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Il Presidio NO DAL MOLIN e le lotte per la pace

Posted by mrdrago88 su 3 gennaio 2010

Di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 28 maggio 2007
Autrice del libro “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA

L’Italia, la Germania, il Giappone, la Repubblica Ceca e i paesi del Sud America sono accomunati dalla forte protesta della popolazione contro la subordinazione al potere degli Stati Uniti, attuata attraverso basi militari, che rappresentano un coacervo di illegalità, distruttività e morte. Già nel febbraio del 2003, i tedeschi avevano protestato per la base di Geilenkirchen, nell’ovest della Germania, dove si stavano svolgendo le operazioni di trasferimento in Turchia di aerei da ricognizione Awacs, per la preparazione dell’aggressione all’Iraq. La protesta fu organizzata dal movimento pacifista cattolico Pax Christi e dall’associazione antimilitarista “Resist the War”, che denunciarono l’uso degli Awacs contro l’Iraq. In quell’occasione, il popolo tedesco si mostrò assai più informato di quello italiano, che non si accorse che dalla base di Camp Darby sarebbero partiti missili contro l’Iraq. 

Nel 2006, emersero informazioni su un piano statunitense per costruire diverse nuove basi militari in Europa, allo scopo di potenziare gli arsenali utili alle guerre attuali e future. Nella Repubblica Ceca si formò un coordinamento di oltre 40 organizzazioni, che attuarono diverse manifestazioni contro la nuova base militare. Ciò spinse gli americani a preparare una campagna mediatica mistificatoria, per convincere i cechi dei presunti vantaggi di una base militare Usa. Il cavallo di battaglia della propaganda americana fu la paura, si cercò di convincere la popolazione a credere nelle presunte minacce da parte dell’Iran e della Corea del Nord. Ma dopo le numerose guerre americane di aggressione, le popolazioni non sono così sciocche da credere che piccoli paesi possano voler sfidare il gigante americano, e sanno assai bene che le basi servono ad altre guerre di aggressione o a portare avanti le guerre già iniziate dalle autorità americane. Oggi tutte le popolazioni europee si aspettano che le 500 bombe nucleari custodite nelle basi Nato in Europa vengano ritirate e che non vengano costruite altre basi militari Usa.
Secondo Chalmers Johnson, le basi militari americane rappresentano il livello di dominio imperiale che le autorità statunitensi hanno raggiunto:

Una volta si poteva seguire l’espansione dell’imperialismo contando le colonie. La versione statunitense delle vecchie colonie sono le basi militari. Seguendo su scala globale i cambiamenti che riguardano le basi possiamo conoscere molto dell’”impronta” imperiale americana e del militarismo che l’accompagna… Nel 2005 le basi militari americane all’estero erano 737. E a causa della presenza militare in Iraq e della strategia della guerra preventiva del presidente George W. Bush, il numero continua ad aumentare… Nel 2005 gli alti comandi militari hanno destinato alle basi all’estero 196.975 uomini in uniforme, accompagnati da altrettanti familiari e funzionari civili del dipartimento della difesa. Inoltre hanno assunto sul posto 81.425 persone. Nel 2005 il personale militare americano dislocato in tutto il mondo, compreso quello in patria, era di 1.840.062 unità, oltre a 473.306 funzionari del dipartimento della difesa e 203.328 dipendenti stranieri. Nelle basi oltreoceano, secondo il Pentagono, c’erano 32.327 baracche, hangar, ospedali e altri edifici di proprietà, mentre quelli in affitto erano più di 16.527. Le dimensioni di questi impianti sono state registrate nell’inventario: 2.781 chilometri quadrati all’estero e 120.675 chilometri quadrati in tutto. È evidente che il Pentagono può considerarsi uno dei più grandi proprietari terrieri del mondo. Questi numeri, benché impressionanti, non tengono conto di tutte le basi effettivamente occupate dagli Stati Uniti… Il rapporto omette anche le basi in Afghanistan, in Iraq (106 guarnigioni nel maggio del 2005), in Israele, in Kirghizistan, in Qatar e in Uzbekistan, anche se dopo l’11 settembre gli Stati Uniti hanno impiantato basi colossali nel Golfo Persico e nell’Asia centrale.[1]

A Vicenza, all’insaputa della popolazione, è stata presa la decisione di costruire una nuova base militare, per accogliere la 173esima brigata aviotrasportata statunitense, che comprende 1800 soldati americani, attualmente in Germania. E’ stato progettato un complesso di 700 mila metri cubi di caserme, impianti militari e logistici; 61 villette a schiera, un albergo, un campo da bowling e un ospedale, che sarà collegato a quello vicentino. La spesa prevista dal Pentagono è di almeno 680 milioni di dollari. Dovrebbe sorgere una vera e propria cittadella autosufficiente, con centri commerciali e palestre, case e una mensa per 1.300 persone. Tutto questo ha lo scopo di agevolare le guerre americane contro i popoli, preparando gli arsenali per nuove guerre di aggressione. 
Il presidente del Consiglio Romano Prodi, il 16 gennaio, da Bucarest annunciò che è “doveroso mantenere gli impegni con gli alleati”, dimenticando che il primo impegno dovrebbe essere quello preso con i cittadini, che si aspettano che egli governi nell’interesse della popolazione, e non per favorire il bellicismo americano.

