano – quello di dare la caccia agli irriducibili del passato regime, ai miliziani del gruppi integralisti islamici, e ai guerriglieri arabi accorsi in Iraq per combattere la «jihad» contro gli occupanti. Bremer, dopo essersi opposto ai progetti di Chalabi, si è finalmente convinto che la forza paramilitare può essere utile, ma – spiega il Washington Post – ha posto come condizione (dispone di un diritto di veto assoluto su ogni decisione) la «stretta supervisione» americana sui super-poliziotti iracheni. A Baghdad e nel resto del paese agirà dunque una forza paramilitare segreta dotata di poteri eccezionali, che potrà operare al di fuori dei reparti regolari e sarà sottoposta solamente al controllo delle forze occupanti. All’interno del reparto delle «teste di cuoio» sarà creata un’unità dei servizi segreti incaricata di individuare gli obiettivi.

L’iniziativa segnala le crescenti difficoltà degli inviati di Bush in Iraq che devono ormai fronteggiare emergenze in ogni angolo del paese. A Najaf i notabili sciiti hanno proclamato uno sciopero generale per protestare per la mancanza di sicurezza. Pochi giorni fa due magistrati impegnati nella raccolta di denunce sui crimini del passato regime sono stati sequestrati da un commando. Uno di loro, il procuratore Mohan Jaber al-Shwaeli, è stato assassinato con un colpo alla nuca, mentre l’altro è stato misteriosamente risparmiato e, al suo ritorno, ha detto che i killer hanno eseguito una «sentenza» nel nome di Saddam Hussein. Il delitto è la riprova che, anche nelle regioni a sud di Baghdad popolate dalla maggioranza sciita, gli apparati del disciolto partito Baath continuano ad agire impunemente e a colpire coloro che vogliono indagare sul recente passato e sulle stragi ordinate dal regime di Saddam contro i movimenti sciiti. Per questo i capi moderati di Najaf hanno chiesto ed ottenuto un incontro con i collaboratori di Bremer, ma, insoddisfatti per le risposte ottenute, hanno proclamato la protesta ad oltranza.
Questo fatto rischia di incrinare ulteriormente le relazioni tra i capi dell’amministrazione americana e i leader sciiti moderati che, coraggiosamente, si stanno battendo per arginare la spinta integralista che potrebbe contagiare ben presto la popolazione sciita in particolare a Najaf e Karbala. L’altro pericolosissimo focolaio è la città di Kirkuk, cuore petrolifero dell’Iraq e terra di confine con le regioni curde. Qui le vendette stanno colpendo gli ex esponenti del regime come Jamila Abbas Khumeidi, già dirigente del Baath, ferita ieri assieme a sua figlia in un attentato dinamitardo compiuto contro la sua abitazione. Poche ore dopo un razzo ha colpito la sede di un’organizzazione curda: a Kirkuk insomma arabi sunniti e curdi si preparando alla resa dei conti, mentre gli americani sono «distratti» dalle violenze che insanguinano il «triangolo sunnita» ad ovest di Baghdad.

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Le guerre del petrolio

Posted by mrdrago88 su 22 dicembre 2009

di Michael T. Klare da TomDispatch – tratto da http://www.nuovimondimedia.com

Trasformare l’esercito americano in un servizio globale di protezione del petrolio. A distanza di un anno e mezzo dal primo attacco sferrato in Iraq, i soldati americani combattono per mantenere il controllo sugli impianti petroliferi, e il sangue continua a scorrere copioso. Ma l’Iraq non è certo l’unico paese in cui le truppe americane si adoperano per salvaguardare il loro costante rifornimento di petrolio. Avviene anche in Colombia, Arabia Saudita, Georgia, Azerbaijan, Iran, Kazakistan, Turkmenistan, Senegal, Ghana, Mali, Uganda, Kenya…
Il primo attacco, durante la guerra in Iraq, è stato condotto da un commando della marina contro una piattaforma petrolifera in mare aperto. «Sbucati in silenzio dalla notte ormai calata sul Golfo Persico», scriveva, il 22 marzo, un giornalista infervorato del New York Times «i Navy Seals (truppe speciali della marina, NdT) hanno preso il controllo di due terminali petroliferi. Il raid è terminato all’alba di questa mattina con la sconfitta delle guardie irachene, peraltro poco armate. Le truppe americane si sono così aggiudicate una vittoria senza spargimento di sangue nella battaglia per conquistare il vasto impero petrolifero iracheno».

