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La distruzione dell’Afghanistan

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

di Antonella Randazzo

Da molti anni le autorità anglo-americane si accaniscono in maniera crudele e spietata contro l’Afghanistan. Già nel 1919, gli inglesi fecero guerra all’Afghanistan per poter continuare ad imporre il proprio dominio. Quell’anno la resistenza afgana, guidata da Amanullah Khan, riuscì a prevalere e a rendere il paese indipendente. Iniziò una fase di riforme e cambiamenti. Furono realizzati sistemi d’irrigazione, costruite nuove strade e scuole, e venne abolito l’obbligo di portare il velo. Per molti anni gli inglesi e gli americani cercarono di imporre un controllo indiretto, finanziando governi conservatori. Negli anni Settanta diventò più difficile controllare l’Afghanistan perché il paese tendeva a laicizzarsi e a realizzare una maggiore libertà e indipendenza. Invano le autorità statunitensi foraggiavano bande di estremisti religiosi, che avevano il compito di opporsi alle riforme.  

Una svolta importante si ebbe nel 1978, quando il Partito Democratico del Popolo afghano (PDPA) iniziò la “rivoluzione d’aprile” e fondò la Repubblica Democratica dell’Afghanistan, sotto la guida di Nur Muhammad Taraki.
Gli Usa cercarono di far credere che il nuovo governo era un governo fantoccio dell’Urss, per poterlo abbattere. Ma ciò non era vero, come spiegarono il New York Times e il Washington Post, che riferirono che il nuovo governo era sostenuto dalla maggioranza degli afgani, e che “la lealtà degli afgani verso il governo è fuor di dubbio”.[1]
Il governo di Taraki attuò riforme sociali importanti: iniziò una campagna per l’alfabetizzazione e introdusse l’assistenza medica gratuita per tutti. Inoltre, abolì il potere feudale nelle campagne, introdusse la libertà di religione e l’uguaglianza fra uomini e donne. Parecchie persone beneficiarono di questi cambiamenti, ad esempio, Saira Noorani racconta:

Ogni ragazza poteva andare alle scuole superiori e all’università. Potevamo andare dove volevamo e vestirci come ci pareva… Potevamo frequentare i caffè, e il venerdì andavamo al cinema a vedere gli ultimi film indiani e ascoltare gli ultimi successi della musica hindi… Tutto è cominciato ad andare storto quando i mujaheddin hanno iniziato a vincere… Uccidevano gli insegnanti e bruciavano le scuole… Eravamo terrorizzate. Era comico e nel contempo triste pensare che quelle erano le persone che erano state sostenute dall’Occidente.[2]

Il governo afgano veniva continuamente minacciato dagli Usa, e per questo chiese all’Urss di essere aiutato militarmente. Le autorità americane volevano intervenire prima possibile per abbattere il legittimo governo afgano. Anni dopo, lo stesso Zbigniew Brzezinski[3],  Consigliere per la Sicurezza Nazionale , confessò a Le Nouvel Observateur del 15 gennaio del 1998, che gli Usa avevano attuato in Afghanistan una serie di operazioni di sostegno dei mujaheddin, per alzare le probabilità di un intervento russo:

Secondo la versione ufficiale della faccenda, gli aiuti ai mujaheddin da parte della Cia sono cominciati durante il 1980, ovvero, dopo che l’armata rossa aveva cominciato l’invasione dell’Afghanistan il 24 Dicembre 1979. La realtà, rimasta fino ad oggi strettamente celata, è completamente diversa: è stato il 3 luglio 1979 che il presidente Carter ha firmato la prima direttiva per aiutare segretamente gli oppositori del regime filo sovietico di Kabul.

Quello stesso giorno ho scritto una nota al presidente nella quale si spiegava che a mio parere quell’aiuto avrebbe determinato un intervento armato dell’unione sovietica in Afghanistan.

(…) Non abbiamo spinto i russi ad intervenire, ma abbiamo consapevolmente aumentato le probabilità di un loro intervento… Il ruolo fondamentale è svolto dai servizi segreti pakistani (ISI) che ricevono intelligence e finanziamenti da USA e Arabia Saudita ( sono questi gli anni dell’alleanza economica tra la famiglia Bush e la famiglia saudita dei bin Laden, al cui proposito torneremo in seguito). L’ISI gestisce autonomamente i fondi americani e la guerra contro la Russia non viene presentata al popolo afgano e ai volontari stranieri (che d’ora in poi chiameremo arabi-afgani) come una guerra pro-America, ma come una jihad islamica contro gli infedeli comunisti. I pochi ufficiali, che in realtà erano a conoscenza del vero ruolo americano, lo hanno silenziosamente accettato, pur di abbattere l’allora principale nemico russo.[4]

A partire dal luglio del 1979, la Cia iniziò ad organizzare l’esercito dei mujaheddin, per poter fare una grande guerra per procura, sul modello di quella organizzata nel Laos negli anni Sessanta e Settanta.
La Cia preparò manuali operativi su cui si dovevano basare le nuove tecniche di arruolamento. Occorrevano ferventi predicatori, che convincessero molti giovani che Dio stesso li stava chiamando a combattere contro gli “invasori” russi. La paga era misera, all’incirca 10-20 dollari al mese, ma il premio ultraterreno oltremodo generoso: il paradiso. In un misto di inganno, mistificazione e licenza di commettere crimini, vennero addestrati centinaia di migliaia di combattenti per la jihad americana.