Il governo Prodi, ignorando completamente la pericolosità e la criminalità delle autorità statunitensi, propaganda di essere un “governo amico” degli Stati Uniti, condannando l’intera popolazione italiana al pericolo di avere sul proprio territorio una massiccia militarizzazione.  La nuova base militare al Dal Molin nasce dall’idea criminale di “guerra preventiva”, ossia per attuare aggressioni contro i popoli del Medio Oriente. Il dissenso degli italiani alle guerre preventive è pressoché totale, e la mobilitazione popolare contro la nuova base militare a Vicenza è emersa in tutta la sua forza alla manifestazione del 17 febbraio scorso. I mass media ufficiali cercarono in tutti i modi di screditare la manifestazione parlando di “pericolo violenze” e mettendo in campo almeno 1300 poliziotti, come si trattasse di un evento sovversivo e violento, da cui dover difendere i cittadini, e non un evento voluto dai cittadini per affermare la propria volontà di pace. In realtà, il dispiegamento delle forze di polizia serve sempre più ad intimidire i cittadini, per scoraggiare ogni dissenso o protesta. Nonostante le intimidazioni del governo, a Vicenza si ebbe un corteo di oltre 150.000 persone.

Il popolo vicentino (come l’intero popolo italiano), è un popolo pacifico, che ama la vita serena e dedita ai valori religiosi e alla famiglia, la sua realtà è ben distante da quella che le autorità statunitensi vorrebbero imporre al mondo intero: un futuro di distruzione e guerra contro chiunque metta in discussione la loro supremazia. Proprio nei giorni delle proteste di Vicenza, le forze militari statunitensi colpivano diverse città irachene, arrestando e torturando civili inermi, ed esponendo i corpi martoriati per terrorizzare la popolazione. Tutto questo orrore risultava del tutto insignificante agli occhi del governo italiano, che attraverso i media, metteva in evidenza le previste violenze dei vicentini, anziché denunciare i veri crimini e i responsabili. Le nostre autorità ci vorrebbero far credere che gli Stati Uniti sono un paese “democratico”, e spacciano la subordinazione coloniale dell’Italia per “amicizia fra popoli”.

Nei giorni del dissenso vicentino, si aprì una campagna mediatica che mostrava i “nuovi terroristi”, ovvero le presunte nuove brigate rosse. La notizia veniva oltremodo amplificata dai telegiornali e dai quotidiani, che mettevano i titoli che denunciavano il terrorismo accanto alle notizie su Vicenza. E’ davvero una strana coincidenza che, proprio quando le manifestazioni di dissenso al governo saltavano alla cronaca, apparivano presunti terroristi, le cui notizie giungevano ad occupare diverse pagine dei giornali. E’ più di un sospetto che le nostre autorità abbiano attuato strategie mediatiche per screditare il dissenso o criminalizzarlo, in modo tale da isolarlo e distruggerlo. Ma l’esperienza della “strategia della tensione” e del G8 di Genova ha insegnato qualcosa agli italiani, che oggi possono comprendere quale sia la vera natura dell’attuale potere politico. Spaventare brandendo il pericolo terrorismo potrebbe risultare ancora più inefficace se si pensa che vengono accusati di terrorismo persino cantanti che criticano il Vaticano, i pacifisti e i no-global. Tentare di associare il legittimo dissenso al terrorismo è patetico, oltre che disonesto, antidemocratico e immorale.

Dopo il sì di Prodi, Vicenza, rimasta sconcertata, si è sollevata gridando “Vergogna, vergogna”‘. Alcuni vicentini hanno bruciato le bandiere dell’Unione e le tessere elettorali. Al sindaco, Enrico Hullweck, venne chiesto di indire un referendum, ma egli si rifiutò perché sapeva benissimo quale sarebbe stato il risultato. 
Non tutti i politici hanno voltato le spalle ai cittadini di Vicenza, Olol Jackson, leader dei Verdi, che si è autosospeso dal suo partito, ha spiegato il suo appoggio alla lotta:

Stiamo lottando solo per difendere la nostra terra, il nostro sogno di pace: la verità è che l’Ulivo intende conquistare voti in Veneto con una politica di destra, come ha fatto col Mose a Venezia… Quello del no al Dal Molin è un movimento trasversale, costituito da cittadini di ideologie diverse, anche opposte. Questa base ci costerà tantissimo sotto il profilo economico, perché il 40 per cento delle spese sarà a carico nostro. Poi sul piano territoriale, per l’esagerata e scriteriata occupazione di suolo e, in piena crisi idrica, dovremo dare metà dell’acqua agli Usa.[2]

Per far accettare la nuova base, sono state dette diverse menzogne, ad esempio, che gli americani porterebbero lavoro e denaro, o che ci sarebbe stato soltanto un modesto ampliamento della base già esistente. Ma i vicentini non sono caduti nei tranelli, e hanno compreso assai bene la pericolosità della situazione. Spiega Gianni Turcato, coordinatore dei Giovani Comunisti: “Fanno sorridere, per non piangere, le dichiarazioni di Prodi sul fatto che quello del Dal Molin è un problema urbanistico. Gli Usa sono casomai un’impresa di demolizione molto efficiente, soprattutto con i loro bombardamenti intelligenti che hanno utilizzato in vari Paesi. Dopo l’11 settembre l’America ha lanciato la sua politica del terrore globale e Vicenza rischia di diventare l’avamposto dove si preparano i conflitti”.[3]