A distanza di un anno e mezzo, i soldati americani stanno ancora combattendo per mantenere il controllo su questi importantissimi impianti petroliferi, e il sangue ora inizia a scorrere copioso. Il 24 aprile due marinai americani e un guardacoste sono rimasti uccisi in seguito all’esplosione, nei pressi della piattaforma petrolifera Khor al-Amaya, di una barca che cercavano di intercettare. Si presume che a bordo vi fossero dei kamikaze. Altri americani sono stati attaccati mentre proteggevano alcuni dei numerosi impianti dell’«impero petrolifero» iracheno.
In effetti, la guerra in Iraq si è divisa su due fronti: da una parte, coloro che combattono per il controllo delle città irachene, dall’altra le continue battaglie per proteggere le vaste infrastrutture petrolifere da sabotaggi e attacchi. Il primo scenaio è stato ampiamente documentato dalla stampa americana; non altrettanto si può dire della seconda. Eppure, il futuro delle infrastrutture petrolifere irachene potrebbe essere importante quanto quello delle città assediate. Se l’operazione dovesse fallire, verrebbero a mancare le basi economiche per la nascita di un governo iracheno stabile. «Nel complesso», riferisce un ufficiale superiore al New York Times, «è probabile che nessun altro posto, in cui sono impegnate le nostre forze armate, rivesta altrettanta importanza strategica». A conferma di questo, si consideri che un numero consistente di soldati americani sono stati assegnati alla protezione delle infrastrutture petrolifere.
Alcuni funzionari insistono che queste mansioni potranno, in futuro, passare alle forze irachene ma, col passare dei giorni, questo momento glorioso sembra diventare sempre più remoto. Fin quando le forze americane rimarranno in Iraq, una parte consistente di esse dovrà certamente difendere gli oleodotti, le raffinerie, gli impianti di caricamento e le altre infrastrutture petrolifere molto vulnerabili. Con migliaia di chilometri di oleodotti e centinaia di infrastrutture a rischio, questo incarico sarà sempre arduo e pericoloso. Al momento, i guerriglieri sembrano capaci di colpire gli oleodotti del Paese quando e dove vogliono, spesso causando enormi esplosioni e incendi.
Difendere gli oleodotti
È stato fatto notare che il nostro ruolo di protezione degli oleodotti è una caratteristica peculiare della guerra in Iraq, dove gli impianti petroliferi sono ovunque e l’economia nazionale dipende ampiamente dagli introiti del petrolio. Ma l’Iraq non è certo l’unico paese in cui le truppe americane rischiano ogni giorno la vita per salvaguardare il loro costante rifornimento di petrolio. Anche in Colombia, Arabia Saudita e in Georgia, i soldati americani sono impegnati a proteggere gli oleodotti e le raffinerie o a sovrintendere sulle forze locali assegnate a questa missione. La Marina americana sta vigilando sulle piattaforme petrolifere nel Golfo Persico, nel Mar Arabico, nel Mar Cinese Meridionale e su altre rotte marine che riforniscono di petrolio gli Stati Uniti e i suoi alleati. Di fatto, le forze americane si stanno trasformando sempre più in un servizio globale per la protezione delle infrastrutture petrolifere.
La situazione in Georgia è un chiaro esempio di questa tendenza. Subito dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1992, le compagnie petrolifere americane e alcuni funzionari governativi hanno cercato di accedere alle immense riserve di gas naturale del bacino del Mar Caspio, specialmente in Azerbaijan, Iran, Kazakistan e Turkmenistan. Alcuni esperti stimano che dal Mar Caspio si possano estrarre ancora non meno di 200 miliardi di barili, circa 7 volte la riserva statunitense. Ma il Caspio è privo di sbocchi, quindi il solo modo per trasportare il petrolio ai mercati occidentali è l’utilizzo di oleodotti che attraversino il Caucaso, un’area che include Armenia, Azerbaijan, Geogia e le repubbliche russe devastate dalla guerra quali Cenenia, Dagestan, Inguscezia e l’Ossezia del Nord.