I capi mujaheddin erano fanatici, spietati e sanguinari, e ricevevano grosse somme dalla Cia per arruolare e addestrare. Uno di loro, Gulbuddin Hekmatyar, nel 1986, venne invitato a Londra, e in quell’occasione il Primo ministro inglese Margareth Thatcher lo definì “combattente per la libertà”.[5]
Gli Usa si valsero del governo pakistano e dei suoi servizi segreti (Isi), organizzati dalla Cia, per addestrare 100.000 militanti islamici, fra il 1982 e il 1992. Crearono i combattenti mujaheddin, che utilizzarono in numerose guerre. Grazie ad infiltrati e ai servizi segreti, scatenarono un conflitto fra i diversi gruppi afgani e formarono gruppi di mercenari combattenti affinché mettessero in difficoltà il governo afgano. Robert Gates, direttore della Cia in quel periodo, nel suo libro From the Shadows, parlò delle operazioni segrete degli Usa in Afghanistan nel 1979. La Cia non si limitò a destabilizzare, ma pagò milioni di dollari affinché fosse rafforzato l’estremismo. Le autorità americane fecero pubblicare e diffondere nelle scuole molti libri che inneggiavano all’odio contro l’Occidente. A questo proposito, così scrisse il Washington Post del 23 marzo 2002:

Questi manuali zeppi di riferimenti al Jihad e di immagini di fucili, proiettili, soldati e mine sono alla base del programma scolastico nazionale. Anche i talebani hanno usato i libri pubblicati con i soldi americani (…). (libri che ) Hanno fomentato la violenza in un’intera generazione.[6]

Il fanatismo e la violenza fomentati dagli Usa scatenarono in Afghanistan, negli anni Novanta, una guerra civile. I Talebani, nel 1994 divennero la formazione politico-militare più forte, e alla fine degli anni Novanta sottomisero il paese all’estremismo religioso più violento e disumano.  Nel 1996 si impadronirono di Kabul grazie all’aiuto della società petrolifera americana Unocal (Union Oil of California), della Cia e dei servizi segreti pakistani. Dal gennaio del 1980, gli Usa sostennero economicamente e militarmente il Pakistan, allo scopo di bloccare l’avanzata dell’Urss in Afghanistan. Nel 1987 gli Usa avevano dato alla guerriglia circa 65000 tonnellate di armi e aiuti economici fino a 470 milioni di dollari. L’Isi assunse ben 150.000 persone, grazie ai dollari americani, e costruì un’organizzazione segreta efficiente e potente, che finanziava cellule di al Qaeda ovunque. Nel 1989 le truppe sovietiche furono costrette al ritiro. Questa sconfitta contribuirà alla futura dissoluzione dell’Urss, che era uno degli obiettivi dell’élite americana.

Il mondo assistette ignaro ai cambiamenti drammatici in atto in Afghanistan: nel 1993 era ormai un paese distrutto. Sarà diviso in diverse zone di influenza. Il Pakistan, grande produttore di oppio, voleva incrementare la produzione e il controllo di questa droga, e creò in Afghanistan grandi piantagioni di oppio. La Cia approvò pienamente il progetto e l’Afghanistan diventò uno dei maggiori produttori di oppio.[7]
Dal 1994 al 1998 il sostegno Usa ai Talebani fu totale, e in cambio chiedevano la tutela dei loro interessi strategici ed economici in quell’area. Dal 1999 al 2000 il sostegno non era più totale, perché i Talebani non obbedivano ciecamente a Washington e non riuscivano a sottomettere la popolazione.
La Unocal voleva realizzare un oleodotto che arrivasse fino al Pakistan, passando attraverso il Turkmenistan e l’Afghanistan. Nell’estate del 1998 iniziò la costruzione, ma già nell’agosto i lavori si interruppero e la Unocal uscì dal Centgas, il consorzio creato per la costruzione delle condutture. Il progetto fallì per diversi motivi, soprattutto per la difficoltà a mantenere la sicurezza. Il Business Recorder del 24 marzo del 2000 scrisse:

Secondo quanto confidato al nostro giornale da fonti attendibili, la società americana (Unocal) starebbe trattando con le autorità locali perché venga garantita la sicurezza del suo personale impegnato sul suolo afgano. Un’operazione curiosa, quella dell’azienda, dato che l’Afghanistan, considerato un fiancheggiatore del terrorismo, è oggetto di pesanti sanzioni da parte delle Nazioni Unite.