La protesta di Vicenza permette a tutti gli italiani di mettere in discussione l’appoggio diretto o indiretto ad una politica di guerra continua, che serve soltanto al mantenimento dell’assetto di potere attuale. La protesta contro la basi militari è un passo verso la pretesa di un nuovo assetto politico-economico, fondato sul rispetto dei diritti umani e sulla gestione equa e saggia delle risorse dei paesi del mondo. 
Se amiamo davvero la vita, i nostri figli e noi stessi, abbiamo il dovere di rigettare l’ordine mondiale che l’élite anglo-americana ci sta imponendo, e di rifiutare con determinazione la tortura, la violenza, la distruttività e la guerra. Non c’è una via di mezzo: o siamo complici dei crimini perpetrati con le continue guerre di aggressione ai popoli, oppure ci dissociamo e pretendiamo, nei fatti, ciò che ci viene promesso a parole: la democrazia, la pace e la sovranità sul territorio.

Il presidio permanente “No Dal Molin” organizza diverse iniziative culturali e di sensibilizzazione al problema della militarizzazione statunitense. Da qualche mese viene pubblicato il Giornale Dal Molin, che spiega le ragioni della lotta e fornisce una vera informazione su questioni importanti per tutti i cittadini italiani.
Il mancato ascolto dei politici alle giuste istanze sollevate dai vicentini ha prodotto uno scollamento fra l’attuale classe politica e la cittadinanza. E’ stato creato un senso di rigetto del sistema politico attuale, che di fronte ai problemi dimostra come esso non è a servizio dei cittadini, ma un organo di controllo e di potere sui cittadini, servo di un’oligarchia che gestisce indisturbata il potere finanziario ed economico. 
I vicentini hanno mandato una lettera ai parlamentari statunitensi per indurli a non votare per la costruzione della nuova base militare di Vicenza. Fra le altre cose, la lettera diceva: “Vicenza è un’antica città piccola e bella… i suoi cittadini non vogliono la base americana ma possiamo assicurare che non hanno sentimenti antiamericani, essi vogliono soltanto proteggere il patrimonio italiano”.

Per il bene della popolazione mondiale, occorre avversare in modo netto e deciso lo strapotere statunitense, che oggi sta imponendo basi militari ovunque, col pretesto della “lotta al terrorismo”. L’Africa sta subendo crimini e violenze ancora più massicce rispetto al periodo coloniale. Tutto è ormai posto sotto il controllo americano: ufficiali e soldati americani vanno e vengono per l’intero continente, attuando piani di distruzione, assalti e torture contro i popoli africani. L’obiettivo delle autorità statunitensi è che il mondo diventi una grande base militare, e che ovunque i popoli accettino passivamente, impauriti, il loro potere criminale. Continuano ad organizzare eserciti per ogni parte del mondo: per l’Africa c’è l’United States Africa Command (Africom), per l’Europa c’è l’United States European Command (Eucom), nel Caucaso e nei pressi del Mar Nero c’è la Joint Task Force-East, mentre in Afghanistan gli Stati Uniti comandano l’International Security Assistance Force (Isaf). Inoltre, nuove basi stanno sorgendo in molte parti del mondo. In Marocco, a Tan Tan, è stata creata una base americana per controllare il Mediterraneo e il Nord Africa. Il Montenegro, dopo aver proclamato l’indipendenza, il 3 giugno 2006, è stato militarizzato dagli Usa. Dopo aver posto basi in Bosnia e in Kosovo, con la base del Montenegro, gli Stati uniti possono controllare tutto il sud-est europeo, e potranno installare radar e missili intercettori, che saranno rivolti verso il Medio Oriente e il Nord Africa.

Tutto questo ha l’obiettivo di reprimere, distruggere vite umane, esercitare violenza e imporre il dominio con la forza delle armi. La militarizzazione porta un clima di orrore e di morte, come spiega lo studioso Joseph Gerson:

Non dimenticherò mai il volto di una donna di Okinawa che ha condiviso il ricordo di come quando era una ragazza, la sua intera generazione di ragazze –ora donne di mezza età-, fosse terrorizzata dal brutale stupro e assassinio di una giovane ragazza da parte di un soldato USA. O lo sguardo dei più contadini di Okinawa –ognuno dei quali indossava una fascia per capelli con scritto “La vita è sacra”- che facevano un sit-in al di fuori del tribunale di Naha, chiedendo la restituzione della loro terra… È grazie alla passione con cui ha insistito un giovane attivista coreano contro le basi, che io ho visto un CD, che la sua organizzazione aveva fatto sull’uccisione di due ragazze -Shin Hyo-soon e Shim Mi-sun- da parte di un carro armato poche settimane dopo quell’atrocità e per la sua insistenza che io ho fatto qualcosa su questo. E un buon amico islandese una volta mi ha raccontato come i dimostranti una volta piazzarono la testa di un cavallo su una pertica per invocare le antiche divinità vikinghe di sbarazzare l’isola dell’abominevole base aerea di Kefkavik. Lo facevano a mo’ di burla, ma erano quanto mai seriamente impegnati.