Le società americane stanno costruendo un importante oleodotto attraverso quest’area instabile. Snodandosi per oltre 1500 km di pericoli, da Baku in Azerbaijan passando per Tbilisi in Georgia fino a Ceyhan in Turchia, è destinato a fornire all’Occidente un milione di barili di petrolio al giorno; affronterà, però, la costante minaccia di sabotaggi da parte dei militanti islamici e dei separatisti etnici lungo tutto il suo percorso. Gli Stati Uniti si stanno già impegnando per la sua salvaguardia, fornendo milioni di dollari in armi e attrezzature all’esercito georgiano e inviando militari specializzati a Tbilisi per addestrare e consigliare le truppe georgiane assegnate alla protezione di questo condotto così importante. Nel 2005 o nel 2006, quando l’oleodotto entrerà in funzione, la presenza americana molto probabilmente aumenterà e i combattimenti nella zona si intensificheranno.
Consideriamo invece la Colombia devastata dalla guerra, dove le forze USA si stanno assumendo sempre più la responsabilità di proteggere i vulnerabili oleodotti. Questi condotti, di vitale importanza, trasportano il greggio dai giacimenti interni, dove imperversa la guerriglia, ai porti sulla costa caraibica dalla quale può essere poi trasportato agli acquirenti negli Stati Uniti e altrove. Per anni i guerriglieri hanno sabotato questi oleodotti – l’espressione dello sfruttamento straniero e del governo elitarista di Bogotà, a loro detta – per privare il governo colombiano di entrate essenziali. Al fine di sostenere il governo nella lotta alla guerriglia Washington sta già spendendo centinaia di milioni di dollari per migliorare la sicurezza delle infrastrutture petrolifere, a partire dall’oleodotto Caño-Limón, l’unico che collega i ricchi giacimenti petroliferi occidentali nella provincia dell’Arauca con la costa caraibica. Sempre in questa direzione, truppe speciali americane provenienti da Fort Bragg, Carolina del Nord, stanno aiutando ad addestrare, equipaggiare e guidare un nuovo contingente di forze armate colombiane la cui unica missione sarà quella di combattere i guerriglieri e proteggere l’oleodotto lungo tutti i suoi 770 km di lunghezza.

Petrolio e stabilità
L’impiego di truppe americane per proteggere le vulnerabili infrastrutture petrolifere nelle aree a rischio di conflitti ha sicuramente lo scopo di incrementare tre fattori di importanza fondamentale: la sempre maggiore dipendenza americana dal petrolio importato, lo spostamento globale della produzione di petrolio dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo e la crescente militarizzazione della politica energetica estera americana.
La dipendenza americana dal petrolio importato è cresciuta costantemente dal 1972, quando la produzione interna raggiunse il suo livello massimo con 11,6 milioni di barili al giorno (mbg). La produzione USA oggi si aggira intorno ai 9 mbg e si pensa che continuerà a diminuire man mano che i giacimenti più vecchi si esauriranno (anche estraendo il petrolio dai giacimenti dell’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska, come vorrebbe l’amministrazione Bush, questa tendenza non cambierebbe). Ciònonostante, il consumo totale di petrolio americano continua a crescere; attestato sui 20 mbg, si prevede che raggiungerà i 29 mbg entro il 2025. Questo significa che buona parte dell’approvvigionamento di petrolio totale dovrà essere importata – dai 11 mbg odierni (circa il 55% del consumo USA totale) ai 20 mbg nel 2005 (il 69% del consumo).
Fattore ancor più significativo di questa crescente dipendenza dal petrolio estero è che una quantità sempre maggiore di petrolio proverrà da paesi in via di sviluppo, ostili e dilaniati dalla guerra, e non da paesi stabili e amici, come il Canada e la Norvegia. Questo perché i vecchi Paesi industrializzati hanno ormai consumato gran parte dei loro giacimenti, mentre molti produttori nei paesi in via di sviluppo ne posseggono ancora vaste riserve. Di conseguenza, assistiamo a un spostamento storico nel baricentro della produzione mondiale di petrolio: dai paesi industrializzati dell’emisfero nord, si va man mano verso i paesi in via di sviluppo nell’emisfero sud, che sono spesso politicamente instabili, devastati da conflitti etnici e religiosi, rifugio di organizzazioni estremistiche, o combinazione delle tre.