I rapporti fra gli Usa e i Talebani diventarono a dir poco ambigui e strani.  La Enron stabilì stretti legami con i Talebani per realizzare un oleodotto. Il paradosso fu che mentre Clinton bombardava l’Afghanistan, come presunto covo di bin Laden, la Enron foraggiava i talebani. Ufficialmente, già nel 1996, Osama bin Laden aveva trovato rifugio in Afghanistan e nell’agosto aveva iniziato la cosiddetta “guerra all’America”. Nel novembre di quell’anno si ebbe un attentato terroristico in Arabia Saudita, che fece diciannove morti. Anche gli attentati del 23 febbraio del 1993 contro il World Trade Center, che uccisero 6 persone e ne ferirono più di 300, e del 1995 a Riad, furono collegati alla rete di bin Laden, ma come nulla fosse la Unocal e la Enron facevano affari con i Talebani. Nel 2000 si hanno prove di sostegno ai Talebani tramite l’Isi. Quindi, gli Usa, mentre ufficialmente criminalizzavano i Talebani, di nascosto li finanziavano e facevano affari con loro. I media parlavano di una rottura fra i Talebani e gli Usa, e di una conseguente “guerra terroristica” iniziata dai Talebani delusi dagli Usa.

Le autorità statunitensi iniziarono nel 2000 ad attuare misure contro l’Afghanistan. Il Toronto Sun scriveva il 4 dicembre del 2000: “Gli Stati Uniti misero in atto, contro l’Afghanistan devastato dalla guerra un embargo punitivo stile Iraq, in un momento in cui buona parte dei diciotto milioni di abitanti del paese era senza tetto e stava morendo di fame”.[8]
L’embargo e le operazioni militari degli Usa avevano lo scopo di distruggere e piegare il paese, in modo tale da poterlo controllare. L’embargo colpiva la gente comune, e non i Talebani. Morirono almeno tre milioni di persone, di cui moltissimi erano bambini. In Afghanistan gli americani stavano praticando gli stessi metodi di sterminio dei civili praticati in Vietnam, in Cambogia, in Iraq e in molti altri paesi. Non c’erano prove certe che i Talebani fossero in contrasto con le volontà americane. Nel luglio del 2001 Christina Rocca, vicesegretario di Stato americano per l’Asia meridionale, annunciò che quarantatré milioni di dollari sarebbero stati dati ai Talebani. La motivazione era quella degli aiuti umanitari, ma i Talebani non erano tenuti a dare un rendiconto di cosa avrebbero fatto con tale somma.

Nei giorni successivi all’11 settembre, Bush si prodigò a dimostrare che i Talebani erano nemici, arrivando addirittura a parlare di un’operazione per abbattere il regime talebano. Il piano, che era stato delineato nella “Direttiva presidenziale per la sicurezza nazionale”,  sosteneva interventi militari, diplomatici e di intelligence per lottare contro al Qaeda. In realtà si trattava di un’invasione progettata già dal 1997.[9] 
Dopo l’11 settembre Bush si sentiva di avere mano libera per agire ovunque. Il 7 ottobre del 2001 gli Usa iniziarono a bombardare l’Afghanistan, uccidendo migliaia di persone inermi e costringendo altre migliaia di persone a morire di fame a causa della difficoltà ad avere gli aiuti umanitari su cui si basava la loro esistenza. Dal 7 ottobre e il 10 dicembre morirono, sotto le bombe americane, 3.767 civili, in media 62 morti innocenti al giorno.[10]

Successivamente l’Onu, con la risoluzione n. 1368 ha legittimato la guerra, e dall’agosto del 2003 è intervenuta la Nato.
L’intervento bellico del 2001 si concluse due mesi dopo, con la caduta dei Talebani. Gli Usa volevano ripristinare la produzione di droga, che era precipitata in seguito agli accordi che i Talebani avevano stipulato con l’Onu nel 2000. L ‘Onu aveva imposto il divieto di coltivazione del papavero. Con la vittoria degli Usa la produzione di droga, dall’1,4% (2001) della produzione mondiale, salì al 78% (2003).  Raggiunse quasi i livelli record del 1999 (79%). Gli Usa misero al governo Hamid Karzai, un ex agente della Cia, che aveva lavorato in Afghanistan nel periodo in cui la Unocal stava trattando con i Talebani per la costruzione dell’oleodotto.

Anche oggi i rapporti fra le autorità americane e Talebani sono a dir poco inquietanti. I mass media creano sempre più confusione sulla situazione afgana, per nascondere la verità. Alcune fonti[11] sostengono che i Talebani traggono profitti dai raccolti di oppio, mentre altre fonti[12] sostengono che è la Cia a coordinare la produzione e lo smercio internazionale dell’eroina. Il commercio di droga è terzo per la quantità di profitti (dopo il petrolio e la vendita di armi). E’ un settore di massima importanza per la criminalità organizzata e per i servizi segreti americani. La Cia finanzia le sue numerose guerre per procura anche grazie ai proventi di questo traffico, e accresce il suo potere finanziario con investimenti nelle numerose banche compiacenti. Alla luce di questo si comprende che l’economia della droga ha dei padroni molto potenti, che basano il loro potere sulla supremazia militare mondiale e sul lavoro dell’intelligence. E’ facile capire che non si tratta dei Talebani.  