Le basi portano insicurezza, l’assenza di autodeterminazione, di diritti umani e di sovranità. Degradano la cultura, i valori, la salute e l’ambiente delle nazioni ospiti e degli Stati Uniti. Se permetti di essere colpito dalla sofferenza d’un altro, questa diventa tua. L’imperativo diventa por fine alla sofferenza altrui.[4]

Le brutali aggressioni all’Iraq e all’Afghanistan sono servite anche a far capire chi comanda, e l’occupazione militare delle ex repubbliche sovietiche, Tajikistan, Kirgisistan e Uzbekistan, dovevano servire ad indicare nelle autorità di Washington l’unico potere imperiale del mondo attuale. Nelle ex repubbliche sovietiche sono state imposte numerose basi militari permanenti, costringendo i popoli a perdere la loro sovranità territoriale.  
E’ ora di riconoscere che questo gruppo di persone, che organizza guerre e vuole militarizzare il mondo, è affetto da patologie psichiatriche di grave entità, e non si può continuare a concedere a persone gravemente disturbate il potere sulle nostre esistenze e sul nostro territorio. Occorre capire profondamente la follia che c’è nel voler fare le guerre e nel torturare, violentare le donne e uccidere bambini. Questo gruppo di persone è capace di esaltare la morte e la distruzione, dando alle guerre o alle battaglie nomignoli che richiamano forza, eventi naturali o buffi, come “Tempesta nel Deserto” (Desert Storm), “Agita e cuoci al forno” (shake and bake) o “Colpire e terrorizzare” (Shock and Awe). Parlano di “Nuovo ordine mondiale”, come se noi tutti fossimo burattini nelle loro mani. Ci impongono un sistema fondato sulla forza, per convincerci a continuare a stare sottomessi, ma tutto questo ha un limite e avrà una fine.

La massiccia militarizzazione delle autorità Usa non è sostenuta soltanto dalle nostre autorità, ma anche da alcuni grandi industriali e banchieri, che guadagnano cifre da capogiro grazie alle guerre. Questi guadagni aumentano di anno in anno. Nel 2006 le autorizzazioni all’esportazione di armi hanno superato i 2,1 miliardi di euro, il 61% in più rispetto all’anno precedente. Le banche hanno incassato almeno 1,5 miliardi di euro, guadagnando in “compensi di intermediazione” oltre 32,6 milioni. La banca che ricava più guadagni dalle guerre è il gruppo San Paolo IMI, seguono Banca nazionale del lavoro, Banco di Brescia, Banca Popolare Antoniana Veneta, Banca Intesa, ecc.  Altre banche, come la Banca Popolare di Vicenza, la Banca di Sardegna e la Banca Antoniana Popolare Veneta, sono controllate dalle “banche armate”. Tutto questo spiega perché i grandi imprenditori e l’élite ricca italiana siano così tanto favorevoli alla militarizzazione americana del nostro territorio e alle guerre americane. La popolazione non soltanto non guadagna nulla da tutto questo, ma perde la sovranità territoriale, deve pagare enormi spese di guerra, e il 41% del costo di stazionamento delle basi americane. Le nostre finanziarie vengono fatte, non per migliorare le condizioni del paese, ma per stanziare denaro per le guerre e per pagare le banche. Basti pensare che nell’ultima finanziaria sono stati stanziati 1,7 miliardi di euro per armamenti e tecnologie, che soprattutto la Finmeccanica avrebbe fornito ad Israele, sulla base dell’accordo stipulato nel 2005.[5] Massimo D’Alema, propagandando il suo “pacifismo” sulla questione mediorientale, nasconde che il nostro paese, come altri (in primis Gran Bretagna e Stati Uniti), fornisce armi e tecnologia bellica che saranno utilizzati contro il popolo palestinese. Molti sanno che dietro la distruttività e il bellicismo delle autorità israeliane ci sono quelle stesse persone che organizzano le guerre di aggressione. Israele possiede missili nucleari puntati sugli altri paesi della regione, per poter tenere sotto controllo l’intera zona, commettendo ogni genere di crimine impunemente, proprio come fanno le autorità statunitensi. Per occultare questa situazione, sia gli Usa che Israele si vittimizzano, inducendo a credere di avere pericolosi nemici da cui sono costretti a difendersi. E’ meglio per noi capire prima possibile la pericolosità di queste persone, e lottare per arginare e indebolire, fino al crollo definitivo, il loro potere sui popoli.

I nostri governi sono completamente sottomessi alle lobby delle armi, e continuano a stanziare denaro pubblico per investimenti bellici. Favoriscono i profitti delle banche armate e delle imprese belliche. Oltre a Finmeccanica, altre imprese, come Avio, Agusta, Oto Melara, Alenia Aeronautica, ecc., hanno raddoppiato e in alcuni casi triplicato i loro profitti. 
Il Ministero della Difesa ha creato il Fondo per le esigenze di investimento per la difesa, attraverso cui eroga molto denaro al settore bellico. Sono stati stanziati, per il biennio 2007/8, oltre 800 milioni di euro per un progetto aerospaziale e per la costruzione di caccia Eurofighter, in collaborazione con aziende inglesi, spagnole e tedesche. Inoltre, il fondo riceve un miliardo di euro all’anno per ogni missione di guerra all’estero. Insomma, il nostro governo, che attua tagli drastici in tutti i settori importanti per la qualità della vita degli italiani (sanità, scuola, giustizia, cultura, ecc.), non bada a spese per quanto riguarda le guerre e la produzione bellica.

