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L’ACQUA COME IL PETROLIO?

Posted by mrdrago88 su 25 gennaio 2010

Nelle zone più aride la questione idrica è sempre servita ad alimentare la propaganda di regimi nazionalisti – si pensi alla retorica che circonda la costruzione di una grande diga, e ai nomi che le vengono dati: Saddam, Ataturk, Nasser. Così l’acqua si è trasformata, di volta in volta, in obiettivo strategico da colpire per indebolire l’avversario, in uno strumento di ricatto che serviva a garantire la supremazia regionale. Con l’attuazione del progetto Gap, che prevede la realizzazione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche, la Turchia ha due obiettivi: ribadire la sua supremazia rispetto a Siria e Iraq – anche quelli alle prese con progetti idraulici altrettanto imponenti – e controllare militarmente (con la scusa di proteggere i cantieri dagli attentati) i territori dell’Anatolia sudorientale, che da sempre sono roccaforte dei curdi.
Il caso turco, così come quello israeliano, dimostra come le “guerre per l’acqua” possano essere la conseguenza più che la causa delle tensioni internazionali, e rivela la pericolosità delle logiche dell’idropolitica. Una politica di potenza basata sul ricatto idrico, e sulle difficoltà di approvvigionamento degli avversari, non è certo la strada migliore per risolvere la penuria d’acqua: al contrario, tende a “mantenere” la scarsità per poter far valere i propri meccanismi. E’ chiaro che, in questo contesto, la proposta di considerare l’acqua come bene economico raro, assegnandole un prezzo di mercato che ne rifletta la scarsità, non favorisce la pace e la cooperazione, come sostengono i suoi fautori, ma porta dritti alla petrolizzazione dell’acqua. La soluzione ai problemi legati alla scarsità idrica in molti casi non si trova nell’acqua, o in costose e discutibili soluzioni tecniche, ma passa per la volontà politica dei dirigenti. Che vuol dire avviare una seria cooperazione a livello regionale e internazionale

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