Gli stessi americani sostengono che i Talebani si autofinanziano grazie al traffico di droga. Ma il traffico di oppio, in Afghanistan, è controllato dai Signori della guerra, che sono a loro volta controllati dal governo Karzai (che è controllato dalla Cia). Poco tempo fa emerse una lista di nomi dei Signori della guerra che controllano il traffico di droga. La lista venne immediatamente insabbiata perché c’era anche il nome del fratello di Karzai.

Siamo proprio sicuri che siano un gruppo di Talebani i nemici da combattere? Dai fatti non si direbbe. Attraverso l’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale (Usaid), le autorità americane finanziano gruppi di estremisti islamici, che operano, oltre che in Afghanistan, anche in Egitto e in Pakistan. Ufficialmente l’Usaid sarebbe un’organizzazione benefica, ma sono emerse numerose prove e testimonianze dell’aiuto finanziario che fornisce ai Talebani. In diversi casi è emerso che i Talebani sono stati protetti dai servizi segreti statunitensi. Il comandante delle truppe Isaf, il britannico David Richards, che aveva individuato una strategia per isolare i Talebani dalla popolazione, nel febbraio scorso è stato immediatamente sostituito con il generale americano Dan McNeil.

I Talebani sarebbero riforniti ed equipaggiati sul territorio pakistano, come avveniva al tempo della guerra contro l’Urss,  e sarebbero persino aiutati dal governo di Islamabad, con 2.500 esperti combattenti. Ma il governo pakistano è controllato, attraverso l’Isi dalla Cia. Ufficialmente, il governo di Pervez Musharraf è al fianco di Bush e contro i Talebani, ma in segreto aiuta ad armare e addestrare i terroristi, controllato dalla Cia, com’è sempre avvenuto.
I Signori della guerra non sono altro che l’85% dei parlamentari afgani, eletti con brogli, intimidazioni e irregolarità di vario genere. Le stesse persone, che siedono in Parlamento o che lavorano per il governo, si occupano del traffico di oppio. I Signori della guerra, nel periodo fra il 1992 e il 1996, hanno massacrato decine di migliaia di civili. Soltanto a Kabul vennero massacrati 65mila civili. Nessuno ha pagato per quei crimini, e molti responsabili oggi siedono in parlamento o governano. Questa situazione è stata denunciata anche dalla parlamentare Malalai Joya, che per questo è stata minacciata di morte. 

Nel 2006 sono state prodotte 6.100 tonnellate di oppio. Le coltivazioni interessano almeno 164.700 ettari e permettono di produrre il 90% del fabbisogno mondiale.
Prima che arrivasse la Cia , in Afghanistan e in Pakistan non esisteva la produzione di eroina, ma soltanto una modesta produzione di oppio. Dopo l’intervento americano i due paesi divennero i maggiori esportatori di oppio e di eroina.
Le morti per eroina negli Usa, negli anni Novanta, aumentarono del 100%, e in Pakistan, dove prima della guerra c’erano pochissimi tossicodipendenti, dopo la guerra diventarono 1,7 milioni. In un rapporto del Drug Control Program delle Nazioni Unite (Unidcp), pubblicato nel 2001, viene tradotto in cifre l’aumento notevole della produzione di oppio in Afghanistan: nel 1980 ne veniva prodotto appena il 5% della produzione mondiale, mentre nel 1990 se ne produceva il 70%. La società e l’economia afghana vennero devastate dalla massiccia militarizzazione e dalla cultura della droga, che ormai aveva assorbito gran parte delle coltivazioni.

La Costituzione afgana è stata redatta dagli occupanti, e presenta paradossali ambiguità: in teoria riconosce i diritti umani, politici e civili e la parità tra uomini e donne, ma in realtà non impedisce la pena di morte, la lapidazione e i “reati” religiosi. 
Nel 2006 i media si occuparono in modo serrato del caso di Abdul Rahman, condannato a morte perché si era convertito al cristianesimo. Ma nessuno diceva che ciò era legale perché previsto dalle leggi afgane, che sono state elaborate dagli americani e scritte dapprima in inglese. Le leggi imposte all’Afghanistan dalle autorità americane prevedono la pena di morte per chi rinnega la religione islamica. Ciò significa che il sistema di oppressione dell’estremismo religioso islamico è stato imposto agli afgani dagli occupanti per meglio controllare e vessare la popolazione. Hanno utilizzato la religione per opprimere il popolo, in modo tale che fosse più facile sottometterlo. In Occidente, invece, passa il messaggio errato che queste tradizioni siano volute dal paese, come se tutti i cittadini afgani fossero felici che la loro libertà venga limitata da una religione oppressiva. E come se il processo di laicizzazione non fosse stato bloccato dagli occupanti anglo-americani.