Il nostro paese fornisce armi a molti paesi che non rispettano i diritti umani. Il governo permette che siano vendute armi in tutte le aree di guerra, e nei paesi in cui i popoli sono sottomessi da sistemi tirannici, come il Kuwait, l’Arabia Saudita, i paesi del Nord Africa, l’Africa subsahariana, e persino la vituperata Siria. Quando si tratta di distruttività e controllo dei popoli, l’oligarchia dominante non conosce limiti né colori politici. Basti pensare che anche il governo Berlusconi, che si professava apertamente “filoamericano”, vendeva armi alla Siria (che era accusata di fornire armi agli hezbollah). 
In tutto il mondo continuano a svolgersi manifestazioni, cortei, proteste e sollevazioni contro l’attuale sistema di potere, e i nostri media non ce ne danno notizia, facendoci credere che quella di Vicenza sia una protesta isolata. Quest’anno si sono svolte numerose manifestazioni per la pace in tutto il mondo. Ad esempio, il 24 febbraio 2007, a Londra si è svolta una grande manifestazione contro la guerra in Iraq, che ha visto la partecipazione di 100.000 persone. 

Negli Stati Uniti sono sempre più frequenti le manifestazioni per la chiusura di Guantanamo e contro le guerre americane. Spesso le proteste sono organizzate da persone gravemente danneggiate dal sistema di potere attuale, come reduci, madri di soldati uccisi e parenti di persone torturate o ingiustamente detenute. Ad esempio, Cindy Sheelan, madre di Casey, un soldato ucciso in Iraq, l’ex prigioniero inglese Asif Iqbal, rinchiuso per due anni e mezzo senza alcuna accusa, e Zohra Zewawi, madre del detenuto britannico Omar Deghayes, a cui viene negato di vedere il proprio figlio. 
In molti paesi, come la Grecia , l’Australia, l’Ungheria, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna , i manifestanti hanno indossato tute arancione simili a quelle dei detenuti di Guantanamo. Lo spazio davanti a Downing Street, la residenza del Primo ministro inglese, è diventato luogo di presidi di protesta contro la guerra. Gli inglesi scrivono lettere al governo, in cui chiedono che cessi la carneficina in Iraq e in Afghanistan, e che i soldati britannici ritornino a casa. Persino i bambini si rivolgono alle autorità inglesi chiedendo ragioni sul loro operato. Un bambino di 10 anni, Anas el-Banna, ha chiesto spiegazioni sull’incarcerazione di suo padre, Jamil el-Banna, in carcere da 4 anni senza alcuna accusa. Tony Blair non ha mai risposto né ad Anas né ad altre vittime del suo governo.

Anche in questi ultimi mesi, gli inglesi hanno continuato le proteste contro la guerra in Iraq, capeggiate da reduci e da madri di soldati uccisi, come Rose Gentle, madre di Gordon Gentle, ucciso in Iraq nel giugno del 2004. La signora Gentle è diventata la portavoce di un’associazione di madri di soldati britannici morti in Iraq, che organizzano proteste e di tanto in tanto si accampano davanti a Downing Street.
Nel settembre dello scorso anno, si sono svolte in molti Stati degli Usa manifestazioni di protesta contro la guerra in Iraq. Alle proteste hanno partecipato anche veterani di guerra, deputati, gruppi religiosi e varie organizzazioni a difesa dei diritti umani. Il governo, come in altre manifestazioni, ha risposto utilizzando la forza e arrestando migliaia di persone. Ma ciò non ha affatto scoraggiato i manifestanti, che continuano a lottare. Racconta il reverendo Lennox Yearwood, arrestato per aver protestato contro la guerra: “Come cittadini e persone di fede, dobbiamo essere la coscienza del nostro paese”.[6]

Il 21 settembre del 2006, 500 gruppi religiosi hanno firmato una “Dichiarazione di pace”, attraverso cui chiedono il ritiro dei soldati americani dall’Iraq, la chiusura delle basi militari e la creazione di una cultura della pace, che lavori per il benessere dei cittadini e per la ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra.  Durante le manifestazioni per la pace, migliaia di attivisti vengono arrestati o pestati. Persino due Premi Nobel sono stati ammanettati e arrestati per aver protestato pacificamente davanti alla Casa Bianca. Si tratta della nordirlandese Mairead Corrigan Maguire (Premio Nobel per la pace nel 1976), e dell’americana Jody Williams (Premio Nobel per la pace nel 1997), arrestate insieme a 35 capi religiosi e al pacifista Daniel Ellsberg, mentre si trovavano davanti alla Casa Bianca e cantavano canzoni di pace, mostrando foto di vittime civili della guerra. Racconta il deputato della Georgia John Lewis: “Come partecipante del Movimento dei Diritti Civili, ho affrontato la violenza con la non violenza. Mi hanno picchiato e lasciato sanguinante per strada. Mi sono reso conto che le nostre armi più potenti come nazione non sono le bombe o i missili. La nostra maggiore difesa è il potere delle nostre idee, è quello che crediamo sulla democrazia e il rispetto della dignità umana”.[7] Altri deputati hanno firmato la Dichiarazione di pace, come  Danny Davis, Jan Schakowsky, Earl Blumenauer, Chaka Fattah e Sam Farr.

