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Le guerre del petrolio

Posted by mrdrago88 su 22 dicembre 2009

di Michael T. Klare da TomDispatch – tratto da http://www.nuovimondimedia.com

Trasformare l’esercito americano in un servizio globale di protezione del petrolio. A distanza di un anno e mezzo dal primo attacco sferrato in Iraq, i soldati americani combattono per mantenere il controllo sugli impianti petroliferi, e il sangue continua a scorrere copioso. Ma l’Iraq non è certo l’unico paese in cui le truppe americane si adoperano per salvaguardare il loro costante rifornimento di petrolio. Avviene anche in Colombia, Arabia Saudita, Georgia, Azerbaijan, Iran, Kazakistan, Turkmenistan, Senegal, Ghana, Mali, Uganda, Kenya…
Il primo attacco, durante la guerra in Iraq, è stato condotto da un commando della marina contro una piattaforma petrolifera in mare aperto. «Sbucati in silenzio dalla notte ormai calata sul Golfo Persico», scriveva, il 22 marzo, un giornalista infervorato del New York Times «i Navy Seals (truppe speciali della marina, NdT) hanno preso il controllo di due terminali petroliferi. Il raid è terminato all’alba di questa mattina con la sconfitta delle guardie irachene, peraltro poco armate. Le truppe americane si sono così aggiudicate una vittoria senza spargimento di sangue nella battaglia per conquistare il vasto impero petrolifero iracheno».

A distanza di un anno e mezzo, i soldati americani stanno ancora combattendo per mantenere il controllo su questi importantissimi impianti petroliferi, e il sangue ora inizia a scorrere copioso. Il 24 aprile due marinai americani e un guardacoste sono rimasti uccisi in seguito all’esplosione, nei pressi della piattaforma petrolifera Khor al-Amaya, di una barca che cercavano di intercettare. Si presume che a bordo vi fossero dei kamikaze. Altri americani sono stati attaccati mentre proteggevano alcuni dei numerosi impianti dell’«impero petrolifero» iracheno.
In effetti, la guerra in Iraq si è divisa su due fronti: da una parte, coloro che combattono per il controllo delle città irachene, dall’altra le continue battaglie per proteggere le vaste infrastrutture petrolifere da sabotaggi e attacchi. Il primo scenaio è stato ampiamente documentato dalla stampa americana; non altrettanto si può dire della seconda. Eppure, il futuro delle infrastrutture petrolifere irachene potrebbe essere importante quanto quello delle città assediate. Se l’operazione dovesse fallire, verrebbero a mancare le basi economiche per la nascita di un governo iracheno stabile. «Nel complesso», riferisce un ufficiale superiore al New York Times, «è probabile che nessun altro posto, in cui sono impegnate le nostre forze armate, rivesta altrettanta importanza strategica». A conferma di questo, si consideri che un numero consistente di soldati americani sono stati assegnati alla protezione delle infrastrutture petrolifere.
Alcuni funzionari insistono che queste mansioni potranno, in futuro, passare alle forze irachene ma, col passare dei giorni, questo momento glorioso sembra diventare sempre più remoto. Fin quando le forze americane rimarranno in Iraq, una parte consistente di esse dovrà certamente difendere gli oleodotti, le raffinerie, gli impianti di caricamento e le altre infrastrutture petrolifere molto vulnerabili. Con migliaia di chilometri di oleodotti e centinaia di infrastrutture a rischio, questo incarico sarà sempre arduo e pericoloso. Al momento, i guerriglieri sembrano capaci di colpire gli oleodotti del Paese quando e dove vogliono, spesso causando enormi esplosioni e incendi.
Difendere gli oleodotti
È stato fatto notare che il nostro ruolo di protezione degli oleodotti è una caratteristica peculiare della guerra in Iraq, dove gli impianti petroliferi sono ovunque e l’economia nazionale dipende ampiamente dagli introiti del petrolio. Ma l’Iraq non è certo l’unico paese in cui le truppe americane rischiano ogni giorno la vita per salvaguardare il loro costante rifornimento di petrolio. Anche in Colombia, Arabia Saudita e in Georgia, i soldati americani sono impegnati a proteggere gli oleodotti e le raffinerie o a sovrintendere sulle forze locali assegnate a questa missione. La Marina americana sta vigilando sulle piattaforme petrolifere nel Golfo Persico, nel Mar Arabico, nel Mar Cinese Meridionale e su altre rotte marine che riforniscono di petrolio gli Stati Uniti e i suoi alleati. Di fatto, le forze americane si stanno trasformando sempre più in un servizio globale per la protezione delle infrastrutture petrolifere.
La situazione in Georgia è un chiaro esempio di questa tendenza. Subito dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1992, le compagnie petrolifere americane e alcuni funzionari governativi hanno cercato di accedere alle immense riserve di gas naturale del bacino del Mar Caspio, specialmente in Azerbaijan, Iran, Kazakistan e Turkmenistan. Alcuni esperti stimano che dal Mar Caspio si possano estrarre ancora non meno di 200 miliardi di barili, circa 7 volte la riserva statunitense. Ma il Caspio è privo di sbocchi, quindi il solo modo per trasportare il petrolio ai mercati occidentali è l’utilizzo di oleodotti che attraversino il Caucaso, un’area che include Armenia, Azerbaijan, Geogia e le repubbliche russe devastate dalla guerra quali Cenenia, Dagestan, Inguscezia e l’Ossezia del Nord.