I fondamentalisti religiosi, grazie alle autorità americane, hanno acquisito un potere enorme. Essi impongono la legge coranica in modo fanatico, e  così aiutano gli Usa ad opprimere i cittadini. 
I nostri soldati si trovano a sostenere una guerra d’occupazione, con tutte le caratteristiche di una guerra coloniale, e infrangono l’articolo 11 della nostra Costituzione, che non ammette “missioni” di guerra. In Afghanistan sono stati portati diversi velivoli da combattimento italiani, che saranno utilizzati dalle nostre truppe contro la resistenza armata afgana. Le autorità italiane hanno diffuso una motivazione del tutto risibile: gli aerei da combattimento serviranno, secondo la versione ufficiale, per “fotografare i papaveri da oppio”. Le nostre autorità militari e politiche si ostinano a farci credere che la missione Isaf è di “pace” e che i soldati possono combattere soltanto in risposta alle aggressioni. Ma in un paese occupato che cerca di liberarsi, le truppe d’appoggio all’occupante sono truppe di pace o di guerra?

Nel settembre del 2006 gli italiani parteciparono all’offensiva chiamata operazione ‘Wyconda Pincer’, che per sbaglio venne resa nota, facendo capire a tutti che le truppe Isaf non sono “truppe di pace”. I combattimenti sono contro la resistenza afgana, che vuole liberare il paese dall’occupazione occidentale. Probabilmente, i Talebani servono a terrorizzare la popolazione e a permettere di propagandare la guerra come “missione contro il terrorismo”. 
Il “terrorismo” è un modo per giustificare la militarizzazione e la guerra da parte delle truppe occidentali. Come spiega lo storico Frank Furedi: “terroristi diventano tutte le persone straniere che non piacciono. Inoltre il terrorismo viene ridefinito come metafora multiuso ogni qualvolta il Terzo Mondo richieda un’azione concorde dell’Occidente”.[13]

Le autorità anglo-americane non ritengono possibile lasciare l’Afghanistan libero perché si tratta di un’area geostrategicamente importante, e perché occorre controllare la produzione di oppio. Le autorità occidentali vogliono apparire, attraverso i media, come benefattori. Non hanno il coraggio di dire che la missione Isaf è una missione di guerra. Una guerra contro un popolo, che prevede combattimenti feroci e l’uccisione di civili inermi. Oggi esistono numerosi filmati che testimoniano questo. Anche i rapporti delle Forze Aeree Usa (Centaf) attestano che la missione Isaf è una missione di guerra. Ad esempio, uno di questi rapporti dice:

4 ottobre (2006), 35 sortite. Un bombardiere Usa B- 1 ha sganciato bombe Gbu-38 da 227 chili nella provincia di Uruzgan nel corso di una battaglia tra truppe Isaf e talebani.

Caccia britannici Harrier hanno bombardato la zona di Samangan con bombe bombe Gbu-38 e missili.

Gli stessi aerei hanno poi sganciato bombe Gbu-16 “Paveway II” da 454 chili e lanciato missili nel distretto di Garmsir (Helmand).

Missioni di supporto aereo alle truppe Isaf impegnate in combattimenti a Nawzad (Helmand) e a Sado Kala (Ghazni).[14]

Le forze Nato spacciano i morti civili per Talebani. PeaceReporter ha documentato che alcuni fucili sono stati messi addosso ai morti per poterli spacciare per Talebani:

L’aviazione bombarda i villaggi in cui si pensa vi siano dei Talebani. Vengono sganciati ordigni da 500 libbre , che non distinguono certo tra combattenti e civili. Dopo il raid aereo, intervengono sul posto le forze speciali per verificare il risultato dell’attacco e fare rapporto al comando… Queste pattuglie si portano sempre dietro una bella scorta di kalashnikov sequestrati in altre occasioni e li depongono accanto ai civili. Scattano una bella foto ed ecco che quei morti, nel rapporto, diventano talebani. Il sistema lo hanno inventato gli statunitensi, stanchi di vedersi messi sotto accusa per i “danni collaterali”: con queste messe in scena e con le prove fotografiche sanno di poterla fare franca di fronte a chiunque li accusi. Ma adesso hanno imparato a fare lo stesso anche i britannici e i canadesi. Tale pratica si sta però rivelando strategicamente controproducente, perché la popolazione locale, che in passato non appoggiava minimamente i talebani, preferisce andare a combattere con loro per vendetta o semplicemente perché, se vengono ammazzati lo stesso, tanto vale morire in battaglia… “Uccisi 50 talebani qui, 90 Talebani là”, in realtà si tratta sempre di civili spacciati per talebani con il giochino dei fucili buttati vicino ai cadaveri… La Nato bombarda senza sosta, di giorno e di notte… Sparano su tutti, senza stare a guardare se sono civili o Talebani.[15]

In Afghanistan vengono utilizzate anche truppe mercenarie. Sarebbero almeno 25.000, e possono agire al di sopra delle leggi civili e militari. Le agenzie che si occupano di mandare queste truppe sono di proprietà delle grandi corporation come la DynCorp, la Kellog, la Blackwater, Brown and Root ecc. Queste truppe “speciali” forniscono anche protezione al presidente Karzai, e sono dotate di armamenti altamente tecnologici. Amnesty International, in un rapporto del maggio 2006, ha denunciato numerosi casi di tortura e di violenza sessuale commessi dalle truppe mercenarie.