Per quanto in questi paesi esistano radicati contrasti storici, la produzione di petrolio ha di per sé un’influenza ancor più destabilizzante. L’improvviso afflusso di ricchezze legate al petrolio in Paesi in via di sviluppo tende ad accrescere il divario tra ricchi e poveri, fattore che spesso si sedimenta su divisioni etniche e religiose, conducendo a continui conflitti per la distribuzione degli introiti petroliferi. Per prevenire queste agitazioni, governanti oligarchici come la famiglia reale dell’Arabia Saudita o i nuovi potentati dell’Azerbaijan e del Kazakistan limitano o vietano le manifestazioni pubbliche di protesta e si affidano alla repressione della polizia per sedare i movimenti d’opposizione. Eliminate in questo modo le espressioni legali e pacifiche di dissenso, le forze dell’opposizione non vedono altra soluzione che la ribellione armata o il terrorismo.
C’è un altro aspetto di questa situazione che merita di essere esaminato. Molti dei paesi in via di sviluppo, un tempo colonie e oggi emergenti produttori di petrolio, si oppongono con forte ostilità agli ex paesi dominatori. In questi paesi molti vedono gli Stati Uniti come i moderni ereditari di questa tradizione imperialistica. Il risentimento, a seguito di traumi economici e sociali causati dalla globalizzazione, è imputato agli Stati Uniti. Visto che il petrolio è considerato la principale causa del coinvolgimento americano in queste aree, e poiché le multinazionali petrolifere statunitensi sono viste come le reali espressioni del potere americano, qualsiasi cosa abbia a che fare con il petrolio – oleodotti, pozzi, raffinerie, piattaforme petrolifere – è considerato dai rivoltosi un obiettivo invitante e legittimo da colpire; da qui gli attacchi agli oleodotti in Iraq, alle compagnie petrolifere in Arabia Saudita e alle petroliere nello Yemen.

La militarizzazione della politica energetica
I leader americani hanno risposto di conseguenza a questo continua sfida alla stabilità nelle zone produttrici di petrolio, facendo ricorso a mezzi militari per garantire un approvvigionamento costante di petrolio. Questo metodo fu adottato per la prima volta dall’amministrazione Truman-Eisenhower dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’avventurismo sovietico in Iran e i disordini filo-arabi nel Medio Oriente sembravano minacciare la sicurezza delle forniture petrolifere del Golfo Persico. Questa reazione fu in seguito formalizzata dal Presidente Carter nel gennaio del 1980, quando, in risposta all’occupazione sovietica dell’Afghanistan e alla rivoluzione islamica in Iran, annunciò che il sicuro approvvigionamento petrolifero dal Golfo Persico era «di interesse vitale per gli Stati Uniti d’America», e che, per proteggere questo interesse, avrebbe fatto ricorso a «qualsiasi mezzo necessario, incluso l’intervento militare». Il principio di Carter di usare la forza per proteggere il rifornimento di petrolio fu in seguito ripreso da Bush senior per giustificare l’intervento Americano nella Guerra del Golfo del 1990-1991, e ha fornito la giustificazione logica alla base della recente invasione dell’Iraq.
In origine, questa politica era circoscritta alla principale regione produttrice di petrolio, il Golfo Persico. Ma, data la crescente richiesta americana di petrolio importato, i funzionari USA hanno iniziato a estenderla alle regioni produttrici più importanti, incluso il bacino del Mar Caspio, l’Africa e l’America Latina. Il primo passo in questa direzione è stato compiuto dal presidente Clinton, il quale cercava di sfruttare il potenziale energetico del bacino del Caspio e, preoccupato dell’instabilità della zona, aveva allacciato legami militari con futuri fornitori, tra cui l’Azerbaijan, il Kazakistan e la Georgia, essenziale crocevia del petrolio. Clinton era stato il primo a promuovere la costruzione di un oleodotto da Baku a Ceyhan e a compiere i primi passi per proteggere questo condotto accrescendo la capacità militare dei Paesi coinvolti. Bush junior ha portato avanti questi sforzi, aumentando gli aiuti militari a questi Paesi e inviando consulenti militari in Georgia, esta anche considerando la possibilità di costruire delle basi militari USA nella regione del Caspio.