Le società americane stanno costruendo un importante oleodotto attraverso quest’area instabile. Snodandosi per oltre 1500 km di pericoli, da Baku in Azerbaijan passando per Tbilisi in Georgia fino a Ceyhan in Turchia, è destinato a fornire all’Occidente un milione di barili di petrolio al giorno; affronterà, però, la costante minaccia di sabotaggi da parte dei militanti islamici e dei separatisti etnici lungo tutto il suo percorso. Gli Stati Uniti si stanno già impegnando per la sua salvaguardia, fornendo milioni di dollari in armi e attrezzature all’esercito georgiano e inviando militari specializzati a Tbilisi per addestrare e consigliare le truppe georgiane assegnate alla protezione di questo condotto così importante. Nel 2005 o nel 2006, quando l’oleodotto entrerà in funzione, la presenza americana molto probabilmente aumenterà e i combattimenti nella zona si intensificheranno.
Consideriamo invece la Colombia devastata dalla guerra, dove le forze USA si stanno assumendo sempre più la responsabilità di proteggere i vulnerabili oleodotti. Questi condotti, di vitale importanza, trasportano il greggio dai giacimenti interni, dove imperversa la guerriglia, ai porti sulla costa caraibica dalla quale può essere poi trasportato agli acquirenti negli Stati Uniti e altrove. Per anni i guerriglieri hanno sabotato questi oleodotti – l’espressione dello sfruttamento straniero e del governo elitarista di Bogotà, a loro detta – per privare il governo colombiano di entrate essenziali. Al fine di sostenere il governo nella lotta alla guerriglia Washington sta già spendendo centinaia di milioni di dollari per migliorare la sicurezza delle infrastrutture petrolifere, a partire dall’oleodotto Caño-Limón, l’unico che collega i ricchi giacimenti petroliferi occidentali nella provincia dell’Arauca con la costa caraibica. Sempre in questa direzione, truppe speciali americane provenienti da Fort Bragg, Carolina del Nord, stanno aiutando ad addestrare, equipaggiare e guidare un nuovo contingente di forze armate colombiane la cui unica missione sarà quella di combattere i guerriglieri e proteggere l’oleodotto lungo tutti i suoi 770 km di lunghezza.

Petrolio e stabilità
L’impiego di truppe americane per proteggere le vulnerabili infrastrutture petrolifere nelle aree a rischio di conflitti ha sicuramente lo scopo di incrementare tre fattori di importanza fondamentale: la sempre maggiore dipendenza americana dal petrolio importato, lo spostamento globale della produzione di petrolio dai paesi ricchi a quelli in via di sviluppo e la crescente militarizzazione della politica energetica estera americana.
La dipendenza americana dal petrolio importato è cresciuta costantemente dal 1972, quando la produzione interna raggiunse il suo livello massimo con 11,6 milioni di barili al giorno (mbg). La produzione USA oggi si aggira intorno ai 9 mbg e si pensa che continuerà a diminuire man mano che i giacimenti più vecchi si esauriranno (anche estraendo il petrolio dai giacimenti dell’Arctic National Wildlife Refuge in Alaska, come vorrebbe l’amministrazione Bush, questa tendenza non cambierebbe). Ciònonostante, il consumo totale di petrolio americano continua a crescere; attestato sui 20 mbg, si prevede che raggiungerà i 29 mbg entro il 2025. Questo significa che buona parte dell’approvvigionamento di petrolio totale dovrà essere importata – dai 11 mbg odierni (circa il 55% del consumo USA totale) ai 20 mbg nel 2005 (il 69% del consumo).
Fattore ancor più significativo di questa crescente dipendenza dal petrolio estero è che una quantità sempre maggiore di petrolio proverrà da paesi in via di sviluppo, ostili e dilaniati dalla guerra, e non da paesi stabili e amici, come il Canada e la Norvegia. Questo perché i vecchi Paesi industrializzati hanno ormai consumato gran parte dei loro giacimenti, mentre molti produttori nei paesi in via di sviluppo ne posseggono ancora vaste riserve. Di conseguenza, assistiamo a un spostamento storico nel baricentro della produzione mondiale di petrolio: dai paesi industrializzati dell’emisfero nord, si va man mano verso i paesi in via di sviluppo nell’emisfero sud, che sono spesso politicamente instabili, devastati da conflitti etnici e religiosi, rifugio di organizzazioni estremistiche, o combinazione delle tre.