In Afghanistan esiste un giro di cacciatori di taglie. Le autorità americane hanno posto taglie per catturare i nemici delle loro liste nere, come nel Far West. Le taglie vanno dai 25 milioni di dollari ai 5 milioni di dollari, a seconda dell’importanza data al personaggio. 
L’Italia spende per l’Afghanistan almeno 300 milioni di euro l’anno (in tutte le missioni estere spende 600 milioni). I soldati italiani in Afghanistan sono 1850,  armati di tutto punto. 
Nel luglio del 2006, le truppe Isaf hanno esteso notevolmente il loro originario mandato di “operazioni di grande polizia”, e oggi sono impegnate in duri combattimenti nelle province meridionali dell’Afghanistan.
Gli Usa attuano anche operazioni mirate, come racconta Gino Strada:

I comandi USA, basandosi sui racconti delle loro spie, indicano di volta in volta chi ammazzare, mandando truppe, o qualche aereo a bombardare. E fare a pezzi esseri umani si chiama ora – nel sito ufficiale del Ministero della Difesa italiano – “bonifica del territorio”. Nessun commento. All’operazione, come ci informa lo stesso sito, “contribuiscono 70 Paesi dei quali 27, tra cui l’Italia, hanno offerto “pacchetti di forze” da impiegare, per la condotta dell’operazione militare vera e propria”. Inequivocabile. E allora come mai i politici dell’attuale maggioranza continuano a intorpidire le acque? Hanno forse paura di essere considerati “guerrafondai”? … Alcune idee si sono fatte largo e sono finite dentro la coscienza di molti, nella loro etica, nel modo di concepire i rapporti tra esseri umani. Una di queste idee è che non esista più giustificazione alcuna per la guerra. Né etica, né storica, né politica. Per quel movimento di coscienze, nessuna guerra sarà “mai più” accettabile né negoziabile.[16]

Il numero dei morti nelle numerose operazioni belliche della Nato viene omesso, e il nemico viene genericamente chiamato “Talebano”, che in Occidente è sinonimo di “terrorista”.
Il termine “terrorismo” non è ancora stato definito chiaramente nella legislazione americana, né in quella europea. Le autorità europee e americane menzionano spessissimo il termine “lotta al terrorismo”, senza darne una definizione chiara e univoca. Il rimanere nel vago permette la mancata distinzione fra terrorismo e proteste dei civili contro governi ingiusti o contro l’occupazione straniera. La distinzione sarebbe di importanza notevole per la tutela dei diritti umani.

Nel Patriot Act, approvato il 24 ottobre del 2001, il concetto di “terrorismo interno” è talmente vago che è possibile farvi rientrare tutti i reati non a scopo di lucro in cui si sia fatto uso di “armi o dispositivi pericolosi” che “appaiono tesi a influenzare la politica di un governo con l’intimidazione o con la coercizione, (o) mettano in pericolo la vita umana in violazione del diritto penale”. Una definizione così vaga permette di avere un campo d’azione assai ampio, violando i diritti umani.
Per quanto riguarda i rapimenti, in Afghanistan, come in Iraq, i rapimenti avverrebbero da parte della comune criminalità a scopo di estorsione, oppure da parte degli anglo-americani, per fare in modo che la resistenza venga criminalizzata. Non si tratta, come nel caso della Nigeria, di rapimenti attuati da parte della resistenza per attrarre l’attenzione dei media sulla situazione locale, perché l’Iraq e l’Afghanistan sono già presenti all’attenzione dell’opinione pubblica molto di più che non l’Africa.

Gli anglo-americani, attuando rapimenti di giornalisti o occidentali, attraverso manodopera locale, otterrebbero diversi vantaggi: far capire agli occidentali che chi avversa il potere degli occupanti agisce da criminale terrorista, e intimidire i giornalisti occidentali, in modo da tenerli lontani da alcune zone, per scongiurare il pericolo che possano emergere fatti sconcertanti, come omicidi mirati di civili, o torture contro semplici cittadini. Inoltre, attraverso i rapimenti, l’attenzione viene dirottata sui presunti crimini dei Talebani così da far passare sotto silenzio i numerosi e quotidiani crimini della Nato. Ciò è avvenuto anche in Iraq. Ad esempio, poco tempo prima delle operazioni che avrebbero distrutto Falluja, avvennero diversi rapimenti di giornalisti che erano diretti in quella città. Farli rapire ha significato accrescere i sentimenti negativi contro la resistenza, e ha evitato che quei giornalisti vedessero la distruttività con cui gli americani si accanirono contro la città di Falluja, utilizzando anche terribili armi chimiche, che decimarono la popolazione mentre si trovava in preghiera nelle proprie case.