L’associazione United for Peace and Justice ha organizzato imponenti manifestazioni contro le guerre americane, a cui hanno partecipato centinaia di migliaia di persone, che hanno sfilato tenendo un filo su cui erano state attaccate le foto dei soldati americani morti. Se avessero attaccato anche le foto dei morti iracheni, afghani e somali, il filo sarebbe stato chilometrico. In una di queste manifestazioni, gruppi di persone urlavano “Vergogna! Vergogna!”, e un altro gruppo, mascherato da clown, cantava filastrocche che ironicamente facevano capire che la politica americana segue gli interessi dei più ricchi. 
Nel gennaio di quest’anno, oltre centomila persone hanno marciato verso la Casa Bianca al grido di “Stop alle uccisioni in Iraq”. Durante quel corteo, emerse una tragica verità: anche le truppe americane, composte in gran parte da giovani provenienti dalle famiglie più povere, sono vittime della macchina propagandistica americana. Joshua Sparling, un giovane di 25 anni che ha perso una gamba combattendo in Iraq, chiese il microfono e disse che i soldati americani vivono una situazione difficile, e che hanno bisogno di credere di essere lì per aiutare gli iracheni. Ma continuare a credere alle menzogne non è certo una soluzione, considerando che ogni soldato si rende complice dei crimini, e che se tutti o la maggior parte di essi si rifiutassero di fare la guerra, essa cesserebbe. Di sicuro non andrebbero a combattere né i Bush né gli altri membri dell’élite.

Quest’anno, alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione all’Iraq, almeno 30/40 mila persone hanno protestato davanti al Pentagono, gridando  “Incriminate Bush”, “Riportate le truppe a casa”, “Niente sangue per il petrolio”, “No alle torture” e “Sic semper tyrannis”. Il governo, per l’ennesima volta, ha risposto con una pattuglia di polizia, che ha arrestato centinaia di persone. 
Negli Stati Uniti ci sono anche le Donne in Nero, nate nel 1988, quando  un gruppo di donne Palestinesi e Israeliane, vestite di nero, iniziarono a praticare una veglia settimanale contro l’occupazione israeliana della West Bank e della Striscia di Gaza. Inizialmente, le Donne in Nero furono perseguitate, aggredite e insultate con parole come “puttane”, ma hanno continuato a protestare. Oggi sono sempre più numerose in diversi paesi del mondo, e lottano contro tutte le guerre. In California, a Berkeley, dal 1988, ogni settimana si tiene regolarmente la veglia delle Donne in Nero di Solidarietà.

Nel 2002 si è formato un altro gruppo di donne, capeggiato da Medea Benjamin, Diane Wilson, Jodie Evans e Gael Murphy. Il gruppo è stato chiamato Codepink, contrapponendo con ironia il colore rosa al terrore criminale delle autorità americane. Le donne del Codepink organizzano spettacoli teatrali in strada, con slogan e battute satiriche. Il loro slogan principale è “Le donne di Codepink dicono: Ritiro Immediato”. Lo scorso anno organizzarono un digiuno contro la guerra in Iraq. In quell’occasione, Diane Wilson dichiarò: “Mentre Bush dichiara che il suo dio gli ha detto di fare la guerra, il mio dio mi dice che dovremmo fare tutto il possibile per fermarla, per proteggere sorelle e fratelli in pericolo… Se permettiamo a questa guerra di continuare, l’invasione di un altro paese sarà solo questione di tempo: l’Iran, o magari il Venezuela. Non possiamo rimanere sdraiati come tappetini e permettere che il nostro governo ci calpesti. Lo sai anche tu, no, che tutto quello che serve al male per trionfare è che gli onesti non facciano nulla. Dobbiamo fare qualcosa per arrestare il male… Abbiamo sfilato, fatto campagne di pressione, siamo state arrestate. Io ho appena finito di scontare tre mesi di prigione per aver srotolato uno striscione: 120 giorni e 2.000 dollari di multa. Abbiamo fatto una veglia davanti alla Casa Bianca che è durata quattro mesi. Ma questo non ha fermato la guerra, perciò dobbiamo andare avanti… Io dico sempre: le donne ragionevoli si adattano al mondo, le donne irragionevoli adattano il mondo a se stesse. E’ ben venuta l’ora di essere “irragionevoli”.[8]

I popoli di tutto il mondo sanno che le guerre americane di aggressione sono crimini gravissimi contro le popolazioni. La prima guerra del Golfo fu sostenuta da 34 paesi, mentre l’attuale occupazione dell’Iraq è sostenuta soltanto da tre paesi (Regno Unito, Australia, Stati Uniti), in cui la maggioranza della popolazione è contraria alla guerra.
Gli europei sono molto insofferenti allo strapotere degli Usa, ma ancora di più lo sono altre culture, come le asiatiche e la musulmana, che subiscono il dominio di una potenza estranea alla loro cultura, che vuole distruggere i loro valori culturali, imponendo un sistema basato sull’egoismo e sul materialismo consumistico. Molti popoli sono oppressi e costretti a vivere in miseria proprio per impedire loro una lotta efficace contro i crimini anglo-americani, ma essi continuano a ribellarsi, nonostante le conseguenze che sono costretti a subire.