Per quanto in questi paesi esistano radicati contrasti storici, la produzione di petrolio ha di per sé un’influenza ancor più destabilizzante. L’improvviso afflusso di ricchezze legate al petrolio in Paesi in via di sviluppo tende ad accrescere il divario tra ricchi e poveri, fattore che spesso si sedimenta su divisioni etniche e religiose, conducendo a continui conflitti per la distribuzione degli introiti petroliferi. Per prevenire queste agitazioni, governanti oligarchici come la famiglia reale dell’Arabia Saudita o i nuovi potentati dell’Azerbaijan e del Kazakistan limitano o vietano le manifestazioni pubbliche di protesta e si affidano alla repressione della polizia per sedare i movimenti d’opposizione. Eliminate in questo modo le espressioni legali e pacifiche di dissenso, le forze dell’opposizione non vedono altra soluzione che la ribellione armata o il terrorismo.
C’è un altro aspetto di questa situazione che merita di essere esaminato. Molti dei paesi in via di sviluppo, un tempo colonie e oggi emergenti produttori di petrolio, si oppongono con forte ostilità agli ex paesi dominatori. In questi paesi molti vedono gli Stati Uniti come i moderni ereditari di questa tradizione imperialistica. Il risentimento, a seguito di traumi economici e sociali causati dalla globalizzazione, è imputato agli Stati Uniti. Visto che il petrolio è considerato la principale causa del coinvolgimento americano in queste aree, e poiché le multinazionali petrolifere statunitensi sono viste come le reali espressioni del potere americano, qualsiasi cosa abbia a che fare con il petrolio – oleodotti, pozzi, raffinerie, piattaforme petrolifere – è considerato dai rivoltosi un obiettivo invitante e legittimo da colpire; da qui gli attacchi agli oleodotti in Iraq, alle compagnie petrolifere in Arabia Saudita e alle petroliere nello Yemen.

La militarizzazione della politica energetica
I leader americani hanno risposto di conseguenza a questo continua sfida alla stabilità nelle zone produttrici di petrolio, facendo ricorso a mezzi militari per garantire un approvvigionamento costante di petrolio. Questo metodo fu adottato per la prima volta dall’amministrazione Truman-Eisenhower dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando l’avventurismo sovietico in Iran e i disordini filo-arabi nel Medio Oriente sembravano minacciare la sicurezza delle forniture petrolifere del Golfo Persico. Questa reazione fu in seguito formalizzata dal Presidente Carter nel gennaio del 1980, quando, in risposta all’occupazione sovietica dell’Afghanistan e alla rivoluzione islamica in Iran, annunciò che il sicuro approvvigionamento petrolifero dal Golfo Persico era «di interesse vitale per gli Stati Uniti d’America», e che, per proteggere questo interesse, avrebbe fatto ricorso a «qualsiasi mezzo necessario, incluso l’intervento militare». Il principio di Carter di usare la forza per proteggere il rifornimento di petrolio fu in seguito ripreso da Bush senior per giustificare l’intervento Americano nella Guerra del Golfo del 1990-1991, e ha fornito la giustificazione logica alla base della recente invasione dell’Iraq.
In origine, questa politica era circoscritta alla principale regione produttrice di petrolio, il Golfo Persico. Ma, data la crescente richiesta americana di petrolio importato, i funzionari USA hanno iniziato a estenderla alle regioni produttrici più importanti, incluso il bacino del Mar Caspio, l’Africa e l’America Latina. Il primo passo in questa direzione è stato compiuto dal presidente Clinton, il quale cercava di sfruttare il potenziale energetico del bacino del Caspio e, preoccupato dell’instabilità della zona, aveva allacciato legami militari con futuri fornitori, tra cui l’Azerbaijan, il Kazakistan e la Georgia, essenziale crocevia del petrolio. Clinton era stato il primo a promuovere la costruzione di un oleodotto da Baku a Ceyhan e a compiere i primi passi per proteggere questo condotto accrescendo la capacità militare dei Paesi coinvolti. Bush junior ha portato avanti questi sforzi, aumentando gli aiuti militari a questi Paesi e inviando consulenti militari in Georgia, esta anche considerando la possibilità di costruire delle basi militari USA nella regione del Caspio.