Il 4 marzo, gli americani spararono sulla folla che protestava, uccidendo almeno 16 afgani e ferendone 29. Successivamente, costrinsero i fotoreporter a cancellare le immagini dell’evento. Il giorno successivo, la Nato bombardò Kapisa, distruggendo diverse abitazioni e sterminando un’intera famiglia. Nove persone morirono, di cui due erano bambini e cinque donne. Il rapimento del giornalista Daniele Mastrogiacomo è avvenuto proprio mentre la Nato stava attaccando ferocemente alcune zone del paese, uccidendo numerosi civili. Si trattava della più importante offensiva dal 2001, fatta mentre migliaia di persone protestavano per le stragi di civili ad opera delle truppe americane e gridavano “morte agli americani”. L’operazione, chiamata “Achille”, vedeva in azione ben 4.500 soldati della Nato (in Afghanistan ci sono 33 mila soldati Nato) e mille afgani. L’operazione è stata insabbiata dai media anche grazie alla notizia del rapimento del giornalista italiano. Ad oggi non si conosce il numero delle vittime.

Il giornalista di Repubblica, poco prima del rapimento, era entrato in contatto con alcuni agenti di sicurezza afgani, che gli avevano riferito che era stato assai preoccupante l’attacco kamikaze contro il vicepresidente americano Dick Cheney, dato che “la visita era del tutto segreta e sconosciuta”. Mastrogiacomo aveva notato che c’era un contatto fra le reti di intelligence e i cosiddetti Talebani. 
Il “terrorismo” o l’etichetta di “Talebano” sono molto utili alle autorità americane per nascondere al mondo intero le condizioni pazzesche in cui hanno ridotto alcuni paesi. Ogni tanto qualcuno lascia trapelare qualcosa di vero. Ad esempio, il governatore della provincia pachistana del Belucistan ha confessato: “c’è il rischio che la guerra dei talebani diventi una guerra di tutto il popolo. Non lo si può sterminare tutto.” E’ proprio per questo che l’esercito più potente del mondo, aiutato dai suoi alleati, è ancora lì a combattere dopo oltre cinque anni di guerra, perché il popolo “non lo si può sterminare tutto”.

Per capire chi è il vero nemico indicato dagli Usa è necessario analizzare i fatti. Se questo nemico fosse, come da loro indicato, costituito da un gruppo di criminali, come mai una superpotenza con capacità di controllo abnormi non riesce ad arrestarli? Come mai Dick Cheney , che esalta la potenza americana, sostiene che si potranno avere 50 (cinquanta) anni di lotta al terrorismo? Se si trattasse di una banda di delinquenti, come mai non si utilizzano i metodi investigativi e dell’intelligence di cui gli Usa sono esperti? E’ credibile che una banda di criminali, per giunta descritta come priva di equilibrio psichico, possa sfidare una superpotenza che tiene in scacco il mondo intero?

C’è qualcuno che crede che l’esercito più potente del mondo, con l’appoggio di tutti gli altri paesi della Nato non possa sconfiggere poche migliaia di presunti “Talebani”? Se ciò non accade è perché i nemici degli anglo-americani e della Nato non sono poche migliaia di persone, ma quasi l’intero popolo afgano, che non accetta, come il popolo iracheno, l’occupazione straniera del proprio paese. Anche il diritto internazionale accetta come legittima difesa la sollevazione contro l’oppressore. 
Il “terrorismo” è agire per far paura, per uccidere senza pietà pur di imporre il proprio dominio. La domanda è: in Afghanistan e in Iraq chi sono i terroristi?

Dal 2001 ad oggi, questa assurda guerra in Afghanistan ha causato almeno 50.000 vittime. Dopo l’11 settembre, oltre 500.000 afgani si sono rifugiati  in Iran o in Pakistan. Oggi ci sono almeno 5 milioni di rifugiati afgani. In Afghanistan ci sarebbero 7 mine inesplose per ogni abitante, e ogni mese ne esplodono in media 88, ferendo, mutilando o uccidendo. Per fare in modo che le vittime siano bambini, gli americani hanno fabbricato mine a forma di bambola, di penna stilografica, o con colori simili ai pacchi-viveri che vengono distribuiti dalle organizzazioni di beneficenza. 
La maggior parte del popolo afgano vive in estrema miseria, senza acqua potabile, elettricità, scuole, ospedali, casa e lavoro. La vita media degli afgani è di 44 anni, e soltanto il 29% della popolazione è alfabetizzato. Il salario medio è di 40 dollari, ma gli affitti costano in media 200 dollari al mese e il cibo per una famiglia costa altri 200 dollari. Il 70% della popolazione afgana è sottonutrita. Migliaia di donne, rimaste vedove o senza famiglia, per la disperazione sono entrate nel giro della prostituzione, che è aumentato in seguito all’occupazione americana.

Le autorità occidentali hanno letteralmente distrutto l’Afghanistan, come spiega Mamdani Mahmood: “Su una popolazione iniziale di venti milioni, un milione è morto, un milione e mezzo è stato mutilato, altri cinque milioni sono diventati profughi, praticamente tutti i venti milioni hanno dovuto lasciare la propria casa. Infine, l’Onu ha calcolato che circa un altro milione e mezzo è clinicamente impazzito, mentre il resto della popolazione vive oggi nel paese più minato del mondo“.[17] 
 Attualmente si sta svolgendo una guerra aerea terribile, con oltre 60 “missioni di appoggio ravvicinato a truppe Isaf” al giorno. Il numero dei morti e dei feriti non viene detto, e i nemici vengono sempre definiti in modo vago come “insorti”, “ribelli”, terroristi o Talebani.