Come al solito, queste manovre vengono giustificate come sforzi di vitale importanza per «la guerra al terrorismo». Una lettura più approfondita dei documenti del Pentagono e dello State Department mostrano, invece, che nei piani dell’amministrazione Bush l’anti-terrorismo e la salvaguardia dei rifornimenti di petrolio sono strettamente collegati. Quando nel 2004, per esempio, ha richiesto fondi per formare un «contingente di reazione rapida» in Kazakistan, lo State Department ha detto al Congresso che tale forza è necessaria per «migliorare la capacità del Kazakistan di rispondere alle maggiori minacce terroristiche per le piattaforme petrolifere» del Mar Caspio.
Come è noto, una politica simile è ora in atto in Colombia. La presenza dell’esercito americano, anche se di minore entità, in regioni africane produttrici di petrolio, sta crescendo rapidamente. Il Dipartimento della Difesa ha aumentato il rifornimento di armi alle forze militari in Angola e Nigeria,e sta aiutando ad addestrare i loro ufficiali e le truppe. Nel frattempo, i funzionari del Pentagono stanno cercando di costruire basi americane permanenti nella regione, concentrandosi su Senegal, Ghana, Mali, Uganda e Kenya. Anche se questi funzionari tendono a parlare di terrorismo solo quando spiegano il bisogno di queste strutture, nel giugno 2003 un funzionario ha riferito a Greg Jaffe del Wall Street Journal che «una missione chiave per le forze Usa [in Africa] sarebbe quella di assicurarsi che i giacimenti di petrolio Nigeriani, che in futuro potrebbero rappresentare fino al 25% delle importazioni americane, siano ben protetti».

Una parte notevole della nostra flotta viene impiegata anche per proteggere le petroliere straniere. La Quinta Flotta della Marina americana, che ha base nello stato insulare di Bahrain, occupa ora la maggior parte del suo tempo sorvegliando il collegamento tra il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz, quell’angusto canale che unisce il Golfo Persico all’Arabia Saudita e l’Oceano dall’altra parte. La Marina ha anche aumentato la sua capacità di proteggere importanti vie marittime nel Mare Cinese Meridionale – sito di promettenti giacimenti di petrolio reclamati dalla Cina, dal Vietnam, dalle Filippine e dalla Malesia – e nello stretto di Malacca, l’importantissimo collegamento marino tra il Golfo Persico e gli alleati americani dell’Est Asiatico. Anche l’Africa ha richiesto un maggior impegno per la Marina. Al fine di rafforzare la presenza USA nelle acque confinanti con la Nigeria e altri produttori chiave, i contingenti aeronavali affidati alla NATO in Europa (che controlla l’Atlantico Meridionale) in futuro staranno meno nel Mediterraneo e « trascorreranno metà del loro tempo percorrendo la costa occidentale dell’Africa», ha annunciato, nel maggio 2003, il Comandante Supremo NATO in Europa, il generale James Jones.
Questo, quindi, è il futuro dell’esercito americano impegnato all’estero. Mentre si sfrutta la retorica dell’anti-terrorismo e della sicurezza nazionale per spiegare le rischiose missioni all’estero, un numero sempre maggiore di soldati e marinai americani saranno impegnati a proteggere i giacimenti di petrolio oltremare, gli oleodotti, le raffinerie e le rotte delle petroliere. E visto che queste strutture probabilmente subiranno sempre più attacchi da parte di guerriglieri e terroristi, saranno messe a repentaglio un maggior numero di vite. Per ogni litro di petrolio in più che l’America otterrà dall’estero, pagheremo un più alto prezzo in vite umane.

Michael T. Klare è docente di studi sulla pace e la sicurezza mondiale all’Hampshire College. Questo articolo è basato sul suo nuovo libro, “Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Petroleum Dependency (Metropolitan / Henry Holt)
Fonte: http://www.tomdispatch.com/index.mhtml?emx=x&pid=1888
Traduzione di Vanessa Bassetti (vantilde@libero.it) per Nuovi Mondi Media
Copyright2004 Michael Klare

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L’ombra dei servizi segreti sugli attentati terroristici e sulle guerre civili

Posted by mrdrago88 su 22 dicembre 2009

di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 27 gennaio 2007
Autrice del libro: “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

Una tragica notizia di questi giorni è che un kamikaze si è fatto esplodere nei pressi di Khost, in Afghanistan, fra un gruppo di operai afgani (in attesa di essere assoldati dagli americani), uccidendone 10 e ferendone 14. Una “pratica” tragicamente comune in Iraq, in cui molte volte i kamikaze si sono fatti esplodere fra iracheni in fila per essere arruolati dagli americani. C’è da chiedersi come mai dopo numerosi attentati agli aspiranti poliziotti iracheni, gli americani abbiano continuato gli arruolamenti come prima, facendo sostare le persone in strada, esponendoli al pericolo di morte, che per molti è arrivata puntuale. Chi trae vantaggio da queste morti? E perché gli americani non proteggono nemmeno i potenziali collaboratori?
La resistenza irachena e afgana non trae vantaggio del creare terrore fra la popolazione, mentre gli occupanti certamente sì. Gli aggressori americani stanno attuando i crimini più feroci per sottomettere il popolo iracheno e quello afgano. Hanno diviso l’Iraq territorialmente e nei mezzi di comunicazione, e hanno potenziato l’estremismo religioso, come spiega Giuliana Sgrena:

La guerra civile serve a sancire la divisione del paese. La spartizione è innanzitutto un disegno Usa, fin dal 1991 con la creazione delle no-fly zone (con il pretesto di proteggere gli sciiti a sud e i kurdi a nord). Divisione alimentata anche dai jihadisti che sono arrivati nell’Iraq occupato per combattere la “guerra santa” contro gli infedeli, non solo occidentali ma anche iracheni sciiti, considerati dai wahabiti (sunniti) traditori dell’islam. Alla base della divisione etnico-confessionale è stato anche il diverso atteggiamento nei confronti dell’intervento militare: kurdi favorevoli, sunniti contrari e sciiti ambigui, questi non potevano schierarsi con l’occidente ma hanno approfittato della situazione per liberarsi di Saddam… Questa spartizione favorisce Teheran che controlla una grossa fetta dell’Iraq, mettendo in difficoltà gli occupanti Usa. Ma certo l’Iran (almeno il governo) preferirebbe mantenere il controllo su un paese più “stabilizzato” con un governo in grado magari persino di chiedere il ritiro delle truppe straniere invece che su un territorio dilaniato ogni giorno da massacri di sciiti e sunniti. Pur se la guerra sporca è alimentata anche dalle squadre addestrate dai pasdaran.[1]

Sono molte le sette americane arrivate in Iraq, con molti soldi, sotto la copertura di Ong, che in cambio della conversione promettono agli iracheni aiuti e soprattutto il miraggio di un visto per gli Stati Uniti.

Un altro dei tanti paradossi iracheni: uno fra i più laici tra i paesi arabi è caduto ora nelle mani dei partiti e delle milizie religiose.[2]

In tutti i paesi che subiscono aggressioni militari da parte degli Stati Uniti, Iraq, Afghanistan, Somalia ecc., la situazione diventa assai simile: si verificano attentati terroristici, si formano gruppi contrapposti in lotta fra loro, acquisiscono sempre più potere bande criminali o gruppi di estremisti che vessano la popolazione e la costringono a vivere nella paura e nell’insicurezza.

A partire dagli anni Cinquanta, i servizi segreti europei e americani hanno speso cifre da capogiro per attuare ricerche sul controllo mentale a distanza, su tecniche di manipolazione dell’opinione pubblica e di sottomissione di interi popoli.
Già nel 1944, l ‘ex governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, creò l’Associazione Nazionale Britannica per la Salute Mentale. Quattro anni dopo, l’Associazione organizzò un grande congresso, che riunì i più importanti studiosi di psichiatria e di psicologia. Parteciparono al congresso anche numerosi personaggi che si occupavano di ricerche psichiatriche in ambito militare. Ad esempio, il generale di brigata inglese John Rawlings Rees, che era stato direttore dell’Istituto Tavistock.

La Clinica Psichiatrica Tavistok di Londra era nata nel 1920, per studiare gli effetti della Prima guerra mondiale sui soldati traumatizzati. Ben presto gli psichiatri capirono che lo shock da guerra produceva effetti simili a quelli ottenuti con interrogatori brutali o torture. Si trattava di utilizzare le conoscenze psichiatriche per attuare programmi di guerra psicologica, considerati utili anche in tempo di pace. Il generale Rees propose di utilizzarle per il controllo sociale degli individui e di interi popoli. Egli suggeriva: “Se proponiamo di uscire all’aperto e di aggredire i problemi sociali e nazionali dei nostri giorni, allora abbiamo bisogno di “truppe speciali” psichiatriche e queste non possono non essere le équipes psichiatriche stanziali nelle istituzioni. Dobbiamo avere psichiatri selezionati e ben addestrati che muovono sul territorio e prendano contatto con la situazione locale nella sua area particolare”.[3]