In Giappone, come nelle Filippine, in Kuwait, in Arabia Saudita, in Ecuador e in molti altri luoghi, la lotta al crimine e alla guerra è sempre più forte. In Ecuador è nato il movimento “No-basi”, coordinato da Lina Cahuasquí, che organizza manifestazioni e cortei contro la militarizzazione americana nel Sud America. A Quito (capitale dell’Ecuador) c’è la più grande base americana del Sud America, e in America Latina e nei Caraibi ci sono almeno 17 basi militari Usa. In tutti questi paesi esistono movimenti che lottano per la chiusura delle basi, che spesso collaborano fra loro, come spiega l’attivista ecuadoriano Corazón Fabros Valdez: “Abbiamo capito l’importanza della solidarietà internazionale dopo i successi ottenuti nella lotta contro le basi militari Usa nelle Filippine… Le Filippine hanno avuto basi militari Usa per oltre 100 anni, che sono state usate contro il Vietnam e altre nazioni. Tra gli effetti peggiori, abbiamo assistito a violazioni dei diritti umani e della democrazia”.[9] Le lotte sono servite a convincere il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ad annunciare che non rinnoverà il permesso per mantenere la base Usa di Manta, e a rifiutare l’installazione di una nuova base militare sull’isola di Baltra (Galapagos).
Il ricercatore di Focus on the Global South, Herbert Docena, ritiene che la Rete No-Basi andrebbe internazionalizzata:

Oltre alla dichiarazione politica, vogliamo istituzionalizzare la Rete No-Basi in tutto il mondo, e renderla più dinamica, per poter intraprendere progetti a medio e lungo termine. Gli Stati Uniti hanno sostenuto Ferdinando Marcos (1965-1986) con cifre di denaro esorbitanti, in cambio del suo consenso per mantenere le basi Usa nelle Filippine… È stato solo dopo la chiusura delle basi, nel 1992, che abbiamo capito quanto inquinamento avevano prodotto.[10]

Anche i militanti di Porto Rico hanno ottenuto la chiusura della base di Vieques, che da 60 anni controllava il territorio. Argentina e Brasile hanno smesso di prendere parte alle manovre navali insieme alla marina statunitense. Occorre prendere ad esempio questi paesi, e continuare a protestare contro la militarizzazione.
Noi italiani abbiamo molto di cui protestare, anzi moltissimo. Che dire del potere mafioso che ci attanaglia? Che dire dei politici mafiosi che vengono riproposti come candidati? Come molti sanno, ma pochi dicono, la mafia è l’altra faccia del dominio anglo-americano sull’Italia. E oggi è più forte che mai. I giovani meridionali che gridano “la mafia fa schifo” rappresentano il volto pulito del futuro dell’Italia. Un futuro possibile se i giovani si renderanno conto che oltre a protestare occorre cambiare la propria mentalità e mettersi nell’ordine delle idee di dover rifiutare l’attuale sistema politico e di non scendere a compromessi con chi si spaccia per “democratico” ma sostiene la legge del più forte e la mentalità mafiosa. 

Noi italiani abbiamo il dovere di sostenere la lotta del “No dal Molin”, così come la lotta “No tav”, perché non si tratta di gruppi sparuti di estremisti “antiamericani” o “antiprogresso”, come vorrebbero farci credere, ma di persone coraggiose che stanno lottando per i diritti che una vera democrazia dovrebbe garantire e difendere: per la salute, per la pace e per un mondo senza crimini. I cittadini di Vicenza hanno il merito di aver esteso la protesta al vasto problema della criminalità e del terrorismo statunitense, e di rifiutare la militarizzazione non soltanto sul loro territorio, ma dovunque essa avvenga. 
E’ tempo di svegliarci, e di capire che il sistema criminale attuale non può imperare perennemente, e la vera liberazione dei popoli può avvenire e deve avvenire.

Occorre diventare coscienti che il gruppo dominante sta utilizzando un enorme potere mediatico per passivizzarci. Così come indirizzano i nostri acquisti e ci inducono a fare scelte politiche per sentirci “liberi”, ci condizionano affinché diveniamo complici dei loro crimini.
L’oligarchia criminale utilizza anche l’allarme “terrorismo”, che genera paura e ci paralizza, inducendoci a cercare protezione. Oppure stimola gli aspetti superficiali dell’esistenza, spingendoci a perdere il senso della crescita interiore. Veniamo passivizzati anche attraverso l’associazione mediatica fra protesta ed eversività, sovversione e terrorismo. Ci viene fatto credere che per il “quieto vivere” dobbiamo accettare crimini e guerre.