Come al solito, queste manovre vengono giustificate come sforzi di vitale importanza per «la guerra al terrorismo». Una lettura più approfondita dei documenti del Pentagono e dello State Department mostrano, invece, che nei piani dell’amministrazione Bush l’anti-terrorismo e la salvaguardia dei rifornimenti di petrolio sono strettamente collegati. Quando nel 2004, per esempio, ha richiesto fondi per formare un «contingente di reazione rapida» in Kazakistan, lo State Department ha detto al Congresso che tale forza è necessaria per «migliorare la capacità del Kazakistan di rispondere alle maggiori minacce terroristiche per le piattaforme petrolifere» del Mar Caspio.
Come è noto, una politica simile è ora in atto in Colombia. La presenza dell’esercito americano, anche se di minore entità, in regioni africane produttrici di petrolio, sta crescendo rapidamente. Il Dipartimento della Difesa ha aumentato il rifornimento di armi alle forze militari in Angola e Nigeria,e sta aiutando ad addestrare i loro ufficiali e le truppe. Nel frattempo, i funzionari del Pentagono stanno cercando di costruire basi americane permanenti nella regione, concentrandosi su Senegal, Ghana, Mali, Uganda e Kenya. Anche se questi funzionari tendono a parlare di terrorismo solo quando spiegano il bisogno di queste strutture, nel giugno 2003 un funzionario ha riferito a Greg Jaffe del Wall Street Journal che «una missione chiave per le forze Usa [in Africa] sarebbe quella di assicurarsi che i giacimenti di petrolio Nigeriani, che in futuro potrebbero rappresentare fino al 25% delle importazioni americane, siano ben protetti».

Una parte notevole della nostra flotta viene impiegata anche per proteggere le petroliere straniere. La Quinta Flotta della Marina americana, che ha base nello stato insulare di Bahrain, occupa ora la maggior parte del suo tempo sorvegliando il collegamento tra il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz, quell’angusto canale che unisce il Golfo Persico all’Arabia Saudita e l’Oceano dall’altra parte. La Marina ha anche aumentato la sua capacità di proteggere importanti vie marittime nel Mare Cinese Meridionale – sito di promettenti giacimenti di petrolio reclamati dalla Cina, dal Vietnam, dalle Filippine e dalla Malesia – e nello stretto di Malacca, l’importantissimo collegamento marino tra il Golfo Persico e gli alleati americani dell’Est Asiatico. Anche l’Africa ha richiesto un maggior impegno per la Marina. Al fine di rafforzare la presenza USA nelle acque confinanti con la Nigeria e altri produttori chiave, i contingenti aeronavali affidati alla NATO in Europa (che controlla l’Atlantico Meridionale) in futuro staranno meno nel Mediterraneo e « trascorreranno metà del loro tempo percorrendo la costa occidentale dell’Africa», ha annunciato, nel maggio 2003, il Comandante Supremo NATO in Europa, il generale James Jones.
Questo, quindi, è il futuro dell’esercito americano impegnato all’estero. Mentre si sfrutta la retorica dell’anti-terrorismo e della sicurezza nazionale per spiegare le rischiose missioni all’estero, un numero sempre maggiore di soldati e marinai americani saranno impegnati a proteggere i giacimenti di petrolio oltremare, gli oleodotti, le raffinerie e le rotte delle petroliere. E visto che queste strutture probabilmente subiranno sempre più attacchi da parte di guerriglieri e terroristi, saranno messe a repentaglio un maggior numero di vite. Per ogni litro di petrolio in più che l’America otterrà dall’estero, pagheremo un più alto prezzo in vite umane.

Michael T. Klare è docente di studi sulla pace e la sicurezza mondiale all’Hampshire College. Questo articolo è basato sul suo nuovo libro, “Blood and Oil: The Dangers and Consequences of America’s Growing Petroleum Dependency (Metropolitan / Henry Holt)
Fonte: http://www.tomdispatch.com/index.mhtml?emx=x&pid=1888
Traduzione di Vanessa Bassetti (vantilde@libero.it) per Nuovi Mondi Media
Copyright2004 Michael Klare

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