Gli esperti del Tavistock si specializzarono nell’abilità di creare falsi movimenti di “liberazione”. Era il periodo in cui nascevano in Asia e in Africa diversi movimenti anticoloniali, e l’impero britannico elaborò un modo efficace per renderli deboli: creare falsi movimenti rivali e scatenare una guerra “civile”. I gruppi rivali creati dalla Corona britannica erano i più feroci e disposti ad agire in modo terroristico, uccidendo civili inermi. Il generale Rees si occupò, nel periodo 1949-50, di un programma chiamato “Tensione mondiale: la psicopatologia delle relazioni internazionali”. Lo scopo era quello di capire le caratteristiche culturali ed etniche dei gruppi anticoloniali, “per poterli meglio controllare”. Il controllo esigeva anche tecniche di creazione di tensioni sociali o contrasti fra i gruppi, utilizzando metodi violenti o ingannevoli. Durante gli anni Cinquanta, il generale Rees e i suoi collaboratori fecero diversi viaggi in Asia e in Africa, per creare un’équipe di psichiatri che seguissero di vicino le organizzazioni false e vere di “liberazione”.

Dal dopoguerra, anche il governo statunitense si interessò alle tecniche di controllo e di sottomissione dei popoli. Le ricerche sul controllo mentale furono finanziate dal Centro Chimico dell’Esercito. Diversi esperimenti del dottor Paul Hoch sul lavaggio del cervello si valevano di droghe create dagli stessi scienziati della Cia, come l’Lsd. Alcune autorità di governo sostennero il progetto MK Ultra, che prevedeva l’uso dell’elettroshock, di veleni e di numerose sostanze psicogene.

Secondo le ricerche di Carol Greene,[4] Charles Manson era un “soggetto di ricerca” del Nimh (National Institut of Mental Healt). Il Nimh era un progetto nato per studiare gli effetti della tossicodipendenza su soggetti bianchi. Manson era in libertà vigilata e doveva presentarsi regolarmente presso la Clinica Medica Haight-Ashbury di San Francisco per i controlli. Il direttore della clinica, David E. Smith, era diventato un esperto nel creare personaggi violenti ed antisociali da inserire negli ambienti hippy o nelle sette, e far loro commettere ogni genere di crimine. Ciò sarebbe servito a diffondere la droga in quegli ambienti e a screditare gli hippy e coloro che protestavano contro il sistema, facendo in modo che l’opinione pubblica li considerasse tutti drogati e potenziali criminali. Altri personaggi, come il serial killer David Berkowitz, erano mentalmente controllati dai programmi psichiatrici delle autorità americane.

Istituti che la gente crede siano a tutela dei cittadini, come la American Family Foundation, in realtà si valgono di metodi di controllo mentale. Nell’Aff ha lavorato il dottor Louis Jolyon West, che ha praticato metodi di lavaggio del cervello per l’Aeronautica Militare e la Cia. West partecipò al progetto MK Ultra. L’amico Aldous Huxley gli suggerì di ipnotizzare i soggetti prima di drogarli con l’Lsd, per dare “suggestioni post ipnotiche finalizzate a dirigere l’esperienza indotta dalla droga verso direzioni desiderate”. Si trattava dunque di metodi che permettevano di dirigere il comportamento del soggetto in modo da indurlo a commettere azioni comandate. West si occupò di esaminare il caso di Jack Ruby, l’omicida di Lee Harvey Oswald (assassino di Kennedy). West disse che Ruby era in uno “stato paranoide manifestato attraverso deliri, allucinazioni visive e audiovisive, e impulsi suicidi”. Le stesse reazioni prodotte sui soggetti nel progetto MK Ultra.

Successivamente, altri studi della Cia avevano l’obiettivo di produrre un controllo mentale totale per dirigere il comportamento. Uno studio della Cia sull’ipnosi fu diretto da Alden Searse dell’Università del Minnesota. Sears lavorava per creare con l’ipnosi “una personalità totalmente separata”, e produrre un’amnesia duratura. Milton Klein, un altro “esperto” della Cia, sosteneva che fosse possibile creare un soggetto totalmente controllato, che può essere indotto a commettere qualsiasi crimine, compresi l’omicidio e il suicidio. Secondo Klein sarebbe possibile creare un soggetto ipno-pazzoide in soli tre mesi.