Ma la loro arma più efficace è la disinformazione: milioni di persone non sanno cosa davvero fanno gli statunitensi in molti paesi. Non sanno che utilizzano armi chimiche contro la popolazione inerme, che torturano gli uomini davanti a donne e bambini, che imprigionano le donne per  violentarle ogni giorno o che uccidono famiglie intere senza scrupoli. Molti non sanno che il rispetto per i diritti umani è diventato una chimera anche in paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, in cui numerosi dissidenti spariscono nel nulla. Molti italiani credono che il telegiornale li informi, mentre ormai quasi tutti i canali mediatici servono a coprire la verità sulla realtà attuale.
Tuttavia, la disinformazione talvolta non è totale, e di tanto in tanto possono emergere contenuti che sfuggono al controllo dell’élite, com’è accaduto con le foto delle torture nel carcere di Abu Ghraib. Ad ogni modo, le nostre responsabilità non vengono attenuate dalla disinformazione o dalla mistificazione dei fatti da parte delle nostre autorità.

Mettiamoci nei panni dei popoli aggrediti: essi sanno che noi abbiamo visto le foto delle torture avvenute nel carcere iracheno di Abu Ghraib, sanno che noi sappiamo che le guerre permettono agli Usa di saccheggiare il loro petrolio, sanno che sul nostro territorio ci sono le basi da cui partono i soldati e le armi che serviranno ad uccidere o a mutilare migliaia di bambini inermi. Secondo Diane Wilson, in Iraq oggi la popolazione soffre perché noi non stiamo facendo abbastanza per mostrare il nostro rifiuto ai crimini e alle guerre americane:

Le persone (in Iraq) erano così amichevoli e gentili con noi, sebbene il nostro paese stesse minacciando il loro. Abbiamo girato per Baghdad giorno e notte, e quando mi perdevo c’era sempre qualcuno, un bambino o un adulto, che mi rimetteva sulla strada giusta. Non riesco ad immaginare come sia la vita quotidiana per gli iracheni, oggi, con tutte le morti e la violenza che li circondano. Mi spezza il cuore pensare che i bimbi che ho incontrato sono morti o stanno morendo. (Oggi gli iracheni) Non vedono gli statunitensi contrastare questa guerra basata sulle menzogne, così la distinzione fra il governo e il popolo si è dissolta. Non abbiamo mostrato di essere davvero contro la guerra, e sarebbe ora di farlo. I loro corpi sono sulla linea di fuoco ogni giorno, così come quelli dei soldati… Dovremmo essere determinati nel costruire pace, così come altri sono determinati nel fare guerre.[11]

E’ tempo di amare la pace non soltanto a parole, ma sostenendo tutti coloro che stanno facendo qualcosa di concreto contro il militarismo e le guerre, come i cittadini di Vicenza. Occorre indignarsi di fronte all’assenza quasi totale nei media ufficiali delle iniziative e delle lotte dei popoli contro la guerra e i crimini dell’élite dominante. Ci vogliono far credere che i popoli del mondo stiano accettando l’attuale assetto, oppure ci vogliono tenere isolati, in modo da indebolire le nostre lotte.
Dobbiamo alimentare le nostre risorse interiori, per avere dentro di noi, prima che all’esterno, un mondo realmente libero e pacifico, privo di gruppi criminali che tiranneggiano o massacrano i popoli. Dobbiamo raggiungere quest’obiettivo dapprima a livello individuale, poi a livello nazionale, e infine porci in armonia con tutti gli altri popoli del mondo. Sarà questo il nostro futuro, se lo sceglieremo.  

Antonella Randazzo ha scritto Roma Predona. Il colonialismo italiano in Africa, 1870-1943, (Kaos Edizioni, 2006); La Nuova Democrazia. Illusioni di civiltà nell’era dell’egemonia Usa (Zambon Editore 2007), “DITTATURE: LA STORIA OCCULTA ” (Edizione Il Nuovo Mondo, 2007).
Se vuoi lasciare un commento agli articoli o ai libri di Antonella Randazzo vai a  http://antonellarandazzo.blogspot.com/

Note:

[1] Johnson Chalmers, Nemesis: the last days of the american republic, Metropolitan Books, Henry Holt and Company, New York 2007.
[2] http://www.avvenimentionline.it/content/view/1121/349/
[3] http://www.avvenimentionline.it/content/view/1121/349/
[4] Gerson Joseph, “U.S. Foreign Military Bases & Military Colonialism”, http://www.zmag.org/Italy/gerson-basimilitariusa.htm
[5] Legge 17 maggio 2005 n° 94, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 7-6-2005, che comprende 11 articoli e un memorandum tenuto segreto anche al Parlamento per “motivi di sicurezza”.
[6] Rizvi Haider, Administrator, 9 ottobre 2006. www.politicaonline.net   
[7] Rizvi Haider, Administrator, 9 ottobre 2006. www.politicaonline.net   
[8] http://www.ildialogo.org/noguerra/digiunocontro27052006.htm
[9] Kintto Lucas, “Un mondo senza basi militari straniere”, http://www.informationguerrilla.org/2007/03/10/un-mondo-senza-basi-militari-straniere/
[10] Kintto Lucas, “Un mondo senza basi militari straniere”, http://www.informationguerrilla.org/2007/03/10/un-mondo-senza-basi-militari-straniere/
[11] http://www.ildialogo.org/noguerra/digiunocontro27052006.htm

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