Sarebbe ora che si dicesse la verità: il colonialismo occidentale non è mai finito, e da secoli si vale dei metodi più criminali per sottomettere le popolazioni, utilizzando la giustificazione paradossale di difendere la “democrazia” o i “diritti umani”. Le autorità occidentali spacciano i crimini per filantropia. “Pacificare” per loro significa sottomettere al potere occidentale, e per gli afgani ciò equivale ad accettare di vivere in estrema miseria e rimanere sotto occupazione militare, col pericolo continuo di essere uccisi o torturati. Questo spiega perché il popolo afgano preferisce sollevarsi e combattere anziché rassegnarsi.  
Molti occidentali sono convinti che le truppe della Nato garantiscano i diritti umani contro il fanatismo e la crudeltà dei Talebani o dei “terroristi”. Ma dai fatti è evidente che le autorità occidentali non sono affatto disinteressati e motivati dalla difesa dei diritti umani, né in Afghanistan né in altri paesi occupati militarmente dalle truppe dell’Onu o della Nato.

Non si può più negare che esiste una resistenza civile contro l’occupante americano. Questa resistenza è anche pacifica, e si articola attraverso proteste, manifestazioni, associazioni per i diritti umani ecc. Ad esempio, l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne dell’Afghanistan (Rawa)[18] lotta per i diritti delle donne calpestati anche dalla costituzione confessionale stilata dagli americani. 
La guerra in Afghanistan non finirà finché il Paese sarà occupato dagli Usa. La militarizzazione ha lo scopo opposto rispetto a quello propagandato: nega alle popolazioni il diritto all’autodeterminazione e alla libertà. I diritti umani vengono utilizzati come pretesto per attuare le operazioni di guerra più feroci.

Le popolazioni che subiscono le operazioni di peacekeeping non godono degli stessi diritti che abbiamo noi, perché il loro paese è occupato e dominato da forze straniere, che per tenerli sotto controllo le terrorizzano e perpetrano ogni sorta di crimine, in nome dei “diritti umani” e della “missione di pace”.

Autrice del libro: “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA”  

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007) e Dittature. La Storia Occulta (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).

[1] Washington Post, 1 giugno 1979.
[2] Pilger John, I nuovi padroni del mondo, Fandango Libri, Roma 2002, p. 143.
[3] Ahmed Nafeez Mosaddeq, Guerra alla verità. Tutte le menzogne dei governi occidentali e della Commissione “Indipendente” Usa sull’11 settembre e su Al Qaeda, Fazi Editore, Roma 2004, p. 14.
[4] Intervista di Zbigniew Brzezinsky a Le Nouvel Observateur , 15 Gennaio 1998.
[5] Pilger John, I nuovi padroni del mondo, Fandango Libri, Roma 2002, p. 144.
[6] “From US, the ABC’s Of Jihad. Violent Soviet-Era Textbooks Complicate Afghan Education Efforts”, Washington Post, 23 marzo 2002.
[7] L’intervento degli Usa in Afghanistan nel 2001 aveva lo scopo di impedire ai talebani di continuare le loro politiche contro la produzione di droga. Nel 2001 la produzione di oppio era  scesa del 90%, ma in seguito all’intervento americano i contadini ripresero a coltivare papaveri. Nel 2001 vennero prodotti 185 tonnellate di oppiacei, mentre nel 2002, sotto il governo dell’ex agente Cia Hamid Karzai, si ebbero 3400 tonnellate di oppio.
[8] Margolis Eric, “U.S.-Russian Crusade Against Osama Bin Laden”, The Toronto Sun, 4 dicembre 2000, cit. in Ahmed Nafeez Mosaddeq, op. cit. p. 38.
[9] Ahmed Nafeez Mosaddeq, op. cit. p. 41.
[10] La stima è del professore di Economia all’Università del New Hampshire, Marc Herold, sulla base dei rapporti di agenzie umanitarie, di testimoni oculari, dell’Onu, giornalisti e  agenzie internazionali.
[11] http://www.informationguerrilla.org/index.php/tag/afghanistan/
[12] http://www.stopusa.be/scripts/texte.php?section=BY&langue=5&id=22893
[13] Furedi Frank, New ideology of Imperialism, Pluto, Londra, 2004, p.116.
[14] http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=&idart=7306
[15] Il manifesto, 21 settembre 2006.
[16] www.peacereporter.net
[17] Mamdani Mahmood, Musulmani buoni e cattivi. La guerra fredda e l’origine del terrorismo, Laterza, Bari 2005, p. 285.
[18] La Revolutionary Association of Women of Afghanistan (Rawa) venne creata nel 1977 a Kabul da Meena, una donna afghana uccisa nel 1987 in Pakistan. L’associazione lotta per i diritti umani e la giustizia sociale in Afghanistan.

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