Queste conoscenze sono state elaborate per produrre risultati concreti nei progetti di dominio americani. Ciò significa che anche oggi vengono utilizzate queste tecniche (o ne vengono elaborate di nuove) per provocare divisioni, guerre civili, violenze e attentati terroristici, allo scopo di imporre il proprio potere.
Nel 1995, in seguito alle denunce e alle richieste di risarcimento avanzate da numerose vittime di esperimenti sul controllo mentale promossi dal governo americano, l’allora presidente Bill Clinton dichiarò che gli esperimenti erano cessati, ma ciò risultò essere falso. Esistono numerosi dossier che provano l’esistenza di esperimenti recenti sul controllo mentale da parte delle autorità americane.[5]

Gli esperimenti più recenti sono fatti su pazienti psichiatrici, carcerati, disabili e su soggetti arbitrariamente sequestrati. Alcuni metodi più recenti di controllo mentale sono di tipo tecnologico, ad esempio, attraverso piccoli chip neuronali, che recepiscono segnali elettronici e li inviano al computer che li traduce.[6]
Anche due italiani, il colonnello della Guardia di Finanza comandante del gruppo anticrimine e tecnologico, Umberto Rapetto e il giornalista Roberto Di Nunzio,[7] sostengono l’esistenza di metodi sofisticati di controllo mentale di individui e di interi gruppi sociali. Nel loro libro dal titolo Le nuove guerre, spiegano le varie tecniche e strategie che mirano al controllo mentale e alla manipolazione dell’opinione pubblica, anche attraverso l’uso di sostanze farmaceutiche e dei mass media.

Gli iracheni si sono tragicamente resi conto che mentre prima dell’occupazione americana i vari gruppi religiosi vivevano in armonia fra loro, dopo l’occupazione si sono verificati una serie di eventi che hanno seminato odio e divisioni. Racconta lo studioso Ghali Hassan, dell’Università di Perth (Australia):

E’ ampiamente documentato: i pretesti per la guerra e l’occupazione erano basati su informazioni false. Per questo motivo gli USA ed i loro “alleati” si trovano nella condizione, attraverso la disinformazione da parte dei media, di dover non solo legittimare l’occupazione, ma anche creare nuove false ragioni per il mantenimento di una presenza militare continuata degli USA.

Il pretesto più ricorrente nei mezzi d’informazione è che le forze USA sono state invitate a rimanere in Iraq per prevenire la guerra civile e “mantenere la stabilità”. Ma, come per le armi di distruzione di massa, non esiste evidenza alcuna che avvalori tali menzogne diffuse dagli USA.

In Iraq esiste una struttura di governo disegnata dagli USA, dove nessuno dispone di una maggioranza che gli permetta effettivamente di governare. Il “governo”, installato dagli USA, non ha alcuna forza ed è retto dagli stessi gruppi di esiliati che fecero pressione per l’invasione ed occupazione dell’Iraq. Gli USA stanno aizzando gli iracheni tra di loro, creando un clima di paura. A questo proposito, la creazione, il finanziamento e l’armamento di “milizie etniche” e squadroni della morte da parte degli USA, sono pensati per creare divisioni etniche e provocare violenza settaria tra gli iracheni.[8]

Secondo Hassan, gli Usa sovvenzionano i gruppi fondamentalisti islamici per creare divisioni e scatenare la guerra civile. Questi gruppi operano con metodi terroristici, organizzando massacri contro le comunità religiose, distruggendo luoghi sacri e facendo in modo che le responsabilità ricadano sui gruppi avversi. La vera resistenza irachena non uccide civili né ha interesse a creare un clima di odio e di violenza, come invece conviene all’aggressore.
In Iraq, Afghanistan e in molti altri paesi del mondo in cui le autorità americane vogliono imporre il proprio potere avvengono episodi analoghi: violenze e crimini contro i cittadini e tentativi vari di seminare divisioni fra gruppi e fra paesi vicini. Avvengono anche molti attentati terroristici che seminano terrore e avvantaggiano soltanto gli occupanti.

[1] Il manifesto, 25 novembre 2006.
[2] Sgrena Giuliana, Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005, p. 94.
[3] Rees John Rawlings, The shaping of shaping of psichiatry by war, W. W. Norton & Co., New York 1945.
[4] Greene Carol, Mirder aus der Retorte: Der Fall Charles Manson (Omicidi di Laboratorio: il caso Charles Manson), Böttiger, Wiesbaden-Nordenstadt 1992.
[5] A.R.E.S. http://www.ares2000.net, http://www.aisjca-mft.org
[6] Costa Marco, Psicologia militare, Franco Angeli, Milano 2003.
[7] Rapetto Umberto, Di Nunzio Roberto, Le nuove guerre, Dalla Cyberwar ai Black Bloc, dal sabotaggio mediatico a Bin Laden, Rizzoli, Milano 2001.
[8] Uruknet, 15 giugno 2005, http://www.rebelion.org

index.html

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